Anche le divisioni geografiche, benchè traggano seco differenze di dialetto, non mutano però essenzialmente la pronuncia e il carattere dei lapponi, che possono essere studiati tutti insieme, come uno dei gruppi più naturali e più omogenei della grande famiglia umana. E diciamo omogenei, perchè l’incrociamento dei lapponi coi finni è un fatto raro; rarissimo quello cogli scandinavi.

Ed ora che li abbiamo contati e battezzati, guardiamoli in faccia per vedere quanta parte di essi sia in noi e quanta parte di noi si ravvisi in essi.

Heine ce n’ha dato un ritratto umoristico in alcuni versi famosi, dove però l’umorismo si associa al tratto sicuro dell’uomo di genio. Spesso la caricatura è più rassomigliante che il ritratto.

In Lappland sind schmutzige Leute,

Plattköpfig, breitmaulig und klein,

Sie kauern um’s Feuer und backen

Sich Fische und quäcken und schrei’n.

Un altro ritratto a stile linneano ci fu dato dal Knud Leem, ma non vale quello dell’Heine: Vultum habent fusci et luridi coloris, capillos curtos, latum os, genas cavas, menta longa, oculos lippos. Qui si vede, che il prete studiava assai meglio l’anima che il corpo e non sapeva vedere che le guance erano sporgenti, che il mento era piccino e che la pelle era sudicia e non fosca. Il poeta ha saputo vedere molto meglio che il prete, ma è naturalissimo. Se il poeta non avesse lo spirito acuto e profondo dell’osservatore, mancherebbe la corda più potente alla sua lira.

L’impressione prima, che ci fa un lappone, è quella di una creatura umana povera, modesta, che chiede scusa ai forti di trovarsi in questo mondo, di cui domanda d’occupare il menomo posto possibile. È tanto piccino il poveretto, è così poco agile nel suo inviluppo di pelliccia, ha così poche pretensioni a tutti gli excelsior della nostra vita europea, che noi proviamo per lui quella simpatia piena di compassione e di benevolenza, che ci ispira ogni uomo che non desta in noi nè invidia nè ira. Infatti tutti i viaggiatori hanno sempre parlato con molta simpatia dei poveri lapponi e alcuni si spinsero fino al lirismo del sentimento, che falsa la verità; e lo vedremo più innanzi, parlando del carattere morale di questi nostri terzi cugini della grande famiglia europea. Rèclus, che è forse l’ultimo scrittore che ci abbia parlato dei lapponi, ne fa davvero un ritratto troppo lusinghiero, seguendo il Van Düben. Dice, che la loro fronte è nobile e più grande di quella degli scandinavi e aggiunge: La bouche est souriante, l’éclair du regard vif et bienveillant, le front élevé est d’une veritable noblesse.

Questa è una vera adulazione, ma si avvicina assai più al vero che lo sprezzo e la ripugnanza, che hanno quasi tutti i norvegiani per i loro poveri vicini di stirpe mongolica. Sono espressioni comuni: ne faccio caso come di un lappone. — Un lappone non vale più di un cane. È il Von Buch, che ha raccolto questi insulti, che oggi si ripetono forse meno spesso, forse perchè i lapponi si ubriacano meno di una volta. In ogni modo è sempre assai diverso il punto di prospettiva, da cui un popolo inferiore è veduto da un viaggiatore e dai vicini di casa. Il viaggiatore è quasi sempre di buon umore e disposto all’ottimismo e colora quindi con tinte rosee tutti gli oggetti che vede e che riproduce nei suoi libri; quando invece una razza superiore ha nelle sue costole uomini molto inferiori, che non può nè educare, nè uccidere, si sente poco disposta ad essere indulgente. Se voi andate in Norvegia e parlate con i prefetti delle provincie, occupate anche da lapponi, non vi siete ancora seduti, che avete subito a udire le lamentazioni dello scandinavo contro il same: — Son sudici, son furbi, colle loro renne ci invadono i campi; non se ne può far nulla, essi sono il flagello della mia provincia. Hanno in parte ragione, ma dimenticano ancora che il nord della penisola non saprebbe dar nè pane nè salute alle razze scandinave e che queste dovrebbero nell’inverno far senza dei ghiotti bocconi della carne di renne, se quei poveri same sparissero dall’oggi al domani dalla faccia della terra.