I lapponi hanno la pelle bianco-bruna e molti fra di essi, quando fossero ben lavati, sarebbero più bianchi di un italiano.
La fronte del lappone è bella, ampia, alta e tale da fare singolare contrasto con altri lineamenti proprii di razze inferiori.
Gli occhi per lo più grigi o d’un azzurro chiaro, non di raro però anche castagni. Sono piccoli, con poche ciglia e spesso lagrimosi ed anche cisposi, ciò che si deve al viver sempre tra il fumo e il baglior delle nevi. Il Leem racconta, che nell’inverno al ritorno dalla caccia rimangono ciechi per varii giorni. Eppure non sogliono portar occhiali per difendersi dalla bianchezza delle nevi, come fanno altri popoli circumpolari. Alcuni di essi mi dissero di averli gettati via, perchè indebolivan loro gli occhi, che devono invece fortificarsi contro il riflesso bianchissimo dello nevi e del ghiaccio[7].
Il naso è in quasi tutti i lapponi di una stessa forma e può dirsi uno dei caratteri più salienti della loro razza; è corto, appiattito, larghissimo alla base e con una punta piccina, talvolta rivolta anche all’insù. La bocca è grande, con labbra sottili e denti stupendi; sia per la loro regolarità, quanto per la loro bianchezza e resistenza. Anche i ciukci avrebbero queste preziose prerogative e lo stesso si afferma anche di altre genti iperboree, per cui si potrebbe sospettare, che la bellezza dei denti fosse in essi conservata dall’atmosfera fumosa delle loro capanne e dall’azione del freddo.
La faccia è sempre larghissima, ma questa larghezza diminuisce rapidamente verso il mento, che termina quasi a punta, essendo il mascellare inferiore piccolo e delicato. È questo che dà alla faccia d’un lappone il carattere tipico del mongolo, che talvolta trovasi evidente come nelle razze più turaniche del nord dell’Asia orientale, mentre per gradazioni infinite può svanire tanto da dare alla fisonomia il carattere ariano. È difficile dire se ciò si debba alla mischianza di altro sangue o alle variazioni individuali, delle quali è suscettibile ogni uomo nato sotto il sole.
Le mani e i piedi sono piccoli, come la piccolezza del corpo lo esige e il dito indice della mano è sempre più corto dell’anulare, talvolta in modo veramente rimarchevole. Quest’osservazione, che fu fatta per la prima volta da noi darebbe ragione all’Ecker[8] che in questo fatto trovava un carattere proprio delle razze inferiori, e che le ravvicina alle scimmie antropomorfe.
I lapponi son gente longeva e sana. Il mio compagno di viaggio ne vide parecchi ottuagenarii e anche nonagenarii. Non hanno malattie speciali e il Leem dice di non averli mai veduti nello spazio di dieci anni malati di dissenteria, di lebbra o di febbri maligne (febbri tifoidee?). Pare che soffrano rarissime volte di tisi, spesso di cefalea, ma è assai difficile raccogliere notizie positive sulla loro patologia, perchè si curano da sè e ben di raro ricorrono ai nostri ospedali. Dicesi che sieno loro rimedii popolari i rivellenti e l’assa fetida. Curano molti mali interni, bevendo sangue caldo di foca o di renna. Curano il leucoma, mettendo nell’occhio un pidocchio, e il mal di denti, fregandoli con un legno tolto da un albero colpito dal fulmine. Adoperano il filo tolto dai tendini del renne per legare le membra rotte o lussate, ma le donne devono prenderlo da un animale femmina e i maschi da un maschio. Il grasso d’orso era rimedio sovrano contro i reumi, ma anche in questo caso uomo e donna dovevano servirsi dell’adipe tolto dall’animale dello stesso sesso.
Qualche rara volta entrò in essi il vaiuolo e ne fece strage.
I lapponi non son brutti, e le fanciulle nel sorriso della loro primavera possono talvolta dirsi anche belle.
Il concetto, che ho potuto formarmi della loro fisiologia generale, non può dare appoggio alla opinione del Virchow, che vorrebbe fare dei lapponi una razza patologica. È una razza piccola, meschina, ma adatta all’ambiente che li circonda. Tanto varrebbe dire che la betula nana è una specie patologica. Del resto non insisto nel combattere il mio illustre amico di Berlino, non avendo mai creduto che le frontiere fra la fisiologia e la patologia esistano davvero nella natura; sono confini segnati dalla nostra matita nei nostri libri e nulla più.