Da Röros la ferrovia discende fino ad Eidet e mano mano si va lasciando l’arido altipiano, gli alberi s’innalzano e la foresta si fa più folta. Ad Eidet è pronto l’ingegnere n.º 2, il signor Hauan, che colla sua faccia seria si direbbe molto ammusonito per dover accompagnarci in cima ai monti in cerca di lapponi; ma che invece è tutto cuore, ci ha già preparato un cavallo, un carretto, e gli uomini necessarii per portare alla sua fonderia, che è giù nel fondo della valle, i nostri pesanti bagagli fotografici.
L’ingegnere Hauan, discepolo della scuola di Freiberg, è uomo di poche parole, ma di molti fatti. Egli vede scendere le nostre casse dal vagone dei bagagli e le guarda con straziante silenzio. Alle nostre insistenze, perchè voglia tradurci in lingua tedesca, e magari anche in lingua danese, quel suo silenzio, risponde con degli hum hum, molto lunghi e di pessimo augurio. Siam dunque costretti, io ed il mio compagno, a fare da noi stessi la traduzione di quel tenebroso silenzio ed eccola qui in poche parole: Questi due italiani son due veri matti, se pensano di poter portare sulle alture di Ojung le loro casse fotografiche e sarebbe più semplice far scendere i lapponi e fors’anche le montagne nel fondo della valle.
Nulla di più crudele quanto il dover parlare in una lingua straniera con poche e stentate parole con un uomo che tace in tutte le lingue. Si sentono venire al labbro fiumi di parole e di ragioni e di persuasioni, torrenti d’interrogazioni, di seduzioni e di argomentazioni e si vorrebbero tutte quante schierare in legioni, in reggimenti, in squadriglie, in batterie, per persuadere, per chiedere scusa, per farsi perdonare; e invece da una parte un monolito umano, che vi guarda e tace; e dall’altra le vostre poche parole, che escono ad una, ad una, stentate, storte e sempre male a proposito. Se Dante ritornasse in vita, assegnerebbe un nuovo girone al suo inferno, condannando tutti gli uomini espansivi e ciarlieri alla tremenda pena, che io ho sofferto alla stazione di Eidet nell’altipiano centrale della Norvegia.
Se non si può parlare, vediamo dunque di schierar fatti contro fatti, e là nella stanza delle merci di Eidet, io e Sommier ci mettiamo a semplificare il nostro bagaglio fotografico, riducendolo ai minimi termini possibili. La camera lucida col grande obiettivo Dalmayer, la tenda per lo sviluppo, poche lastre e pochissimi reattivi. E intanto per colmo della nostra felicità, piove.
Il minimum possibile intanto è installato in un baroccino a due ruote tirato da un pachiderma, che ha in una volta sola dell’asino, del mulo e del cavallo e accompagnato da noi, che camminiamo a piedi, scende giù per la china alla fonderia diretta dal signor Hauan. Ospitalità schietta e sincera, signore bionde e rosee, bambini di latte e di miele ci riconciliano colla vita e coi lapponi di Ojung. Finita la colazione, l’uomo dalle poche parole e dai molti fatti ci invita a passare nel cortile, dove è pronta la carovana, che ci deve portare alla meta del nostro viaggio. Un cavallo per il signor Hauan, una cariole per me, una seconda cariole per Sommier, un carretto a due ruote per il bagaglio trascinato dal pachidermo di specie incerta. Ognuno si mette al posto assegnatogli, ed io colle mie redini in mano, per la prima volta in mia vita guido un cavallo, senz’essere a cavallo. E su, e su per erte pendici popolate di pini fino a Törmo, dove anche le cariole non possono più avanzare e conviene trasformare gli animali da tiro in cavalli da sella. La sola carretta e il solo cavallo incertae sedis tireranno avanti così come stanno. Mentre la carovana subisce questa radicale trasformazione, si entra in una casa di Törmo, dove ci offrono latte freschissimo, sedie di legno bianche quasi quanto il latte e volti sorridenti della più cara, della più simpatica ospitalità. Le donne sono occupate nel forno a fabbricare il loro fladbröd o pane piatto. È una scena dei nostri padri dell’epoca della pietra. Una donna dalle robuste braccia nude, con singolare agilità e prestezza foggia un sottilissimo disco di pasta, in cui entrano molti cereali diversi, segale, orzo, fors’anche avena; e appena è fatto lo getta sopra un gran disco di pietra, che è stato riscaldato rapidamente da un buon fuoco di fuscelli. L’alta temperatura di quella pietra e la sottigliezza della pasta rendono la cottura quasi istantanea, e il cialdone scottato sulle due faccie è raccolto secco e semitostato e già pronto ad entrare in bocca di chi abbia appetito. Questo pane nazionale della Norvegia dura mesi ed anni, è saporito, di facile digestione e può sembrare un manicaretto in confronto del pane dei lapponi, più preistorico che mai.
Ma noi siamo già a cavallo, abbiamo già salutato le nostre donne del forno e su e su per l’erta del monte, che diventa sempre più ripido. Intanto una pioggia minuta, gelata, uggiosa ci penetra fino alle ossa e ci rende tutti quanti più muti dei pesci. Io guardo Sommier dall’alto della mia sella. Sommier guarda me dall’alto della sua; non possiamo dire davvero di divertirci, ma si subisce il martirio, aspettando i lapponi. Non dallo spegnersi della luce, che in quelle latitudini e in quella stagione non si spegne mai, ma dalla nostra stanchezza si capisce che l’ora d’andare a letto dovrebbe esser già venuta; ma il direttore della carovana tira sempre via e le guide lo seguono ammusonite e di pessimo umore. L’orologio ci dice, che le undici della sera sono vicine e ci viene imposto di fermarci, mentre ingegnere e guide, chi a cavallo e chi a piedi, si sbandano per diversi sentieri, in cerca di qualcuno o di qualche cosa. Cercano forse i lapponi e l’idea di passare la notte in una capanna lappone ci rialza gli spiriti affranti e ci promette molta poesia. Cercavano invece un saeter. E il saeter fu trovato: una casuccia ridotta alle minime proporzioni, di legno e di paglia, dove i pastori passano due mesi dell’estate per far pascolare le loro vacche. La chiave è nascosta nel tetto, a cui si giunge all’altezza del braccio. Si entra chinando il capo e si accende subito la stufa di ferro, che è la parte più importante e più cara di tutta la casa. In un momento i rami di betula schioccano, ardono e riscaldano il piccolissimo nido in cui siamo raccolti, mentre i cavalli lasciati in libertà sotto la pioggia minuta o gelida cercano fra le zolle appena abbandonate dalla neve qualche filo d’erba stenta e gialliccia. Del pane, del burro, della cioccolata e dell’acquavite ci tengon vivi fino all’indomani e distesi sul legno ci prepariamo alle future fatiche. Tre ore di sonno son presto passate e l’alba di un giorno che non è mai morto ci invita a rimontare a cavallo.
Sono le tre del mattino e siamo già tutti raccolti davanti alla porticina del saeter, circondati da un anfiteatro di monti coperti di neve. Ai nostri piedi, nel fondo della valle, dorme il pittoresco lago di Ojung, colle sue isolette multiformi, piene anch’esse di neve e di alberetti brulli, dove col nostro canocchiale possiamo vedere le prime gemme verdeggianti (è il 18 di giugno!). Se gli alberi lassù dormono ancora gli ultimi sonni del lunghissimo inverno, i prati sottili di quelli altipiani sono una vera bellezza, ed anche l’uomo meno innamorato della natura li rassomiglierebbe subito ad un tappeto della Persia, tanto sono variopinti e nel loro disordine policromo seducentissimi. Il mio Stephen, che mi accompagna nel mio viaggio, che mi conforta nella durezza del cammino coll’intelligente affetto e la giovinezza gagliarda, battezza per via tutte quelle gentili creaturine della flora norvegiana, ed io, conoscendole per nome, sento di amarle meglio.
È difficile trovare una vegetazione più originale, più caratteristica di quella che ho ammirato sugli altipiani di Ojung. Lassù alberi, muschi ed erbette, domati dal comune nemico, il freddo, si fan tutti piccini, si livellano alla stessa altezza e formano una superficie a cento colori, quasi una cesoia intelligente li avesse tosati. Fra i cespugli microscopici della Betula nana tu vedi i fiori folti della Azalea procumbens di color di rosa, i cuscinetti bianchi della Diapensia lapponica, i ricami rossi anch’essi della Silene acaulis, le chiazze gialle della Pedicularis oederi, le macchie bianche dell’Arctostaphylos alpina, le testoline dorate della Viola biflora; mentre fra un giardinetto e l’altro si distendono i microscopici boschetti dell’Empetrum nigrum e i larghi ciuffi dei licheni dai cento colori. Fra essi erge il suo capo molle e vaporoso la Cenomyce rangiferina, che ti fa sapere come il renne non debba esser lontano.
Ma pur troppo l’amor della vita non mi lascia ammirar lungamente quel tappeto persiano disteso sugli altipiani della Norvegia. Le difficoltà del cammino crescono ad ogni passo. Ora è una palude torbosa che ci minaccia, ora è un cumulo di neve che intercetta la via e dove i cavalli sprofondano: una volta il mio cadde sulle ginocchia e fu un miracolo se si potè uscirne, io e lui, colle membra sane.
Pioveva, faceva freddo e il silenzio intorno a noi era più freddo della neve; ma al di là del lago vi erano i lapponi e si tirava avanti con molta rassegnazione. Ma ahimè, un fiume spietato, il Galoe, cresciuto colle ultime pioggie, ci arrestava il nostro bagaglio fotografico, e soli col nostro cavallo, a guado e con molto pericolo si passava l’acqua scellerata, che ci impediva di fotografare i lapponi di Ojung.