Si tenevano lontani i lupi, gridando o piuttosto urlando il canto juvigen:
«Kumpi! don ednak vahag lekdakkam, ik shjat kalka dam paikest orrot, mutto dast erit daakkan maibme kietzhjai mannat, ja don kalkak dai patzhjatallat daiheke jetzhja lakai hawanet»
«Lupo, autore di molti mali, non rimaner più qui, vattene lungi di qui agli ultimi confini del mondo. Altrimenti o sarai trafitto dalle freccie o in qualunque altro modo perirai.»
I maghi, per scoprire il ladro, mettevano dell’alcool in una obba, e dicevano di sapervi vedere il ritratto del colpevole. Che s’egli non avesse reso le cose rubate, perderebbe un occhio o un membro. A rendere più solenne questo esorcismo, il mago urlava durante la sua inchiesta; e il ladro lappone, assai più ingenuo dei nostri, si rivelava spesso e restituiva ciò che aveva involato.
Agli antichi lapponi era giorno sacro il giovedì; con minor frequenza anche il sabato e il venerdì. Nei giorni creduti sacri era proibito cacciare e pescare.
Rispetto alla menstruazione avevano usi molto simili a quelli degli antichi ebrei. Quando una donna aveva il flusso mensile, il marito non poteva dormire con lei e neppur toccarle gli abiti. Essa non poteva scavalcare colle gambe un fucile giacente sul suolo, nè montare sul tetto della capanna, nè munger le vacche, nè passare presso la spiaggia, dove si mettevano a seccare i pesci.
Non mangiavano mai carne di porco, credendo che quest’animale fosse il cavallo dei maghi.
Non andavano a cacciare o a pescare dove erano chiese.
Non nominavano mai o quasi mai l’orso col proprio nome di guouzhja, temendo di offenderlo e di irritarlo a maggiori stragi. Lo chiamavano invece vecchio dalla pelliccia, moedda-aigja. L’orso ucciso era condotto quasi in trionfo a casa, ma si costruiva una speciale capanna per riceverlo, dove doveva esser cotto e dove nessuno entrava prima di aver mutato gli abiti. Era mangiato quasi unicamente dagli uomini, e solo qualche pezzetto era portato alle donne, badando che non fosse però degli arti posteriori. Questo scarso tributo non poteva esser portato loro attraverso la porta della capanna, ma sollevando in un angolo riposto un lembo della tenda. Le ossa dell’orso si seppellivano e per tre giorni uomini e donne vivevano isolati.
Quando si fondevano le palle per il fucile, si pronunziavano parole oscene.