Allegri e ciarloni amano chiacchierare lunghe ore; e a noi figli del secolo XIX sembra strano come possan trovare nel loro piccolo mondo materia a tante ciarle. Cantano senza alcuna armonia e declamano volentieri le loro poesie, improvvisando anche i loro vuoleh, specialmente quando sono rallegrati da un po’ di acquavite. Spesso due cantori si abbracciano e tenendosi allacciati lungamente, si rispondono a vicenda col canto, piangendo per la commozione.
A Hvalsund, un lappone russo, per nome Ole Olssen, udendo dinanzi a Marmier cantare una melodia tenera e querula, si commosse, abbassò la testa e le sue guancie si bagnarono di lagrime. — Oh, diss’egli a un tratto, noi non cantiamo qui, ma noi canteremo nel cielo.
De Latour, leggendo questa scena commovente nelle lettere direttegli da Marmier, rispose con questo sonetto:
Pendant que tu disais ta ballade de France,
Sous le toit de ton hôte un vieux lapon entra,
Qui s’assit à tes pieds, dans un pieux silence,
Longtemps te regarda chanter et soupira.
Puis ses yeux s’animant d’un rayon d’espérance:
«Nous ne chantons pas, nous, mais une heure viendra,
Où Dieu, prenant pitié de sa longue souffrance,