Questa però è una esagerazione, perchè anche i lapponi cantano, ma rarissimamente e molto male. È certo che non hanno alcun istrumento musicale (et ne instrumentum quidem musicum inter eos reperire licet, Leem). Sommier vide una volta un flauto di arcangelica, ma era certamente di origine norvegiana. Il Leem tentò più volte di insegnar loro il canto corale, ma sempre inutilmente. Modulatio lapponum incondito cuidam clamori vel etiam ululatui quam vero cantui simili est.
I lapponi tirano al bersaglio per divertirsi, giuocano alla palla e al giuoco dell’oca. È una volpe che deve difendersi da tredici oche. Hanno anche il sakku, giuoco antichissimo, forse di origine asiatica, che rassomiglia assai agli scacchi. Sogliono anche lottare con bastoni.
I loro nomi di battesimo si danno quasi sempre sulla guida dei sogni e sono nomi norvegiani storpiati dalla desinenza lapponica:
| Andrea | diventa | Anda o Adda |
| Giuseppe | » | Iuks |
| Lorenzo | » | Lalla |
| Niccolò | » | Nikke |
| Olav | » | Wulla o Volale |
| Pietro | » | Piettar |
| Paolo | » | Pave |
| Giovanni | » | Anthe. |
Usando però lavare ogni giorno i loro bambini nell’acqua calda, danno loro spesso dopo il lavacro un altro nome, quando piange troppo od è malato e quando, come essi dicono, si mostra scontento del primo nome. Questo battesimo si amministra colle parole:
De mon bausam duu dam Nabmi N. N., ja dam Nabmi buurist kalkak sellet.
Io ti lavo nel nome di N. N., col qual nome tu starai bene.
È questa la ragione per cui i lapponi portano spesso due o tre nomi, e quello del lavacro riesce spesso più poetico, perchè inspirato dall’affetto delle mamme. Ricordo fra gli altri questo: utze beivatzh, piccolo sole.
I lapponi sono timidi e si lasciano spaventare come fanciulli, giudicando subito per miracolo ciò che non hanno la facoltà d’intendere.
La ricchezza dei lapponi è misurata dal numero delle renne che posseggono. Ai tempi di Von Buch una famiglia, che non avesse che cento rangiferi, era molto povera e non esente dal pericolo di morir di fame. Incominciava ad essere agiata, quando il numero delle renne giungeva a 400. Anche oggi con piccola differenza, queste frontiere della povertà e dell’agiatezza durano ancora. In caso di epidemia del bestiame, il lappone rimasto privo d’ogni ben di Dio, non ha altra risorsa che di servire presso una famiglia ricca o di avvicinarsi al mare, trasformandosi in pescatore. Il mendicante non esiste in Lapponia. Noi abbiamo conosciuti lapponi, che possedevano 3000 renne e 70 od 80 mila lire in tanti talleri e gioielli d’argento, che mettevano alla banca, o più spesso nascondevano sotto terra e nelle torbe. Van Düben racconta il caso di un ricco divenuto cieco, che non potè più ritrovare il proprio tesoro, nè dare indizii sufficienti ai suoi, perchè lo trovassero. Si può calcolare all’ingrosso che duemila renne rappresentano 20,000 reichsthaler, ma una buona renna da tiro può valere anche 45 lire.