Dicono che il governo, e il Fossombroni in ispecie, usassero del narcotico per fargli dormire quel sonno; anzi, che Neri Corsini pareva il sonno governante in persona[121]: e lo Stendhal chiamava[122] il toscano un governo “assoupissant„. Ma se Ferdinando III non concedeva tanta libertà quanta se ne sarebbe voluta, se non riformava, addolciva tuttavia ed era per natura e per arte indulgente: e se il governo faceva poco e non dava impulsi, agli altri però lasciava far tanto. Cosí la Toscana godeva di una prosperità pubblica e di beni superiori a quelli di ogni altro Stato, e di una libertà quale in nessun'altra parte poteva trovarsi o sperarsi, sotto il dominio dell'Austria.

Già l'Italia era in fiamme: i principi negavano, direi, la possibilità del muoversi; e per vincere la paura chiudevano gli occhi e le orecchie, chiamando Metternich in aiuto: e Metternich inviava soldati, e per ogni dove infierivano le persecuzioni e i supplizi. Napoli aveva il Canosa, Modena il Besini, Sanseverino e Rusconi lo Stato pontificio, il Piemonte il Tachini, il Salvotti la Lombardia; e fin Carlo Lodovico, in quel suo guscio di regno, osava motteggiando firmarsi “il piccolo tiranno di Lucca„[123]. Dall'una all'altra estremità della penisola il segreto epistolare violato e divenuto mezzo d'inquisizione; la polizia famelica accumulare arresti, senza por mente né a giovinezza né a sesso; molti fuggire atterriti; le carceri rigurgitare di prigionieri, tanto da richiedere forme di procedura piú brevi per dare giudizio; le condanne di morte vie piú spesseggiare; e in Napoli, peggio che a morte, i carbonari trascinati per via, a allo squillo di una tromba con rabbia furiosa martoriati con scudisci irti di chiodi, sí che la pelle vedeasi saltare con brandelli di carne, e in molte parti scoprirsi i tendini e i muscoli tra rivi di sangue[124].

Niuna di queste cose accadeva in Toscana. Venuto nel 1814 a prenderla in possesso a nome di Ferdinando III, il Rospigliosi avevala bensí potuta chiamare “patrimonio dell'Austria„; e tra l'Austria e la Toscana, nel giugno del '15, era pur stato in Vienna conchiuso un “trattato d'amicizia„[125]: ma Ferdinando troppo sentiva che nulla turbava la pace del suo regno, da abbandonarsi a rigori; e non voleva all'Austria obbedire e servire, egli che tedesco soleva a' Tedeschi dar l'epiteto di “legnosi„[126]. Giungeva il Ficquelmont in Firenze, con l'ordine di costringere il governo a maggiori rigori; ma né il granduca né i ministri gli diedero ascolto, né acconsentirono che presidio austriaco si ponesse in Toscana: la polizia arrestò qualcuno, ma piú che tutto raddoppiò le cautele; e pur investigando con solerzia e sottigliezza, non trovava per inveire ragioni fondate. Mentre l'Austria accusava e instigava al rigore, dando l'esempio nell'altre provincie di proscrizioni confische e supplizi; fra tanta dispersione di forze, di pensiero, d'ingegno, fra tanti rigori e vendette, il solo governo toscano, senza inquisizioni vessatorie e senza tribunali straordinarî, si limitava a far blande ammonizioni e avvertimenti che potevano dirsi paterni. Intorno intorno al granducato si levavano gemiti, e la terra era rossa di sangue: ma la Toscana, come la Spagna la Grecia l'Inghilterra e l'Elvezia, a' proscritti e a' fuggenti apriva le porte delle sue tranquille città, offrendo asilo ospitale; ed essi de' dolori patiti e delle amarezze dell'esilio si consolavano sotto il piú bel cielo d'Italia.

Sotto quel cielo era permesso pensare ed agire: vi si leggevano libri e giornali stranieri, anco piú che liberali; mentre negli altri luoghi erano proibiti, e punita la loro lettura; mentre in Napoli si dannava alle fiamme fino il catechismo che anni innanzi aveva il Governo stesso fatto compilare dalle opere del Bossuet: e il Gabinetto del Vieusseux vi prosperava, mentre il Giordani, che voleva instituirne uno simile, non riusciva[127] in Piacenza a vincere gli ostacoli e le calunnie di chi gridava disperatamente contro l'abominevole empietà di voler introdurre qualche gazzetta e qualche giornale scientifico. Per l'arte sottile con che le autorità sapevano ammorzare gli ordini viennesi, si lasciava e agli stranieri e a' Fiorentini una libertà che era grande, tenuto conto de' tempi; e discutere non solo degli spettacoli della Pergola, ma di politica. Bastava non gridar troppo forte; ma con un po' di prudenza, si poteva dir tutto; tutto quello, ben inteso, che non si poteva in nessuna parte d'Italia.

Sarà stata libertà, se si vuole, come di cervi in un parco; ma era pure libertà: sarà stata la Toscana, come il Capponi diceva[128], un paradiso terrestre, senza però l'albero della scienza e senza l'albero della vita: ma in mezzo a tante sofferenze, a tanti martirî, era pur sempre un paradiso terrestre.

Ritorniamo al Capponi. Il gennaio del '21 era giunto, ma le vicende politiche avevano al giornale impedito l'uscita, che per quel mese era stata fissata: e già qualche tempo avanti si era sparsa la voce[129] ch'egli avesse rinunciato all'impresa; eppure non era vero. Quantunque lo stato politico dell'Italia assai poco di bene gli lasciasse sperare, e a quando a quando lo assalisse la nausea e la sfiducia d'ogni cosa, per fuggire la noia e piú per crearsi un mondo che meno gli dispiacesse, si dava tutto all'idea del giornale; incoraggiato bensí da' mezzi che nel metterlo insieme gli erano venuti crescendo, ma di sola una cosa veramente sicuro[130]: che meno male avrebbe vissuto, pensandoci. Scriveva intanto agli amici, discutendo ancora del modo piú opportuno con che regolarlo, o dimandando consigli: e i consigli erano varî sempre, non di rado contrarî. Pellegrino Rossi, benché avesse fatto giuramento di non mettere piú parola in nessun giornale italiano, tanto li vedeva pieni di fiele e di miserie municipali, rompendo il voto per quell'opera che doveva essere diretta da un Gino Capponi, gli scriveva[131] dicendo che per evitare al suo il primo peccato d'origine, comune agli altri giornali d'Italia, doveva ricompensare l'opera di tutti gli scrittori, e per nulla scostarsi dall'idea del pagamento. Per lui era questo “il perno dell'impresa„. Il Confalonieri, pur giudicando[132] la sua intrapresa “ottima, lodevole e fruttuosa„, non lasciava però di fargli un quadro fosco di tutte le “immense difficoltà„ che lo circondavano: mentre il Capponi pensava che solo “qualche volta„ di cose straniere potesse ingrossarsi il giornale, quegli, pur ammettendo che di ciò che avvenisse da un capo all'altro della penisola si desse notizia, lo consigliava tuttavia a dar “molti estratti di buone opere straniere„; amando meglio che il giornale fosse “un copioso magazzino di cose buone, che un mediocre produttore di parti indigeni„. “Rendiamo la penisola europea — gli scriveva — ed avrem fatto assai„.

G. P. VIEUSSEUX
(da un acquarello di qualche anno anteriore al 1850)

Non ostante questa diversità di pareri che, per dire il vero, ponevano in angustie il Capponi, in una cosa tutti erano concordi, benché dubitosi della riuscita: nel sentire il bisogno di un grande giornale: e tutti con ansia ne attendevano la pubblicazione. “Voglia il cielo — scrivevagli il Niccolini[133], quando il Capponi non era anche giunto in Firenze — voglia il cielo che possiamo riuscire nello scopo che vi siete prefisso, e che il giornale abbia luogo„. E Giuseppe Pucci, poi che lo seppe giunto, quasi timoroso che in Firenze il suo entusiasmo s'affreddasse, “occupatevi del giornale — gli diceva[134] — e amate il vostro paese Italia...., e date mano a rendergli tutti quei servigi che sono in vostro potere„. Giovanni Arrivabene confessava[135] che si era deciso a scrivergli, spinto dal desiderio di sapere se pubblicavasi quel giornale, di cui da tanto tempo i buoni sospiravano l'uscita; assicurandolo che lo Scalvini e qualche altro amico erano disposti a lavorare qualche pietra per “l'Italiano edificio„. E il barone Friddani, promettendogli la cooperazione del Salfi, si doleva[136] con lui da Parigi che per gli avvenimenti politici avesse ritardato la pubblicazione, e lo incitava all'impresa.