Parecchi fra quelli che studiarono le condizioni attuali della Sardegna credettero di pronunciare una sentenza piena di politica sapienza, affermando che tutti i mali dell’isola derivano dalla sua scarsa popolazione. Questi signori però scambiano il capo colla coda; e tanto varrebbe dire che il deserto di Sahara è terra sterile e infelice, perchè non ha alberi. In Sardegna, vi dicono, non si possono fondare nuove industrie, non si può coltivare bene la terra, non si può raggiungere le altre provincie italiane nella via della civiltà, perchè mancano le braccia; e se questo ragionamento fosse logico, nascerebbe spontaneo il consiglio che a redimerla dall’inerzia, ad arricchirla basterebbe mandarvi greggi umani che la popolassero. Son queste parodie economiche, lamenti di malato irrequieto che sa di non sentirsi bene, ma che ignora l’organo che patisce; son volgari chiacchiere che sembrano sentenze, perchè hanno una simmetria; frasi che sembran pensieri, perchè hanno un verbo e un soggetto. Sarebbe tempo di finirla con questi sofismi che adoperati come raziocini, conducono ad imprese pericolose, a rimedj peggiori che il male.
La Sardegna è spopolata, perchè è inferma; perchè è un organismo sterile e malato che non produce pane bastante per i suoi poveri, perchè non dà esca d’entusiasmo alle menti elette, non fascino di attiva ricchezza alle menti volgari. Per produrre più uomini che non abbia, la Sardegna deve inanzi tutto sanare il grembo in cui gli uomini nascono, deve guarire dalla malaria; deve col lavoro assiduo e gagliardo strappare le erbe parassite che l’ingombrano e prima d’ogni altro il pastore nomade e il nobile ozioso. I pochi abitanti della Sardegna che amano la loro terra nativa devono lavorare pei molti abitanti che mancano; e dei pochi i pochissimi che studiano e amano in una volta sola, devono lavorare, lavorare, lavorare; sicchè il lavoro generi la ricchezza e la ricchezza generi gli uomini. Non si lamenti la Sardegna di aver pochi uomini: tutte le terre furon spopolate un tempo e i pochi generarono sempre i molti, i pochissimi salvarono sempre i moltissimi. Che i pochi sieno gli eletti e le braccia sorgeranno a cento, a mille a domandar loro dove si debba solcar la terra, dove si debbano rizzare edifizi, come si debbano alleare le forze della natura con quelle dell’uomo. Gli eletti, che son sempre pochi dovunque, hanno in Sardegna più che altrove un compito difficile, una missione santa, eroica, quella di salvare il loro paese. Non s’accontentino di unire il loro lamento al coro del volgo che aspetta sempre il bene e il male dal suo pastore, ma si mettano inanzi a tutti e suscitino con robusta parola la santa crociata del lavoro. La Sardegna ha in sè il germe di una ricchezza senza confine, ha vene straricche di metalli, ha un suolo ferace di biade e coste portuose e acque ricche di pesci; ha i tesori della terra e del mare; ma dov’è il minatore che scavi questi tesori, dov’è il gioielliere che lavori queste gemme? Io spero che minatore e gioielliere si trovino celati nel popolo sardo, e sorgeranno dalla nuova generazione cresciuta alla brezza vivificante della libertà, educata alla religione del lavoro e della nobile ambizione dell’andare avanti. Io non credo all’onnipotenza delle colonie portate in Sardegna d’oltremare; non credo ai miracoli che può fare gente povera raccogliticcia, messa insieme, spesso da speculatori ignoranti e avidi. La Sardegna può bastare a sè stessa, purchè il voglia; deve salvare sè stessa purchè a sè stessa il comandi.
Questa è la missione dei Sardi che amano la loro terra: agli italiani delle altre provincie tocca poi il circondare quell’isola bella e infelice del loro caldo affetto; al Parlamento, al Governo tocca aprire più larga vena che faccia la sorella lontana membro vivo e caldo dell’organismo italiano. Si mandi in Sardegna una buona semente, che il caldo cielo e la terra feconda ci restituiranno con usura una lieta messe di spighe.
NOTA SUL PORCHETTO DEI SARDI
I sardi leggeranno con qualche interesse questa nota sulla porchetta delle Romagne, sorella al loro porcheddu, e che è tolta da un libro piuttosto raro che devo alla squisita cortesia del mio egregio amico Dott. Domenico Bilancioni di Rimini, e che porta il titolo:
Porcus Trojanus o sia la Porchetta. Cicalata ne le nozze di Messer Carlo Ridolfi Veronese con Madonna Rosa Spina, Riminese. Altra Edizione.
È niente meno che un volume di 134 pagine, con 224 note; pieno di pellegrina erudizione e di saporitissimo spirito.
La Porchetta, nota agli antichi Romani sotto il nome di Porcus Trojanus, altro non è che un porco intiero sbudellato, o come vogliam dire sventrato, riempito di pepe, aromati, aglio, sale, finocchio fresco e poscia cotto intiero nel forno. Non v’è giorno di festa o di mercato, che non si venda a libbre così saporosa vivanda, la quale usasi la state, non già perchè nell’inverno non sia ugualmente buona, e forse migliore, ma perchè dovendosi vendere al minuto, si raffredderebbe troppo. Per grandi conviti può farsi in qualunque stagione.
Nell’Umbria, e nella Marca ogni mattino,