A un certo punto una guida gridò: Ecco un renne! Era il primo ch’io avessi veduto e il suo bianco profilo e le sue corna gigantesche e il suo passo calmo e compassato mi rimasero scolpiti profondamente, là dove durano fino alla morte le memorie più spiccate dei nostri viaggi. Era un renne sbandato o un renne selvaggio? La nostra fantasia ci portava più volentieri alla seconda ipotesi, benchè si sappia da chi ha viaggiato nelle regioni polari, che dove abitano i rangiferi domestici, i selvatici si allontanano, quasi ripugnassero dall’ambiente della schiavitù che li circonda. Questo fatto però deve avere alcune eccezioni, dacchè il renne selvaggio si avvicina talvolta alle mandre delle renne civili e amoreggia con esse e le feconda, come vediamo accadere fra il cignale e il porco, tra il muflone e la pecora.

L’effetto esilarante di quel renne passò ben presto, perchè il cammino diveniva ad ogni passo più impraticabile e conveniva lasciare i cavalli in libertà e continuare a piedi la ricerca dei nostri lapponi. E i piedi ora si ghiacciavano nella neve ed ora si sprofondavano nella torba traditrice, or scivolavano lungo le pietre domate dalle lunghe carezze del ghiacciaio; ed io, sudato di dentro, inzuppato dalla pioggia di fuori, mi fermai più di una volta, guardando verso il sud e pensando a Firenze, alla mia bella Firenze, che in quella stessa ora doveva brillare nei raggi d’oro della sua aria profumata dai fiori.

L’ingegnere Hauan e le guide correvano dinanzi a noi coi loro garretti norvegiani, ma parevano tutti di pessimo umore, perchè non trovavano i lapponi. Alle nostre domande non rispondevano e dalla loro mimica generale era facile comprendere come dovessero bestemmiare, magari tra i denti, magari nel profondo silenzio della loro coscienza; ma con bestemmie cupe, crudeli, proprio di quelle che si riservano alle grandi occasioni, alle battaglie campali, che si devono combattere cogli uomini e colle cose. A noi incerti se dovessimo andare o stare, bastava vedere di quando in quando il profilo di una guida o il cappello di Hauan; ma a un tratto sparvero le guide, sparve il cappello dell’ingegnere e per più d’un’ora sentimmo intorno a noi il freddo del silenzio, che insieme alla pioggia minuta e ghiacciata, ci demoralizzava profondissimamente. Io, che colla mia fantasia e coi miei nervi corro dalla gioia al dolore con una velocità superiore a quella della luce, mi diedi per morto addirittura e mi sentii tutto quanto sommerso nella più nera nebbia della disperazione. Il bagaglio fotografico al di là del fiume in campagna rasa; i cavalli abbandonati al di qua, ma forse spersi; noi soli nel deserto abbandonati dalle guide e senza provviste. Mi gettai abbandonato sopra un tappeto di neve bianchissima, non contaminata da piede d’uomo o da zampe di animali, desiderando che esso mi avvolgesse come un lenzuolo funebre. E incominciai le lamentazioni di Geremia, accusandomi d’imprudenza e di leggerezza, bestemmiando anch’io come l’ingegnere e le guide contro i lapponi e più ancora contro il mio appetito, che è sempre maggiore del mio stomaco. Senza i conforti del mio amico, sempre sereno, sempre calmo, sempre sicuro di se stesso io mi sarei dato per morto; ma egli mi consolava, mi faceva vedere i lapponi a pochi passi di distanza, mi avviava sui colli fioriti della speranza....

Ma ecco ad un tratto un lontano latrar di cani, che si va facendo sempre più vicino.... Sono i cani dei lapponi. Sorgo dal mio lenzuolo funebre di neve, mi sento palpitare il cuore e rinasco a nuova vita. I piccoli cani neri son già fra noi e ci fanno festa; li seguiamo e in breve siamo dinanzi a due capanne lappone poste nel fondo di due piccole colline. Da una di esse esce una colonna sottile di fumo azzurro, che sembra farci festa e invitarci al desco ospitale di quella buona gente. Poco più che formicai di termiti, quelle due case sono un impasto di torba e di zolle tenute su da pochi pali. Un’apertura di sopra per lasciar escire il fumo, un’apertura triangolare davanti per lasciare entrare gli uomini, chiusa da una tela tenuta distesa da alcune assicelle. Essa è così stretta da dovervi passare a stento e con una duplice operazione di curvatura. Conviene chinare il capo e doppiare il dorso e poi mettersi di traverso. Non è comoda davvero quella porta, ma io vi sarei entrato a carponi, pur di poter vedermi in una capanna di lapponi. Qui convien davvero insegnare al corpo a piegarsi ad ogni momento e nelle più strane maniere; perchè appena entrato, devo gettarmi sul letto dei rami di betula, che formano il pavimento della casa, onde non esser soffocato dal fumo.

L’interno di quella capanna era uno dei quadri più originali che avessi veduto. Quanta miseria di agi e quanta ricchezza di vita, quanta povertà di spazio e quanto addensarsi di creature, quali contrasti di tinte per un pittore fiammingo, quante scene psicologiche per un filosofo, quante tenerezze per un amico degli uomini! Un imbuto nero capovolto, ecco la forma della casa; nere le pareti dal lungo bacio del fumo, nere le faccie umane, perchè anch’esse affumicate; neri Fick, Nump e Kiarf, che colle loro orecchie aguzze e i loro occhi più neri e più lucenti di un carbonchio si intanavano nelle pelliccie di renne distese sopra un elastico letto di betule; in mezzo, il fuoco contenuto fra tanta materia combustibile da grosse pietre e sopra il fuoco una catena che sosteneva una pentola. All’ingiro un monte di mestole, di coltelli, di carni affumicate, di redini per le renne, un arruffio di fanciulli, di donne, di ragazze, che sembravano rimescolarsi e fermentare insieme. In un angolo un quadretto di genere, che spiccava lieto e pittoresco nel quadro più grande. Era un bambino impellicciato, che alzava la sua bionda testolina impaurita dal suo letticciuolo e coi suoi grandi occhi ancora lucenti e istupiditi dal sonno beato di quella età ci guardava, senza sapere se dovesse piangere o ridere. Hauan e le guide erano anch’essi accovacciati in quell’antro, che sembrava risolvere il grande problema, che secondo la tradizione sacra dovrà esser risolto nel dì del giudizio universale dalla piccola Valle di Giosafatte. In quella capanna il contenuto pareva molto maggiore del contenente.

Nessuno di noi darebbe una simile abitazione al proprio cane o alla propria capra; eppure quei buoni lapponi, ricchi di più che tremila renne e che portavano anelli d’argento e che erano altrettanti Rotschild della Lapponia, non solo erano contenti di quella casa, ma erano gai, sereni, felicissimi. Quanto son mai diversi i gradi della contentabilità umana! Poco a poco feci conoscenza dei miei ospiti, che ci avevano accolti con una cordialissima stretta di mano. Gli uomini tutti assenti, perchè seguivano le renne, che pascolavano sopra un colle vicino. Margherita, la madre di famiglia, sui quarant’anni, dai capelli biondi castagni, colla sua faccia mongolica, col suo nasino piccino, colle sue mani e la sua pelle annerita dal fumo. Eva sua figliuola, di 18 anni, coi capelli d’oro chiaro, che rideva sempre, mostrando i suoi dentini bianchi, serrati gli uni contro gli altri. Era ingenua, era agile, era fragrante di una selvaggia bellezza. Coi suoi occhi azzurri, coi suoi capelli biondi, col suo piccolo nasino impertinente, coi suoi zigomi sporgenti, colla fresca pelle abbronzata dai lunghi geli, coi suoi piccoli piedi nudi e le sue piccole mani, aveva tutte le pericolose seduzioni di un frutto agreste, di cui s’ignora il sapore. Una sorellina di poco minore d’Eva, e due o tre fanciulli completavano la famiglia.

Quella buona gente parlava discretamente il norvegiano e il bravo ingegnere Hauan ci traduceva in tedesco ciò ch’essi dicevano, mettendoci in continua relazione di simpatie e di idee. La madre si mise subito a macinare dell’ottimo caffè, preparando in un batter d’occhi colle sue mani la bevanda prediletta dei lapponi, e si bevette raddolcita da candidissimo zucchero in pane. Dopo il caffè venne la colazione: carne di renne affumicata con sego di renne pietrificato dal freddo, il tutto cotto rapidamente al fuoco vivissimo di betula. Era un cibo duro ma saporito, fragrante di un aroma ircino, direi quasi selvaggio. Si mangiò tutto, si digerì tutto; ma si dovette lottare contro un vero mal di mare, vedendo la strana pulizia della buona Margherita. Essa aveva un suo grande mestolone di metallo, con cui ci serviva ora il caffè, ora il brodo denso e grasso di renne, ed ora l’acqua da bere. Quell’istrumento universale era sempre lavato colla lingua, che a guisa di strofinaccio mobilissimo ripuliva ogni grassume e rendeva il cucchiaio più terso dell’argento.

La lingua era per quella brava donna il sapone dei saponi, la scopa delle scope; tanto è vero, che quando ci congedammo, Margherita, prima di porgere la mano, se la leccò rapidamente e con straordinaria agilità. Di tanto in tanto la cortese ospite nostra, colle sue dita faceva anche la pulizia del naso, senza ricorrere in questo caso alla lingua.

Margherita era il movimento perpetuo in azione: ora rattizzava il fuoco; ora dava uno scapaccione ad un cane, che allungava il muso con troppa impertinenza verso la carne o il sego; ora puliva il naso colle mani ad una bambina, ora dava un pezzo di carne cruda ad un fanciullo, che aveva troppa fame per aspettare che il bollito fosse fatto; e tutto questo colla pipa in bocca, che si svuotava e si riempiva a brevissimi intervalli.

Saziata la fame e la sete, asciugati gli abiti, innalzati a più spirabil aere dall’ottimo caffè di quei lapponi, venne l’ora delle cortesie squisite, dei doni e del commercio. Uomini più diversi era difficile riunire in più piccolo spazio: latini e goti e scandinavi e figli degli antichi mongoli dell’Altai; gente cresciuta sotto i pampini della vite e i rami dell’ulivo o indurita dai geli sempiterni del polo, figli di Odino e figli di Orazio; ma tutti erano stretti in quel momento intorno ad uno stesso focolare e un unico ambiente li ravvicinava e li riscaldava alla stessa fiamma di simpatia.