Devotione de sagristanu, consientia de moralista, deunzu de coghineri. Divozione di sagrestano, coscienza di moralista e digiuno di cuoco.

CAPITOLO IV.

La poesia popolare in Sardegna. — La giunta municipale di Bortigiadas. — Gli improvvisatori e le loro lotte poetiche. — Poesie amorose. — Poeti sacri, antichi e moderni. — I misteri. — Poeti epici ed elegie. — Satire festevoli ed amare. — Poesie bernesche. — Poesie sardolatine dell’abate Madao.

La Sardegna ha una ricca vena di poesia popolare; e nella svariata forma delle vesti e nei costumi e nel linguaggio pittoresco e nell’accento concitato e prorompente, e nella danza e nelle canzoni tu ti accorgi subito che è quello un popolo che sente le delizie dell’ideale e sa vestire di splendide forme le passioni del cuore e le nebulose aspirazioni della speranza. La poesia popolare di Sardegna ha tutti i difetti e tutte le virtù dei frutti agresti, cresciuti senza le carezze dell’arte; ma venuti fra le rugiade e gli aquiloni, fra i diluvii del temporale e l’arsura dei lunghi soli; è poesia che ha profumo e asprezza, licenza di forme senza confini; e balzi improvvisi, più arditi di quelli del capriolo e del muflone; or monotona e triste, ora ardente e lasciva. Essa è ispirata quasi sempre dall’amore e dalla religione; la prima gioia e l’ultima speranza della vita; e trovate più d’un poeta, erotico nella giovinezza, divenuto poi salmista; Tibullo trasformato in Manzoni coi primi capelli bianchi. Le bellezze della natura e la storia del passato ispirano di raro il poeta sardo; egli canta le grazie della sua donna o la vita dei santi; qualche volta scherza e morde, nè la vena satirica è in lui sterile di amari inchiostri.

È difficile trovare una poesia nazionale che abbia più ricca natura e arte più povera della sarda; molti dei poeti suoi sono contadini, o pastori; spesso analfabeti. Cantano come l’usignuolo e la capinera, e se alcuno non è presente che raccolga quelle ispirazioni, esse vanno perdute come le note di quegli uccelli silvestri, e la brezza dei monti le trasporta lontano e le disperde nel grande oceano della natura; da cui ci viene e a cui ritorna ogni bellezza.

Altre volte il poeta muore povero e sconosciuto come era nato, ma i suoi versi si tramandano senza nome d’una in altra generazione; sicchè anche al giorno d’oggi li senti ripetere dai montanari e dai pastori. Sia lode allo Spano, al Pischedda e agli altri che hanno raccolto quei tesori di poesia che finora furono affidati ai venti o che rimasero nascosti nell’oscurità di una valle, nel nido d’una capanna solitaria. Anche il Maltzan nella sua ultima opera sulla Sardegna ha studiato con molto amore e con finissimo gusto artistico la poesia popolare dei Sardi.

Anch’io ho udito molte canzoni popolari, anch’io ho trovato nel mio viaggio molti e molti che il volgo non chiamava poeti, solo perchè al loro linguaggio pittoresco e fantastico mancava la rima; ma che lo erano nel senso più sublime della parola. A Tempio si presentò dinanzi alla Commissione d’inchiesta la Giunta municipale d’uno dei villaggi più oscuri e più dirupati della Gallura. Erano tre montanari dai volti abbronziti, con capelli e barba vergini come le loro foreste, col volto scarno, solcato come i graniti delle loro montagne, coll’occhio acuto come le loro aquile; gente fiera e semplice, calma e forte. Uno di essi prese la parola e con un linguaggio di biblica bellezza lamentò la miseria del suo villaggio, implorò il soccorso del Parlamento; dipinse con lirico ardimento l’abisso che separava la loro povertà dalla nostra potenza. Così potessi io aver stenografato quel suo discorso poetico, eloquente, tenerissimo.

Eccovene in ogni modo la pallida ombra: «Giunse sulle cime dei nostri monti la lieta notizia che uomini mandati dal Re e dal Parlamento, erano venuti fin qui a riconoscere i bisogni delle popolazioni; e noi siamo venuti da Bortigiadas per stringervi la mano e ringraziarvi a nome dell’ultimo, del più povero dei villaggi della Sardegna, per i patimenti che avete sofferto nel vostro viaggio, per tutto ciò che farete per noi. Bortigiadas è il più infelice paese del mondo; non ha strade, non ha scuole; è isolato dal consorzio degli uomini; la neve nell’inverno ci fa prigionieri; nell’estate i torrenti ed il sole ci rubano spesso le poche spighe che abbiamo seminato. Infelice chi nasce in Bortigiadas! Malo Spirito Santo vi ha illuminati e voi siete venuti qui a vederci, e a riparare ai nostri mali. Accettate questo scritto in cui vi parliamo dei nostri bisogni; studiateli, e vi assicuro che noi insegneremo alle donne di Bortigiadas i vostri nomi, e le madri insegneranno ai loro figliuoli a benedirli. Non vi preghiamo per noi: siamo già vecchi, abbiamo già sofferto e vissuto abbastanza; noi presto riposeremo nella pace del nostro piccolo cimitero; noi vi preghiamo, noi vi scongiuriamo pei nostri figliuoli che hanno ancora dinanzi un lungo avvenire. Che se voi non ascoltaste le nostre preghiere, oh infelici tre volte quelli che nasceranno in Bortigiadas!»

E quando quel buon vecchio, che era commosso fino alle lagrime, si accomiatò da noi e coi suoi compagni ci ebbe baciate le mani, noi lo accompagnammo fino alla porta; ed egli, alzando il braccio con veneranda e olimpica maestà, ci disse: Che Dio vi benedica, che lo Spirito Santo vi illumini! Anch’io era commosso e pensavo alla ricca vena di poesia che è nascosta nel popolo sardo.

La Sardegna ha molti improvvisatori, e il più spesso son contadini che danno sfogo al loro estro poetico nelle feste sacre o nelle fiere, senza per questo far pompa ciarlatanesca o commercio dei loro versi. Più che il guadagno li stimola l’amore dell’arte, li sprona l’alloro della vittoria. Come nei tempi dell’Antica Grecia convengono alle feste dei loro monti e delle loro valli per contendersi il primato della poesia; e fra essi siede a giudice un sacerdote o un altro improvvisatore emerito. Il parroco d’un villaggio, Melchior Dore, quello stesso che pubblicò nel 1842 un epopea Sa Jerusalem victoriosa, ebbe spesso la palma dell’improvvisazione, come pure se la guadagnò più volte un poeta di Osilo che aveva lo stesso cognome dell’epico curato, Pietro Dore.