«In quel secolo XI tutta l’Europa si sottraeva all’incubo dell’influenze barbariche. Le spedizioni trasmarine dei Toscani, dei Liguri, dei Veneti aprivano agli altri popoli il campo delle crociate. L’amore di un venturoso lucro, il genio militare e l’ardor religioso che si erano congiunti nell’impresa di Sardegna, si svolsero più vastamente nelle famose conquiste d’Inghilterra, di Sicilia e di Palestina. Le armi facevano strada al commercio, e questo rinnovava l’antica ricongiunzione dei popoli, operato primamente dalla sapienza romana. Il pontefice Ildebrando, lagnandosi che li uomini della Sardegna fossero omai divenuti più stranieri a Roma che non li abitanti delli estremi confini della terra, scriveva un imperiosa esortazione ai quattro giudici sardi, Onroco di Cagliari, Orsocorre d’Arborea, Mariano di Logudoro e Costantino di Gallura; e commendando il proposito di Onroco di recarsi a Roma, lo ammoniva a sottomettersi alla prescritta riforma, essendochè molte richieste si facevano da varie genti alla sede romana per la concessione della provincia di Cagliari

Saltiamo quattro secoli e vediamo ancora l’isolamento della Sardegna.

«Nei primi anni delli Aragonesi l’isola aveva commercio coi Pisani, Genovesi, Veneti, Anconitani, Napoletani, Marsigliesi, Greci e Israeliti di Barberia. Tutta quella gente sparì al cospetto del feudalismo aragonese. Nel 1479 si cacciarono dall’isola tutti i trafficanti corsi, nel 1492 si introdusse l’inquisizione; e furono espulse tutte le famiglie israelitiche, che omai da quindici secoli esercitavano l’oscura loro industria e noleggiavano il servizio dei loro risparmi ad un agricoltore a cui le usure stesse erano inestimabile beneficio. In breve nell’antico granaio del popolo romano mancò perfino la semente da spargere sugli ubertosi campi. Sassari, la seconda città del regno, si ridusse a meno di tremila abitanti; rimasero deserte molte ville che fiorivano nelli agitati tempi di Branca Doria e d’Ugolino; e furono abolite per mancanza di popolo dieci sedi vescovili. Fu troncato ogni vincolo colla madre Italia, quando appunto Colombo, Machiavello, Ariosto, Michelangelo vi rinnovellavano tutti i prodigi del pensiero. Il distacco dall’Italia fu tale, che li antichi statuti di Sassari, d’Iglesia, di Bosa venivano a preteso servizio della comune intelligenza, tradotti dalla lingua straniera, cioè dall’italica nella catalana....»

Facciamo un altro salto di due secoli.

«In mezzo a tanta esuberanza di derrate, in un’isola più ampia della Lombardia, tutte le merci esportate dal porto di Cagliari appena sommavano al valore di centomila scudi, e ad altrettanto quelle del porto d’Alghero. Nell’interno mancavano le poste, mancavano i corrieri delle lettere, non v’erano strade, e l’isolamento verso l’estero era tale che le carte del governo dirette alla Spagna si ricapitavano prima a Napoli, perchè viaggiassero a bell’agio con quelle delle altre provincie italiane.»

Per quanto la Sardegna sia stata occupata da Fenici, da Greci, da Romani, da Vandali, da Ostrogoti, da Mori e da Spagnuoli, benchè nelle vene dei Sardi scorra forse ancora qualche goccia del sangue dei fuggitivi di Troia o dei quattromila israeliti ed egizii che Tiberio aveva relegati in quell’isola in pena dell’avere essi tentato propagare in Roma l’osservanza dei loro culti, pure io credo fuor di dubbio che l’orditura del popolo sardo sia antichissima, anteriore ad ogni tradizione storica ben accertata, che l’elemento più potente ancor oggi dopo tante invasioni e tanti incrociamenti sia autoctono. Grazia alla cortesia squisitissima de’ miei colleghi di Sardegna ho fatto una preziosa raccolta di tipi dei cranii di quell’isola, e forse vi è in essi un germe di etnografia sarda; ma fin d’ora credo di poter affermare la potenza dell’elemento autoctono in quell’isola.

Esiste un sangue sardo anche dopo i Fenici e i Romani, anche dopo gli Spagnuoli e i Mori, anche coi due dialetti cagliaritano e logudorese; anche dopo le rivalità di Cagliari e di Sassari. Ve lo dice ad alta voce quella pagina di storia che un popolo antico lasciò scritto su tutta la faccia della Sardegna in quei monumenti ciclopici di pietre, che si chiamano nuraghi. Ve lo dice quell’amore tenace, irresistibile del popolo sardo alla sua terra; vera passione del suolo e dell’aratro che resiste alle invasioni di tanti popoli marini, di tante genti che vivevano in mare e del mare. Ve lo dice la lingua sarda che ha parole comuni in tutta l’isola; ve lo dicono alcuni costumi singolari, primitivi che non trovate altrove e che ricordano usi di stirpi antichissime; ve lo dice la fiera resistenza che gli isolani opposero sempre ad ogni invasione; per cui essi combattevano e vincevano quasi sempre, o vinti si ritiravano nei loro monti, portando seco il palladio della loro lingua e dei loro costumi. E lo stesso Lamarmora vi dice che secondo ogni apparenza, i montanari dell’isola che conservarono più a lungo l’antico linguaggio furono anche gli ultimi a perder la lingua romana che avevano adottata, almeno in gran parte; ed è precisamente nel paese più abitato da questi popoli che la lingua latina è parlata, ancora ai nostri giorni, nella quasi sua purezza.

Sul mondo sardo antico preistorico e che attende ancora il suo Colombo, si impiantò una propaggine romana e il popolo sardo di quest’oggi è un innesto latino sull’antica pianta autoctona dell’isola. Elemento latino quasi puro nel nord; con colorito corso nella Gallura; con tinta catalana ad Alghero; con tinta risentita di moresco e di spagnuolo a Cagliari e nel Campidano.

Non saprei dire se più il sangue o più la tradizione lasciasse di elemento spagnuolo a Cagliari; ma questo so di certo che chi ha vissuto, come io, alcuni anni in paesi spagnuoli, trova nella maggiore delle città sarde, ad ogni momento riscontri ed analogie. Il carattere serio, il culto della pompa esteriore e delle riverenze; certa maestà di portamento e simpatia per le rabescature, certa tranquilla inerzia che trovate a Cagliari son tutte cose spagnuole; e anche passeggiando per le vie mi son trovato sorpreso di veder fisonomie che mi richiamavano volti spagnuoli. A Sassari invece il brio chiassoso e il dolce far niente senza rimorsi, vi richiamano la Sicilia e li ultimi figli di Roma stanca.

Non è però nelle grandi città e nei porti di mare che convien cercare i tipi etnografici della Sardegna. Uno di questi fra i meglio definiti, ma anche dei meno studiati è quello dei Maurelli di Iglesias e dei paesi vicini. Studiando bene quegli abitanti t’accorgi subito che dovettero rimanere isolati a lungo, senza miscela d’altro sangue. Non parlo del ceto alto, dove incontri fisonomie italiane e spagnuole, ma parlo del popolo minuto e mezzano che è tutto di uomini e donne più alti che bassi, asciutti, dai capelli neri e folti, e da un cranio così lungo e stretto che è difficile supporlo più dolicocefalo. Anche i meno osservatori rimangono stupiti dinanzi a quei cranii che non è qui il luogo di studiare, ma che devono scoprire un giorno la vera origine di quella gente. Le donne son sottili assai e di corpo elegante, e colla somma sottigliezza del corpo fa splendido contrasto l’ubertosità dei campi consacrati all’amore: hanno viso ovale e pallido, sopracciglia molto folte, occhi orizzontali, spesso grandi, naso diritto affilato, spesso lungo. Vedete lo stesso sangue in Gonesa, in Porto Scuso, ed è sicuramente fra i tipi sardi più singolari e più puri, e certamente nè latino, nè spagnuolo. Il costume del vestire e il culto al caffè vi rammentano insieme al cranio origini africane. Il dialetto è cagliaritano, meno piccole differenze, ed io vi ho potuto notare la r pisana sostituita alla l, ultima e forse unica memoria della dominazione pisana e che vi richiama lo scherzo con cui i Toscani rimproverano ai Pisani la durezza delle loro r messe proprio a sproposito in luogo di una dolcissima consonante: er giuoco der ponte e re cieche.