Un giovane carrettiere si innamora di una giovane; la visita, le parla; vuol sedurla; ma essa resiste ad ogni seduzione: un giorno l’innamorato è più ardente, è più esigente, ma la virtù della bella sarda è sempre salda come rocca. Quegli le dà una pistola carica, dicendole: Se ti tradisco, se non ti faccio mia sposa, e tu con questa mi uccidi. La cittadella è caduta, ma la pistola è accettata. — Alcuni mesi dopo di pieno giorno quel galante era in una bottega. La tradita vi entra anch’essa, lo saluta, gli ricorda la promessa e l’uccide. Fu a costituirsi essa stessa al giudice e fu assolta dai giurati.
Non son molti anni che un ingegnere che aveva troppo promesso e poco mantenuto ad una graziosa vedovella; mentre galoppava verso Sassari, cadde morto per una fucilata; ed io coi miei occhi ho veduto i cespugli fra i quali giacque per alcuni giorni cadavere insepolto.
In una chiesa solitaria della Gallura sopra i monti entrava un giorno un giovane cacciatore, per riposarsi dalla lunga corsa e respirarvi un’aria fresca. Un lamento quasi soffocato ma straziante sembra uscire dall’altare; un altro lamento più crudele gli tien dietro; e la chiesa è solitaria e deserta. Il cacciatore rimane stupito, ricorda i pregiudizi dell’infanzia; è sgomento; ma la voce della compassione grida in lui più forte di tutto e per la cappella segue le grida del lamento e trova una giovane donna che partorisce sul nudo marmo, senza una mano che la soccorra. Il cacciatore divien levatrice, salva a quell’infelice, e colpevole madre la vita, il bambino, l’onore; con nuovo e paziente eroismo nasconde il frutto d’un amore tradito, nasconde la traccia insanguinata del sacrilegio; diventa prima il medico, poi amico, amante, marito di quella donna. Due anni dopo nella sua capanna si udivano nuovi lamenti; era un figliuolo del cacciatore che stava per nascere; ma il parto era più doloroso che mai e la donna gridava in modo da straziare le orecchie degli astanti. Il cacciatore era in quel giorno poco cortese e dinanzi a molti esclamò: Tu non gridavi tanto or son due anni, in quella chiesa, quando partorivi il figlio di un altr’uomo. Quella povera donna guarda il marito con uno sguardo senza nome, gli dirige una mano supplichevole e rimane morta di dolore.
Un artista trova in Sardegna ricca messe di osservazioni nei costumi degli uomini e delle donne che si conservano inalterati da tanti secoli con isolana tenacità. La migliore descrizione dei vestimenti svariati dei Sardi non varrebbe quanto uno sguardo gettato sopra una raccolta di fotografie o sopra un atlante.
Il vestito degli uomini in Sardegna varia assai meno di quello della donna e il suo carattere generale è severo e selvaggio. Nel collettu alcuni eruditi trovano ancora la mastruca degli scrittori romani, ma è più probabile l’opinione che esso sia il colobium, il thorax degli antichi. La gran pelliccia nera di pecora che portano i Sardi sulle spalle, fatta di quattro pelli di montone o di capra è uno degli abiti più antichi dell’uomo, e per cui ognuno può farsi sarto di sè stesso.
Col pelo all’infuori o all’indentro seconda le esigenze delle stagioni quest’abito è citato da Eliano: «La Sardegna per quel che ne dice Ninfodoro, è ricchissima di pecore e di capre, e le loro pelli servono al vestito degli indigeni; di maniera che l’uomo che le indossa può, mettendone il pelo all’indentro riscaldarsi in inverno e col pelo all’infuori difendersi dall’eccessivo calore dell’estate.»
Nel vestito dei Sardi predomina la lana, e a noi fa paura il vederli sudare sotto pelliccie e grossi tessuti anche nelle più calde stagioni, ma quell’uso è pienamente giustificato dalla malaria e dai rapidi cambiamenti di temperatura. Quando a San Luri vedete i contadini recarsi al lavoro col loro grosso grembiale di cuoio, che copre loro quasi tutto il corpo e che sembra meglio una corazza che un vestito, colla pelliccia, col cappuccio in capo, colle loro lunghe zappette appoggiate alle spalle, quasi fucili o lance, voi vi trovate sotto gli occhi una scena originale, che sa dell’Oriente e del medio evo in una volta sola.