La Sardegna non ha proletarii, ha il vanto di non contare fra i suoi abitanti quel gregge umano che noi con beffarda statistica numeriamo fra i cittadini; che brulica stupido e inerte sulle glebe delle campagne o s’addensa sucido e sudato nelle officine della città. In Sardegna avete molti poveri, ma son quasi tutti proprietarii di campi o di greggi, di una capanna o di un albero; ma questa proprietà, che non li salva dalla fame, basta però per alzarli di cento gradini sul nostro colono che prima di nascere ha già dei debiti verso il padrone, e che fra la pallida minestra condita dal lardo e il pane duro e ammuffito in cui coll’alimento trova la pellagra, non ha altra poesia nella vita che quella che gli vende la superstizione. Il pastore sardo rimane più volte due o tre giorni senza cibo, ma è un uomo libero. Il contadino sardo vede spesso sotto i suoi occhi il suo pane divorato dalle cavallette; ma egli ha una zolla di terreno che può chiamar suo: In Sardegna, voi non trovate quei volti ebeti e poco umani dei nostri contadini, sui quali le rughe precoci non furono segnate che dalla fame o dalla stanchezza. Il sardo più povero ha un volto su cui le passioni hanno scritta la loro storia: ignorante, rozzo, spesso brutale, ha però una fibra ancor sana, ha una molla non ancor rotta che gli fa tener alto il capo: egli sente la dignità del possesso.

L’amor della terra è così appassionato nei Sardi da divenire una vera manìa; esso ha rovinato in più luoghi l’agricoltura, sminuzzando, polverizzando quasi la proprietà fondiaria. Nel Campidano i figli si dividono il campo, la selva, la casa del padre in tanti frammenti, ed ognuno di essi vuol avere la sua parte di campo, di selva, di casa; talchè s’arriva a coprire le terre di siepi e a sminuzzare la proprietà in parti così lillipuziane da potersi mettere in tasca. Si vedono campi, dove la terra è di un proprietario e le piante son di un suo fratello, e si vide in Oristano una camera con tre padroni; esempio raro ma non unico[9].

Il pastore della Sardegna non è quello degli idilli di Teocrito e di Gessner, è un uomo risoluto, fiero, che ha sempre sulle spalle un fucile e che lo adopera troppo volentieri. Abbronzito dal sole, indurito alla fame, alla sete, è un vero arabo che spesso fa da beduino; non ha della proprietà altrui idee molto precise, spesso apre le siepi col coltello per farvi entrare le sue pecore; e difende il sopruso a fucilate. Talvolta non si accontenta di ingrassare il suo gregge coll’erba, coll’orzo, col frumento dei campi altrui, ma miete anche le spighe non seminate da lui, raccoglie il frutto innestato da altri. Il pastore errante, bellissimo tipo per l’antropologo e per il romanziere, è la rovina della Sardegna; spesso è sinonimo di ladro. Si son visti alcuni, che dopo aver messo insieme colla elemosina di incauti generosi un gregge di 10 o 12 pecore, battevano la campagna, vivendo di furti e di rapine. Fonni, piccola borgata delle montagne del nord, manda ogni anno fin 500 pastori nel Campidano, che coprono dall’inverno fino al maggio intiere pianure coi loro armenti; con quanto frutto dell’agricoltura è facile immaginare. E sì che a Fonni si spergiura senza molto scrupolo nel nome di Dio, ma non mai in quello di sant’Antonio! È vero che a sant’Antonio si affidano i ladri dei greggi e a lui consacrano con voto una parte del bottino, quando le rapine riescon fortunate.

Quando la cresciuta civiltà avrà cancellato dalla Sardegna il pastore errante, quell’isola sarà uno dei paesi più morali del mondo; perchè se la facile impunità rende così comune il furto campestre, nelle città e nei villaggi i ladri son pochi. Nello scorso anno Sassari e Cagliari erano invase da migliaja di cenciosi venuti dai campi a chiedere il pane che le cavallette avevano loro divorato; le case erano tutte aperte e non si avevano furti. Il senso del giusto è incarnato nel sangue dei Sardi; i testimoni affermano il vero anche quando riesce loro pericoloso il farlo, e minuto popolo e alto si associa con vero entusiasmo nelle vie per arrestare un ladro e consegnarlo alla questura. Le stesse impressioni crudeli che provaron tutti in Sardegna quando si seppe che una diligenza era stata aggredita, mostra quanto quel fatto fosse raro e inaspettato. Trent’anni or sono un corriere a cavallo portava lettere e denari da Sassari a Cagliari e impiegava otto giorni in quella corsa, guadando fiumi senza ponti, attraversando boschi deserti senz’altr’armi che un pistolone rugginoso e una lastra d’ottone colle armi del re di Sardegna. Giammai fu torto un pelo a quel corriere e da tutti si sapeva che nella sua bisaccia fulva di pelle che portava ad armacollo stavano molte carte relative ai processi dei banditi erranti per la campagna.

Un’altra virtù dei Sardi è il rispetto all’autorità. Nel 1848 si volevano in Cagliari ammazzare i Gesuiti; e già si sentiva nel popolo accalcato per le vie quel muggito indistinto che precede una procella. I padri pallidi e quasi svenuti dalla paura attraversavano quelle masse; già già si stava per metter loro le mani addosso, quando un impiegato inerme si presenta e con voce alta grida: Figliuoli, rispettateli; e la procella si calmò.

I carabinieri si presentano più d’una volta in capanne deserte sui monti più alti, nel folto dei boschi e la donna di casa corre incontro a baciar loro la falda dell’abito, dicendo: Vene lu re!... dacchè i Sardi del campo personificano ancora nel re ogni idea di autorità e di governo. In pochi paesi d’Italia le tasse son pagate con maggior scrupolo e con più serena rassegnazione. In Sardegna non si aveva la leva militare e il nuovo tributo di sangue non accrebbe di molto i banditi.

Il sardo si fa difficilmente operaio; è temperante, intelligente, ma come lo dicono i grossi intraprenditori di strade o di mine, lavora il trenta per cento meno dell’operaio del continente; mangia poco e sopratutto beve assai meno di questo. I fanciulli operai lascian spesso il pane per correr nei prati a cercarvi con istinto selvaggio erbe e radici e rosicchiarle con più selvaggia voluttà.

Nella classe media esser impiegato; aver il pane a giorno fisso e sicuro e lontana prospettiva di pensione e aver fissata l’ora e il lavoro da altro impiegato è l’ideale della vita; grossa e lurida magagna che i sardi hanno comune con molti italiani del continente; malattia cronica, scrofola vecchia che convien sanare col ferro e col fuoco. E nel mezzo ceto, la donna esercita troppo piccola influenza, anzi quasi nessuna; relegata com’è alle voluttà del talamo e alle noie delle cure domestiche; per cui essa cerca la poesia per cui è nata, nelle volte delle chiese e porge ai figliuoli un’educazione quasi sempre bigotta, piena sempre di ubbie e di pregiudizi. La donna sarda, sensibile, sensuale, intelligente, fantastica, ma incolta e messa dall’uomo in troppo umile posizione, passa lunghe ore al confessionale, affida al prete gran parte della sua anima; divide coll’uomo una profonda apatia della vita politica.

A Cagliari ho veduto processioni fatte con molto entusiasmo, con vero culto dell’arte; con grande accompagnamento di confraternite gialle, rosse, verdi, con cappelli di raso; e signore prostrate dinanzi a quegli arlecchini policromi, e udii gravi discussioni sulla bellezza maggiore o minore dei verdi, in confronto dei gialli e degli azzurri. Anche a Sassari avete ancora gli avanzi di antiche corporazioni, conosciute sotto il nome di gremii: avete quello degli ortolani, che coltivano il tabacco, e che nelle processioni vestono alla Don Basilio; avete quella dei viandanti che una volta trasportavano lettere e merci e conservano un uniforme spagnuolo; avete il gremio dei muratori che hanno il loro costume: avanzi del medio evo, con professioni che si trasmettono da padre in figlio senza diserzioni nè mutamenti.

I Sardi hanno un fondo di indomita e appassionata fierezza e in molti paesi ci troviamo ancora in pieno medio evo; dacchè ancora si preferisce rendersi giustizia sommaria da sè stessi e le rapine fatte alla luce del giorno e con molti combattenti hanno l’aria di conquiste più che di grassazioni.