Il sardo si copre sempre il capo; se lo copre con amore, quasi con caldo furore; or con berrettoni di lana, or col cappuccio del mantello; ora con berrettone e cappuccio in una volta sola. Eppure hanno folte e lunghe capigliature e gli uomini calvi vi sono rarissimi.

Il sardo brilla in tutta l’estetica della natura e dell’arte, quando è a cavallo. È allora che la sua asciutta e bruna figura s’accorda col suo vestito severo e pittoresco; è allora che brillano la sua agilità, la sua forza, il suo coraggio, la sua natura indipendente, selvaggia, avida d’aria e di libertà. Le sue virtù si maritano con quelle del suo destriero: son due creature fatte l’una per l’altra che sommano insieme in un sol quadro pieno di vita le loro bellezze, le loro forze, vorrei quasi dire i loro pensieri.

Nell’Anglona ogni villaggio ci mandava ad incontrarci una squadra di cittadini a cavallo, tutti muniti del loro fucile a due colpi, tutti pronti a caracollare intorno a noi, e a mostrarci la stupenda pieghevolezza della loro cavalcatura. Noi ce li vedevamo venire incontro di lontano; e il grido degli evviva che ci salutava s’andava facendo sempre più vicino; finchè il sindaco del villaggio coi più saputi consiglieri ci veniva incontro a stringerci la mano e a darci il benvenuto. E così scortati come principi s’andava innanzi, finchè un’altra squadra ci veniva incontro e si univa alla prima: e così noi ci siam veduti intorno centocinquanta cavalieri, che ci facevano ala e scorta, facendoci credere per un momento sultani dell’estremo Oriente o condottieri del medio evo. La nostra vanità non era però puerilmente solleticata da quel corteggio; ma in noi batteva il cuore per un sentimento più nobile e più caldo. Io guardava quegli uomini, che eran tutti individui, tutti padroni del loro bellissimo cavallo, tutti armati, tutti intelligenti, vivacissimi e diceva: sono italiani; e poi aggiungeva un’altra cosa: ecco un’armata, ecco l’armata dell’avvenire!

Quasi ogni villaggio della Sardegna veste le sue donne in diverso modo e la tavolozza più tizianesca del mondo basterebbe appena a tanti quadri ricchi di colorito e di fantastiche combinazioni. Ad Osilo ho veduto le donne vestite a festa con insolita pompa, con fascette rosse tutte adorne di merletti, con gonne scarlatte, e sul capo una pezzuola scarlatta di panno, orlata di seta di vivaci colori. A Dorgali vedete il rosso, il bianco, l’oro intrecciarsi intorno alle forme di Eva che sembra ornare le bellezze della natura d’un culto sacro, ieratico; sicuramente orientale. Ad Aritzo gonnelle orlate, pezzuole rosse sul capo, fascetta variopinta con nastri di colori diversi dalla gonna e dalla fascetta, e maniche candidissime che escono da stoffe di vivi colori e orlate anch’esse. A Lanusey un grazioso panno rosso orlato d’azzurro che nasconde il capo in un nido d’amore; e una catenella d’argento che fa prigioniero il mento e il collo. In alcuni villaggi la donna veste come l’uomo colori bruni e tristi, e sembrerebbe una monaca, se la nessuna ipocrisia del sesso e il lampeggiar degli occhi non portassero l’osservatore a tutt’altro ordine di idee.

Per quanto svariati siano gli acconciamenti femminili della Sardegna, hanno però quasi tutti questi due caratteri essenziali: molta copertura del capo e una grazia infinita per lasciar indovinare il più che si può le bellissime bellezze del seno. Più d’una volta vedete intorno a quel nido d’amori un duplice, un triplice, un quadruplice sistema di baluardi, cortine, fossi, contrafforti e contraffossi: tutta una strategia di fascie, fascette, e camicie e merletti; un arsenale strategico che dovrebbe esser fatto alla difesa, ed è invece un’offesa continua, formidabile; tutto un labirinto di parapetti attraverso a cui gli occhi profani non dovrebbero neppure gettare uno sguardo; e dove invece e occhi e sguardi si ostinano ad entrare; tutto un’artificio di grazia che vuol molto nascondere e riesce invece a mostrare assai; tutto un sistema di graziosissima, castissima e provocantissima ipocrisia.

In molti paesi della Sardegna le donne si coprono oltre il capo anche la metà inferiore della faccia; od anche tutta la faccia meno gli occhi. Una volta fuggivano, quando giungeva un forestiere, lanciando dalle finestrelle dei loro occhi le freccie del Parto. Ora esse son divenute più umane o forse gli uomini si son fatti meno gelosi; sicchè a Nulvi, a Martes, a Laerru, quando s’entrava nei villaggi, le donne ci si facevan vicine, ci salutavano e in coro gridavano festose: Bene sean bennidos! (Benvenuti).

La donna però in Sardegna, che va scoprendosi la faccia, man mano la civiltà toglie a lei un’ipocrisia e al marito una tirannide, rimane però ancora troppo segregata dal suo compagno. A Calangianus, dopo aver attraversato bellissimi boschi di sugheri e di lecci, le nostre carrozze furono circondate da cento cavalieri armati che ci venivano incontro. Entrati con essi nel villaggio, la guardia nazionale era sotto le armi, sventolavano per ogni parte bandiere tricolori, suonava il tamburo: e l’aria era rotta da proterve e capricciose fucilate. La festa era dedicata specialmente al Deputato Ferracciù, nato in quel paese. Un prete, maestro di scuola, con vero furore di entusiasmo, faceva sfilare a passo di carica innanzi e indietro di noi i suoi scolari, che al suono d’un tamburo tempestoso seguivano una bandiera tricolore che era presa anch’essa da tumultuoso entusiasmo: e quei ragazzi ad un cenno del prete gridavano a squarciagola. Evviva la Commissione, evviva Ferracciù, evviva l’Istruzione! E noi si prendeva caffè, vini, chicche; tutto ciò che quella buona gente ci aveva apprestato, e anche noi si gridava in coro, perchè l’atmosfera dell’entusiasmo ci avvolgeva tutti quanti. Ebbene fra tante grida, in tanta febbre di feste, le donne del paese stavano a parte tutte sopra un promontorio, e là col capo coperto e facendo della pezzuola che le copriva una visiera al volto non ci mandavan che i baleni dei loro occhi; e là dove i nostri si fermavano più a lungo, chiedendo una risposta, quelle pudiche pezzuole ci rispondevano, aprendosi rapidamente, quasi a mostrarci che alla bellezza degli occhi il resto rispondeva. Quel gruppo di donne su quella rupe di Calangianus, di quelle donne mute e isolate in mezzo alla festa mi pareva un quadro vivente della donna euperea, fatto senza studio d’artista, e senz’arte di filosofo moralista; ma che nel suo silenzio era pur eloquente!

Quante bellezze non ha isterilito la moda francese, obbligando le donne d’ogni nazione che voglia chiamarsi civile a vestire nella stessa maniera, della stessa stoffa, degli stessi colori; curvando sotto lo stupido giogo d’un sarto parigino bionde e nere, alte e basse; tutto il variopinto e infinito stuolo delle donne d’ogni città, d’ogni borgata, d’ogni campagna. A questo io pensava più che mai, trovandomi la domenica delle Palme nella Cattedrale di Nuoro; dove stava ammirando un gruppo di ben cento donne colla gonna bruna e l’orlo rosso nel fondo; con una giacchetta scarlatta che copriva una fascietta azzurra quasi aperta e colle punte rivolte all’infuori, una camicia a merletti e una pezzuola o bianca o gialla sul capo. Com’eran più belle quelle donne che le poche signore vestite alla parigina! Com’eran graziosamente montanare! Com’era artistica quell’interpretazione dei monti! Il bruno maritato allo scarlatto; un bosco di pini con una chiesuola ornata di terra cotta: un castagno indorato dal rosso d’un tramonto alpino!

E questo basti per farvi venir la voglia di studiare cogli occhi vostri in Sardegna la bellezza degli acconciamenti femminili; a studiarla come pittore o come poeta; come etnografo o come un semplice curiosus naturæ.

Molti fra i viaggiatori della Sardegna, più maligni indagatori del male che sapienti osservatori, si guardano bene dall’ammirare la larga, la generosa ospitalità dei Sardi; e se voi insistete per avere da essi una pallida lode, vi rispondono sogghignando: Questa non è virtù ma è dovere dei più elementari; è questa una virtù selvaggia e che non prova altro se non lo stato bambino della civiltà di quell’isola. — Io invece che ingenuamente ammiro il bene dovunque lo trovo, io che ho trovato inospiti molti paesi selvaggi, non finisco nè rifinirò mai di ammirare la calda, la franca cortesia di quelli isolani; e se non cito nomi e se non ricordo squisitissime prove dell’ospitalità dei Sardi, è perchè avrei paura, tacendo qualche nome o qualche villaggio, di voler pagare colla penna un debito di riconoscenza che sarebbe poi coll’involontario silenzio un offesa per molti. Il sardo che in molte delle sue borgate non può offrire al viaggiatore nè una locanda, nè un bugigattolo, non subisce il dovere dell’ospitalità, ma l’accetta con gioia; e quando stringe la mano al suo ospite, è orgoglioso di dividere con lui il meglio della sua casa, il meglio della sua mensa. Le sue insistenze son forse troppo ingenue, ma son sempre cordiali; i suoi pranzi troppo splendidi sono le feste della sua ospitalità; egli ha l’entusiasmo, la passione, quasi vorrei dire il furore dell’ospitalità.