I lapponi in generale sono economi, e nei loro contratti preferiscono l’argento, che chiamano blanca, alla carta, che non ha però corso forzoso. Una volta il commercio si faceva per cambii, ora si fa invece col denaro. Fanno spesso dei regali ai loro avventori e clienti, ma colla sicurezza di riceverne il contraccambio. Ho veduti i lapponi vendere e comprare e li ho trovati in tutto simili ai miei indiani dell’America meridionale. Son brontoloni, insistenti, meticolosi; nascondono la furberia sotto un denso strato di bonomia e di apparente stupidità, ma alla fin dei conti, trattando con noi, gente di razza alta e di morale evangelica, riescono più spesso canzonati che canzonatori.

Ogni mercante scandinavo, che è in rapporto di commercio coi lapponi, ha i proprii clienti. Quando si vuol fare un contratto, egli deve prima d’ogni altra cosa far portare dell’acquavite e offrire piccoli doni. Il lappone dal canto suo offre carne di renne e selvaggiume, che riceve poi cotta dal suo mercante. In generale, saldati i conti, e chiuso il bilancio, il povero lappone rimane sempre indebitato, ciò che lo tien stretto al suo cliente, senza poter offrire le cose sue ad alcun altro mercante. I debiti si segnano in modo molto semplice con tacche fatte sopra un pezzo di legno, che si taglia in due pezzi eguali, uno dei quali rimane al creditore, l’altro al debitore. Ogni tacca indica in generale una mezza corona (lire 0,75).

Quando si pensa, che immensi deserti di paludi e di ghiacci separano debitori e creditori per lunghi mesi, si deve dare una corona civica di onestà ai quei poveri nani iperborei, che menano i loro affari commerciali con tanta ingenuità di forme e fedeltà di promesse.

I lapponi godono di tutti i diritti dei cittadini di Svezia e di Norvegia, ma non si accorgono davvero di averli.

Pagano le loro imposte fedelmente; imparano a leggere e scrivere, perchè è anche questo un loro dovere e perchè si rifiuterebbe loro il sacramento della confermazione, al quale tengono moltissimo; ma la loro coltura letteraria si riduce per lo più a leggere malamente il Vangelo o a fare a un dipresso la loro firma. Alcuni di essi però sono suscettibili di studio e di coltura. Io conobbi un lappone, maestro di scuola stipendiato dal Governo di Norvegia e che insegnava il norvegiano e l’aritmetica ai suoi piccoli scolari della Lapponia. Del resto meglio assai saranno ritratti i lineamenti psichici di questa gente nei due capitoli, che dedicheremo più innanzi al loro mondo ideale e alla loro religione.

Qui basterà a completare il loro ritratto il poco che potrò dire delle loro industrie e delle loro arti.

Di sensi acuti, sono molto abili al tiro, e così, come nel secolo scorso erano ancora abilissimi tiratori d’armi, oggi lo sono col fucile o la carabina.

Del resto, trovandosi in continui rapporti colla civiltà scandinava, comperano belle e fatte molte cose, che potrebbero e saprebbero fare da sè, se dovessero ricorrere alle sole proprie attitudini. Oggi essi si accontentano di preparare il loro filo, le loro pelliccie, i loro cucchiai d’osso ed altri piccoli utensili.

Il filo si prepara dalle donne coi tendini delle renne. Si tostano al fuoco, si battono finchè divengono molli, o si masticano e poi si fregano sulle guancie o sul ginocchio finchè siano ridotti in fili sottilissimi (et palma ad maxillam affricando, in tenuissima fila contorquent, Leem). Con telai molto primitivi fatti di osso intrecciano le loro fascie di lana a varii colori. Filano lo stagno con molta arte e ne ricamano le loro fascie. Sanno anche tingere il panno in giallo o in rosso, adoperando il Lycopodium complanatum, la radice del Rumex acetosa, i fiori del Galium verum.

Le donne preparano le pelliccie, scarnando bene le pelli e ungendole poi a più riprese con olio di fegato di pesce. Gli uomini invece fabbricano i loro cucchiai colle corna delle renne, incidendovi fiori e disegni di renne. Fanno anche vasi di legno coi tronchi e le radici delle betule. Bordier disse, che i disegni incisi dai lapponi sui loro cucchiai e sulle loro scatole o agorai rammentano quelli dei vasi scandinavi dell’epoca del bronzo. Egli aggiunge, che filtrano il latte di renne attraverso un ingegnoso filtro di crino, onde levarne i peli. Quanto a me, non ho trovato presso i lapponi altro strumento più ingegnoso di un grande cucchiaio per cogliere rapidamente e bene una grande quantità di frutti di bagiole, ed io consiglierei i nostri montanari a farne di simili, invece di cogliere una per una le bacche dei loro mirtilli. È un cucchiaio di legno simile in tutto a quello, di cui si servono i barcaiuoli del Lago Maggiore e del Lago di Como per cavar l’acqua dai loro burchielli e sul labbro anteriore vi è un pettine a larghi denti, che scorrendo tra le pianticine del mirtillo, ne distacca i frutti, facendoli cadere nel cucchiaio[16].