Quest’animale è interessante assai e in Italia non si trova che in Sardegna e in Corsica; ha figura di pecora ma col pelo del cervo, e ha corna che si attortigliano in modo molto pittoresco e che giungono a smisurata lunghezza. Io ne posseggo un pajo che mi fu regalato dai cortesissimi miei colleghi di Nuoro, dottori Alberto e Luigi Calamina, e che per il loro peso impedivano ogni rapido movimento all’animale che le portava; caso strano di corno suicida! Il muflone vive a stormi, salta come il camoscio, e ha carne saporitissima; ed io la trovai ottima anche senza il soccorso di magisteri culinari, cotta coll’acqua e il sale. Il muflone s’addomestica facilmente e si accoppia colla pecora; e i meticci meritano di essere studiati in quest’epoca di idee darviniane. Ho veduto anche molti meticci di cignale e di porco, ma il porco della Sardegna è così poco diverso dal suo fratello selvaggio da potersi confondere facilmente con esso.
Gli animali domestici della Sardegna son celebri per la loro piccolezza, e quell’isola ha cavalli, asini e porci nani. Le razze cavalline sono con torto di tutti (governo e sardi) troppo trascurate. La resistenza alla fatica e la sicurezza del piede del cavallo sardo son davvero sorprendenti, quasi miracolose. Io ho viaggiato per ore ed ore per erti dirupi con un cavallo magro e stecchito, a digiuno da un giorno; e quel cavallo, in ciò superiore alla moglie di Claudio imperatore, giungeva alla meta del viaggio, nè stanco nè sazio. Benchè abbia vissuto per quasi quattro anni sul dorso dei cavalli argentini quasi selvaggi, ho dovuto inorridire alla vista dei miei compagni di viaggio che dinanzi a me scendevano al trotto dalla ripida erta d’un monte d’argilla sdrucciolevole e sfatto dalla pioggia. Mi pareva veder quella gente e me stesso al suolo ad ogni momento; ma i cavalli sardi tiravan dritto e per misteri di un ignota meccanica spostavano ad ogni momento e ad ogni momento ritrovavano il loro centro di gravità. Il cavallo sardo ha tre grandi virtù cardinali: brio, sicurezza di piede, temperanza arabica; e conviene che l’arte, conservando queste virtù, le incarni in un tipo di forme eleganti e allora le razze cavalline sarde saranno fra le prime d’Europa.
I Sardi possono far molto per migliorare la loro razza di capre, animale che in pochi paesi d’Italia trova terreno più propizio che nella Sardegna. Essi devono incrociare le loro capre con quelle delle Isole Canarie; ed io coll’insistenza di un vecchio brontolone voglio ancora una volta ripetere che la capra delle Canarie è una vera specie darviniana, che per la straordinaria copia di latte squisitissimo che somministra deve essere introdotta fra noi. A Teneriffa molti stranieri trovano così squisito il latte e senz’ombra di sapore ircino o salato per cui portano al cielo le vacche di quel paese, ignorando che è invece latte caprino. Io ho veduto alcune capre con poppe così esuberanti da toccar quasi la terra e da rendere impossibile la corsa all’animale che le portava. Ai nostri moderni acclimatori e ai nostri ricchi oziosi possa questa pagina (che ristamperò colla insistenza di un apostolo ostinato e incorreggibile) fermare l’attenzione e far nascere l’idea di una gita amena e il proposito di un’opera buona. E chi può indovinare la squisitezza dei formaggi di latte di capre delle Canarie pascolanti sui monti della Sardegna?[4].
La Sardegna è ricca di pesci squisiti, ha tonni in tanta quantità da arricchire molti possessori di tonnare, ha sardelle, muggini, rombi, triglie e tutta una coorte di saporitissimi abitanti marini: mentre i torrenti di Patadas vi danno trote eccellenti. A Cabras fui testimonio di una pesca miracolosa, grazie alla squisita cortesia dei signori Carta, i quali mi condussero alla loro peschiera che vale più d’un milione.
Con sapiente malizia i Sardi hanno aperto ai pesci del mare ampli bacini d’acqua calda e tranquilla, dov’essi entrano confidenti e sicuri di trovare un nido ai loro fecondissimi amori. E là invece sono in un vasto carcere, dove possono dedicarsi alle delizie della famiglia, mangiare e ingrassarre; dove possono far tutto fuorchè fuggire. E là si aggirano per una lunga distesa di acque, passando d’uno in altro labirinto, finchè i più grossi e paffuti son spinti nella peschiera della morte. Io era sopra un piccolo argine che separava una peschiera dall’altra e guardavo sotto di me l’acqua torbida che appena mi lasciava vedere un profondo e oscuro brulichìo come di cosa viva che si movesse. Tre uomini giovani, belli e robusti ad un cenno del signor Carta si cambiarono in tanti Adami: si legarono intorno al corpo una lunga cordicella e fra essa e la pelle si piantarono una spada di legno, che sembrava piuttosto la spatola tradizionale d’Arlecchino. Gettatisi a capofitto nella laguna con quel legno e quel filo si diedero alla loro pesca che aveva del prodigioso, del magico. Ognuno d’essi si tuffava sotto le acque, e dopo pochi secondi esciva con un grosso muggine nelle mani, che apriva convulsivamente le branchie scarlatte, tentando di sfuggire da quella robusta presa; ma in quell’istante la spada d’Arlecchino dava due o tre colpi sul suo capo, e il pesce era infilato nella cordicella attaccata al corpo del pescatore. Un nuovo tonfo, un nuovo pesce, una nuova martellata sul capo e via così di seguito senza posa. Così mentre andavano rosseggiando quelle torbide acque, quei tre carnefici allungavano le loro filze, e quando si rizzavan dall’acqua guizzava intorno ad essi, quasi un serpente d’argento, il trofeo dei grossi e molti pesci presi, uccisi ed infilati. Non vidi mai una volta sola tuffarsi il pescatore e venir fuori senza il pesce nella mano; talvolta ne aveva due. Dopo otto minuti escirono dall’acqua, gettando ai nostri piedi il frutto della pesca; ed eran più di cinquanta chilogrammi di muggini. Qualche volta il pesce s’addensa in tali masse per quelle peschiere che convien far la pesca alla pala. S’entra allora nell’acqua, e con un gran cucchiajo di rete si getta sulla sponda una massa guizzante, fremente e scintillante di grossi pesci.
Gli operai della gran peschiera di Cabras lavorano assai, ma mangian moltissimo e tre volte al giorno. Son robusti e in mezzo alla malaria famosa di Oristano di raro soffron di febbri; ammogliati han molti figliuoli.
Quali uomini sono gli Italiani della Sardegna? son dessi bambini o decrepiti, sani o malati; s’hanno a scrivere nel bilancio attivo o nel bilancio passivo della nazione? A queste domande credo di poter rispondere subito; che i Sardi hanno dato fin qui poche pagine alla storia gloriosa della civiltà italiana per colpa dell’isolamento in cui son rimasti per secoli; per peccato del luogo più che per colpa degli uomini; essi sono un popolo giovinetto e non decrepito, hanno un povero passato ma un ricco avvenire; al lavoro sociale, alla patria comune essi porteranno due tesori, uno più prezioso dell’altro; un’ottima costituzione non domata neppure dalla malaria e un fondo di morale rimasto intatto anche con tanti secoli di impunità.
Non si può intendere il popolo sardo senza ricordare il lungo, l’incredibile isolamento in cui visse per tanti e tanti anni. Chiudete ad una nazione le vene che le apportano da ogni parte il sangue di altri popoli e di altre civiltà e vedrete di qual vita atrofica e rachitica dovrà vivere; fosse pure la nazione di temperamento più gagliardo, di mente più operosa. Le isole molto lontane dai continenti son fuori della grande corrente della civiltà e ridotte a vivere soltanto dei proprii frutti, delle proprie idee, a cuocere nel proprio succo, hanno isterilita la sorgente più feconda del progresso civile. E parlo di isole molto lontane, dacchè quelle che come la Sicilia e l’Inghilterra son vicinissime a grandi continenti, godono in una volta sola dei vantaggi della terra ferma e dell’isola; e vivendo insieme agli altri popoli della vita comune, difendono più facilmente degli altri, come in una fortezza naturale, i frutti della rapina o della conquista. Un popolo isolano gettato sopra una terra troppo lontana dai grandi centri civili non può salvarsi che a patto di farsi marinajo, e quando invece abborre dal mare e si accontenta di coltivare le zolle della propria isola, allora non può che intisichire e rimanere addietro nella gran corsa dei popoli verso l’excelsior. È davvero un problema che ha del logogrifo il non trovar in Sardegna marinaj, cantieri, navi; il non trovare metà di quel popolo divenuto anfibio; ma non è un fatto nuovo il vedere genti isolane nemiche del mare e ho discorso lungamente nei miei viaggi a Teneriffa di un popolo antico che non osava neppure attraversare un canale più stretto di uno dei nostri laghi.
L’isolamento e la ripugnanza all’onda salsa dei Sardi spiegan tutti i loro peccati e li assolvono. Leggete una pagina tacitiana di storia scritta dal Cattaneo: