La natura in Sardegna. — I boschi d’aranci di Millis. — Lande e foreste. — Fauna. — Gli uomini della Sardegna. — Etnografia sarda e tipi più salienti. — Le donne sarde. — Mancanza del proletario. — Carattere e costume dei Sardi. — Aneddoti di vendette e d’amori. — Foggie di vestire. — Ospitalità splendidissima dei Sardi. — Pranzi e gastronomia.
La Sardegna ha molte pianure vaste, deserte, malinconiche; ha lande che la ferrovia non ha ancora accorciate, che l’aratro non ha ancor rotte, e dove gli occhi stanchi e annoiati cercano invano un albero. Cisti dalle foglie rugose; lentischi troppo superbi per esser erbe, troppo nani per esser piante; asfodeli senza fine; qualche arbusto rachitico o spinoso, qualche oleastro bitorzoluto e coi rami contorti dalla lunga tortura della bufera marina. Mi ricordo che, andando da Nuramini per Villasor ed Uras verso Oristano, salutai il primo pioppo come un amico e mi fermai ad ascoltare il lieto mormorìo della brezza che cinguettava fra i suoi rami, fra le sue mille e mille foglie. Dopo gli stecchi con tosco delle lande deserte avevo finalmente dinanzi a me un albero grande, sano, che mi pareva un essere felice. In molte lande presso Porto Scuso e fra Seui e Cagliari vidi molti cespugli di ramerino selvatico che rallegravano gli occhi coi loro mille fiori violetti e ridestavano le narici a ricordi gastronomici. Io lo cimentai alla prova della casseruola e lo trovai assai più aromatico di quello che coltiviamo nei nostri orti.
Dove la pianura fu solcata dall’aratro, la landa è divenuta campo; ma le infinite siepi di opunzie del Campidano e la povertà degli alberi non fanno troppo lieti quei paesaggi della Sardegna. Anche i rari boschi di mandorli son piante troppo cinericcie e che sembrano accordarsi col glauco monotono e triste del cacto. A molte campagne sarde manca la prima allegrezza della casa colonica, dei cento campanili che alzano il capo petulante in mezzo ad una tavolozza tutta verde e tutta allegrezza. Di vivo per molte e molte miglia non vedete spesso che un branco di pecore, nere anch’esse per la maggior parte e che rodono silenziose le erbe fra le pietre sparse anch’esse qua e là come pugno di cenere sul capo di un penitente.
Il più bel paesaggio che la Sardegna deve all’industria umana è la foresta di aranci di Millis. Se visitate Oristano non dimenticate quel paradiso terrestre e scriverete nel vostro libro d’oro una giornata delle più care della vita: intendo sempre, se avete cuore d’artista, se sentite il santo amore della natura. Il villaggio è come molti altri della Sardegna; ma dovete visitarvi il palazzo del Marchese Boys di Putifigari coi suoi cento antenati; dovete gettare uno sguardo amoroso ad una chiesuola circondata da alberi altissimi; chiesuola dalle tinte grigie e dal simpatico rossiccio della terra cotta; tutta quanta coperta di edere, che come fiamme di razzi convergenti la abbracciano con strettissimo amplesso. E poi e poi convien gettarsi a corpo perduto, a cavallo o a piedi in quella foresta d’aranci, dove vi inebbriate d’un profumo orientale e vi trovate sul capo, fra i piedi, dapertutto, una pleiade di milioni d’arancie squisite, che si vendono fin 25 e 15 centesimi al centinajo, degne rivali per profumo e dolcezza delle sorelle di Palermo. Nel bosco d’aranci che apparteneva al capitolo della cattedrale d’Oristano e ch’io trovai in vendita vi sono alberi che danno più di 5000 frutti. È però nel bosco del Marchese Boys che trovate l’arancio più colossale, chiamato il re degli aranci; un uomo non lo può abbracciare, ha maestà e dignità dei maggiori fra i nestori del regno vegetale. Sotto quelle ombre deliziose crescono più modesti, ma più profumati gli alberetti delle mandarine, ch’io trovai ottime fra quante ho mangiate in Sicilia, in Africa e in America. Eppure quei preziosi alberetti si posson contar sulle dita; eppure a Millis imputridiscono ogni anno milioni d’aranci per mancanza di uomini, di strade, di un industria attiva e perspicace. La natura è feconda e impunemente prodiga; e l’uomo povero in mezzo alle ricchezze.
La vita agricola della Sardegna vi presenta un altro quadro interessante ed è quello degli oliveti, e abbiam già avuto occasione di ammirare quei di Bosa e quei di Sassari.
La Sardegna potrebbe far concorrenza coi suoi olii ai migliori del continente e già furon premiati quelli della deserta e sconosciuta regione dell’Ogliastra. Eppure abbiamo foreste di olivastri colossali che nessuno innesta e cadon le ulive sul suolo deserto, preda ai cinghiali e alle capre. Eppure in antichi tempi si comandò per legge che nella terra ferace d’oleastri se ne innestassero almen dieci per anno e si offerse perfino la nobiltà a chiunque allevasse certo numero d’olivi.
Ed ora che vi ho mostrato il brutto convien volgere lo sguardo alle bellezze della Sardegna, che son molte. Avete colli mollemente ondulati e coltivati dal capo ai piedi; avete ruscelletti e fiumi che serpeggiano limpidi e rumorosi fra cespugli di leandri silvestri, veri mazzi di rose nei mesi dell’estate; avete poche, ma belle foreste, ultimi avanzi di un manto imperiale che un tempo copriva splendidamente gran parte dell’isola e che fu strappato lembo a lembo con feroce vandalismo dagli avidi speculatori, ch’io vorrei chiamare i guastatori della Sardegna. Le cifre raccolte dalla Commissione d’inchiesta mostreranno agli Italiani l’estensione di quelle stragi barbariche; a me conviene mettere il dito sul peccato e sul peccatore; alzare il grido d’allarme dell’uccello che vede il falco, lo denunzia ai compagni e tira via nel suo aereo cammino. Milioni e milioni di lecci, di quercie, di sugheri furon convertiti in carbone; una mina d’oro fu distrutta dalla scure spietata e i nipoti, vagando per quelle terre deserte, fra i tronchi monconi degli alberi distrutti malediranno i loro padri, imprevidenti scialacquatori di tanta ricchezza.
A Taquisara fra Lanusey e Seui ho veduto vergini foreste di elci, sicuramente fra le più belle che abbia incontrato nei miei viaggi. Alberi alti così che l’occhio deve cercar posizioni nuove e faticose per trovarne la cima; così folti da doversi intrecciare gli uni cogli altri; e qua e là il cadavere maestoso di un colosso fulminato dal cielo e fraternamente accolto fra le braccia degli alberi vicini che vivono da secoli in confidente famigliarità, in regime di repubblica, primitivo, senza noja di regolamenti, nè balzelli di tasse, nè tirannia di leggi. E fra i lecci giganti un mezzo ceto di corbezzoli dalle foglie lucenti, di tassi dal fiero cipiglio; e più giù un popolo minuto di eriche, di clematidi, di arbusti, di arboscelli, di erbe. E cascatelle di acqua chiacchierina che si lascia cadere e fa capriole fra graniti coperti di muschio, dove le goccie d’acqua fermate dal loro velluto son perle e dove il sole filtrato attraverso quella volta di verdura spande una penombra mite e silenziosa.
La Gallura è la Svizzera della Sardegna, e i graniti son così dislocati in cento modi, e giù per quella china di monti si son fermati mille e mille ciottoloni arrotondati in tante guise che tu crederesti vedere il campo abbandonato dai Giganti che vollero scalare il cielo. La natura coi graniti della Gallura ha saputo fare uno dei quadri più fantastici e bizzarri, dove il tragico e il grottesco si accordano stupendamente, e le forme pigmee e gigantesche dell’estetica minerale si trovan vicine e coi loro contrasti ci danno sensazioni nuove e non aspettate. Duolmi che le nevi e l’insolita inclemenza della primavera di quest’anno mi abbiano impedito di visitare il Gennargentu, il gigante dei monti sardi e che deve muovere colle sue foreste e i suoi macigni fortunata guerra alle bellezze per me carissime della Gallura.
Il cacciatore trova nella Sardegna il suo Eldorado, ed io coi miei occhi ho veduto tante allodole nei campi da poterne far bottino di un centinaio in una mattinata; e dalla mia carrozza ho seguito le pernici che correvan dinanzi ai miei cavalli; e a tiro di pistola ho veduto beccaccie e anitre e selvaggiume d’ogni maniera. Nei boschi poi e fra i cespugli hai tanti cignali, da poterne ammazzare quanti tu vuoi; e sugli alti monti puoi ancora, senz’esser principe, deliziarti della caccia principesca di cervi, di caprioli e di mufloni.