Non sarà inopportuno confrontare l’alimentazione dei lapponi con quella degli esquimesi. Questi si nutrono specialmente di cibi animali e più particolarmente di foche, di balene, di mammiferi terrestri e di grasso di morsa. Questo si mangia crudo e si dà come una fina ghiottoneria ai bambini. Quello delle morse non è dispiacevole e rassomiglia molto al formaggio, quello delle balene ha invece un sapore di rancido. È indifferente per gli esquimesi se la carne sia fresca o semiputrida, cotta o cruda. Le carni degli animali selvaggi, anche se cotte, sono sempre condite con una salsa d’olio di pesce. Questo si prende anche coi frutti di cui si cibano. Il pesce si mangia quasi sempre crudo o seccato al sole o conservato nel suolo ghiacciato. I cibi vegetali sono molto scarsi e si riducono alle foglie crude e acidule del Rumex domesticus e alle radici del ma-shu (Polygonum bistorta), che arrostite sulla cenere rammentan la patata. Per l’inverno si fa grande provvista dei frutti gelati dell’Empetrum nigrum, del Rubus acaulis, del R. chamaemorus, del Vaccinium uliginosum, del V. vitis-idaea, del V. oxycoccus, del Cornus suecica e dell’Arbutus alpinus[9].

Anche l’acqua per i poveri Lapponi è ghiacciata o torbosa e scarsa. Nel primo caso fanno cuocere il ghiaccio per renderlo potabile, nel secondo la sorbiscono dalle pozze sottili con un osso forato o una cannuccia.

Sono delizie della povera cucina polare il caffè e il tabacco. Avete già veduto come preparano il primo; usano del secondo, fumandolo nella pipa o ciccandolo. La pipa è sempre nella bocca d’ogni lappone di ambo i sessi e d’ogni età e ciò impedisce loro di essere più spesso ciccatori. Quando il tabacco è scarso, si mettono in giro seduti per terra e da una sola pipa passata in giro fumano tutti. Quando manca del tutto la divina nicoziana masticano perfino i vasi di legno o le boccie che lo hanno contenuto. Si assicura anche che ciccando sputano nella palma della mano e tiran su per le narici quel succo prezioso, onde nulla vada perduto del loro divino narcotico. Aveva dunque ragione il mio Sommier di dirmi, che i lapponi hanno tre Dei: il fuoco, il caffè e il tabacco. Per me è fuor di dubbio che l’abuso del caffè e del tabacco contribuisca assai a dare ai lapponi un nervosismo singolare, che tanto spesso li porta alla allucinazione e a tutti i più strani isterismi della fantasia; ma quei poveri uomini come potrebbero tollerare la loro vita polare senza quei due alimenti nervosi?

I lapponi hanno tutti i caratteri più salienti dei popoli bassi. Spensierati, inerti, o per eccezione, affaccendati; capricciosi e in tutto simili ai nostri fanciulli. Sono i figli di una terra fra le più sterili della terra, coperta dai ghiacci per tanti mesi dell’anno, e nulla hanno fatto per tentar di corregger la terra e renderla più feconda. L’ambiente li domina, non essi l’ambiente. Senza il renne cesserebbero di esistere o si trasformerebbero (se pur fosse possibile) con costumi o indole affatto diversi. D’inverno è notte eterna ed essi dormono lunghissimamente: nell’estate il sole brilla sempiterno sull’orizzonte ed essi dormono poco o nulla. Quando Forbes si meravigliava di veder lavorare a Bosekop anche di notte e di veder la gente dormir pochissimo e irregolarmente, gli si rispondeva: abbiamo tempo abbastanza per dormire nell’inverno. Io però li ho veduti anche nell’estate dormicchiare di giorno e di notte. Quando non hanno altro a fare di meglio, si sdraiano lì per lì sopra il suolo, nel canto di una via, sopra un mucchio di pietre o di tavole, e lì ammonticchiati gli uni accanto agli altri sembrano fagotti di pellicce e di panni sudici.

Il vestito, la casa e la slitta del lappone dicono gran parte della sua vita.

Se volete fare uno studio accurato del vestiario dei lapponi, leggete il capitolo IV dell’opera del Knud Leem, già tante volte citata, e che è uno dei migliori. Dopo più di un secolo quella brava gente si veste ancora nello stesso modo, senza sacrificare alla capricciosa Dea della moda. Hanno sempre i loro calzoni di pelle di renna, la loro grande casacca di pelliccia di renna, le loro scarpe di pelliccia di renna, e i loro svariati berretti. Pare soltanto che nel secolo scorso portassero più spesso il kersey o berretto in forma di pan di zucchero. Le donne si distinguono dagli uomini quasi unicamente per la copertura del capo, che ora è una cuffia, ora un elmo di legno coperto di stoffe dai vivi colori. La camicia, le calze, tutto ciò che è bisogno urgente di pulizia per tutti noi, brilla per la sua assenza e non so davvero capire come l’abitudine possa render loro sopportabili quelle ruvide pelliccie, che d’estate portano col pelo infuori e nell’inverno col pelo in dentro. In questa stagione al di sopra della prima casacca pelosa ne portano una seconda col pelo all’esterno e aggiungono spesso un terzo vestimento di panno. Per i più ricchi o i lyons questo vestito si sostituisce nella stagione calda alle pelliccie. Non portano mai quel soprabito di pelle d’intestino di foca o di balena, che in altre razze iperboree impedisce che la neve si appiccichi al pelo e formi una irta crosta di ghiacciuoli.

La calzatura è la parte più originale e civettuola del vestito lappone. Sono scarpe di pelle di renna col pelo all’infuori, che si fermano con lunghi lacciuoli di lana intrecciati sopra il calzone di pelle e sono imbottite di morbido fieno, che chiamano sueinek e i norvegiani dicono sene, senne, sennegraes o lap-renne o komagraes. I lapponi svedesi lo chiamano invece col nome di kappnocksuini, e gli svedesi lapsko-graes. È il Carex vesicaria di Linneo. I lapponi portano spesso sopra di sè anche un’altra specie di odorosissimo fieno (l’Anthoxantum odoratum) che nascondono nel petto e sotto le ascelle per profumarsi. È questa davvero una leccornia epicurea, che non si crederebbe trovare in un popolo di gusti così semplici e selvaggi.

La casa si distingue in quella d’inverno e in quella d’estate. Avete già veduto nella gita a Ojung come sia fatta la prima, ma vi descriverò meglio la povera porta di quella capanna collo stile pittoresco del Leem:

Janua tentorio ex tegillo laneo, in formam pyramidis secti conficitur, cujus pars interior tendiculis, qualibus fumatus salmo distendi solet, dispanditur. Hujusmodi tendiculis, quos zangak appellant lappones, si careret tegillum, vicem januae praestare nequiret. Ad utrumque ostii latus tenuis pertica birshiamas lapponice dicta, postium suppletura defectum erigitur. Vento increbrescente, janua, quae superne tantum, et quidem e solo loco, suspensa est, alberi perticarum alligatur, ita ut ad illud latus, cui ventus instat, prorsus occlusa sit, quod ni factum fuerit, perflante vento turbaretur in foco ignes, sufflaminatusque fumus totum tentorium compleret[10].

Quando un lappone in un viaggio marittimo deve sbarcare sovra una costa deserta, con tre remi e un pezzo di stoffa si improvvisa una capanna. E poco diverso da questa è la tenda d’estate fatta di tela e rami d’albero.