Grandi certo erano le difficoltà, e si aggiungeva in quel tempo l'ostacolo che i professori dell'Università di Pisa, co 'l titolo di Nuovo ridavano la vita al vecchio Giornale dei letterati: eppure, il conforto e l'aiuto de' buoni avrebbero dovuto spianare la via! Ma Gino Capponi, quasi direi, soverchiato dal continuo ponderare in sé stesso le cose, troppo era dubbioso nel deliberare e irresoluto nell'eseguire: a lui, cui la natura etrusca aveva sorriso con tutti i suoi doni, mancava la potenza che conchiude, la virtú che traduce in atto la idea, “Io era volonteroso, quanto incapace„ — scriveva molti anni dopo[137] — ma “venne poi felicemente il Vieusseux a cavar me d'impiccio„: tutto sé stesso egli dipingeva candidamente in queste parole; ed era assai piú nel vero di quel che il Vieusseux, quando questi pubblicamente e modestamente affermava[138] che per sua buona ventura un “insigne personaggio„, aveva voluto soccorrerlo, anzi che farsi suo competitore; e rinunciando nobilmente al suo pensiero, gli aveva fatto schivare una “pericolosa concorrenza„. Gino Capponi, poco atto alla pratica, in quel mercante che non aveva aspetto né modi né anima mercantile, trovava un pratico di genio che pareva quasi fatto per completarlo; trovava quella potenza, quella virtú che non sentiva in sé stesso, trovava in somma l'istrumento piú adatto a dar corpo a quegl'ideali di operosità letteraria e civile che da gran tempo gli ondeggiavano in mente.

Era nel Vieusseux un felice equilibrio di tutte le facoltà: e per questo equilibrio pareva che in lui in armonia si riunissero l'entusiasmo e l'imaginazione viva che induce a sperare, che è carattere piú proprio alle razze latine, e la volontà tenace e la energia calma, che è carattere piú proprio alle razze del nord. Non aveva grandi studî su libri; ma aveva studiato il mondo, che è pure un gran libro: le fortunose vicende politiche alle quali aveva assistito, i disastri della sua famiglia e della sua casa di commercio, i lunghi viaggi in nazioni diverse tra uomini diversi, gli avevano dato esperienza; e l'esperienza l'aveva reso cauto, non però diffidente, l'aveva temprato, senza però toglier nulla al fuoco della sua anima generosa ed avida di bene. E spirito di sacrificio e fuoco d'amore erano davvero necessarî per sobbarcarsi a tale impresa. Raccontano[139] che il Cioni, accolto il Vieusseux stando a letto, al sentire del giornale ideato si levò a un tratto a sedere su 'l letto, e Lei vuol fare un giornale a Firenze?, esclamò tra sbigottito e pietoso dell'incauto proposito. E il ripensare la miseria de' tempi, e che con sole e poche forze toscane (ché dall'altre terre d'Italia non anche eran giunti quelli esuli che furon d'aiuto), con sole e poche forze toscane doveva iniziarsi l'impresa, giustifica e legittima, non che scusare, quella pietà sbigottita.

Quando Marcantonio Jullien, su 'l tipo delle riviste inglesi e tedesche, creava la sua Rivista Enciclopedica, qualche difficoltà pure a lui senza dubbio impediva la via; ma Parigi era una tra le capitali europee dove per istruirsi esisteva maggior copia di mezzi; grande e libera e rapida la circolazione delle opere nazionali e straniere da un lato, e uomini dall'altro, cultori delle lettere e delle scienze, accolti quasi tutti in un centro. Egli quindi presso di sé trovava tutti gli elementi necessarî per mandare ad effetto il suo disegno; non aveva se non da riunirli, disporli in ordine, e metterli in azione. Ma quando il Vieusseux si accinse all'opera sua, quante prevenzioni trovava da soffocare, quanti pregiudizi da combattere, quante rivalità da far tacere! Dibattevasi, e con uno zelo non dissimile alla rabbia, la questione della lingua e del romanticismo; e sotto le dispute letterarie grammaticali e filologiche mal si celavano gli antichi rancori, e le meschine rivalità di campanile, e le piccole borie municipali. Lente le comunicazioni e inceppate; e la libertà del pensiero, fuor che tra 'l Tevere e l'Arno, oppressa per ogni parte. Bisognava far tacere le vecchie animosità e i nemici animi conciliare; bisognava radunare gl'ingegni dispersi, scuotere la dormigliosa Toscana, e ciò che era men facile assai, vincere l'indifferenza de' piú. Eppure egli solo bastò a tutto questo.

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Con una circolare[140] nel giorno 10 settembre del 1820 il Vieusseux, ottenuta licenza dal Presidente del Buon Governo[141], annunciava ch'egli voleva fare una raccolta in lingua italiana de' piú interessanti articoli d'ogni genere che si leggevano ne' giornali oltramontani; raccolta mensile, di dieci fogli almeno, che avrebbe avuto per titolo: Antologia, ossia Scelta d'opuscoli d'ogni letteratura tradotti in italiano. E pochi giorni dopo, un manifesto indicava la natura e lo scopo dell'impresa. Non portava firma nessuna, ma era scrittura del Cioni, che finanziariamente si era, con un contratto[142], fatto socio al Vieusseux: vi si diceva che questi piú d'ogni altro, pe' suoi molti giornali, trovavasi in condizioni migliori per eseguire il suo progetto; che non aveva mai avuto l'intenzione di fondare un'opera periodica che rivaleggiasse con le altre pubblicate nella penisola: e che solo intendeva trasportarvi, senza prima averle sottoposte alla critica italiana, le produzioni letterarie straniere d'ogni genere, per far conoscere tanto il modo con che gli scrittori d'oltr'alpe si giudicavano scambievolmente, quanto quello con che consideravano le nostre produzioni: ponendo cosí gl'Italiani in grado di paragonare, nell'arte della critica, il metodo degli oltramontani con quello del loro paese.

Forse pe 'l significato delle parole che lo compongono dava il Vieusseux al suo giornale il titolo di Antologia; forse non gli era ignoto che, co 'l titolo istesso, aveva campato in Roma dal 1744 al 1788 un altro giornale ch'era un estratto di altri giornali, dove solevasi inserire un elogio breve de' letterati defunti. A ogni modo, come si vede, il progetto del Capponi, passando per le mani del Vieusseux ch'era strumento intelligente d'esecuzione, si era quasi per ogni parte trasformato: lo stesso mutamento del nome accenna alla sostanza mutata. L'uno traduzioni non voleva se non “qualche volta„, e per ingrossare il giornale; l'altro questo giornale si accingeva a comporre di sole traduzioni, senza accennare che neppur qualche volta avrebbe accolto articoli indigeni originali. Non che egli e ne' letterati e nella letteratura d'Italia poco fidasse: e nemmeno, come il Cioni in quel manifesto affermava, ch'ei non avesse mai avuta l'intenzione di fare un giornale il quale, rivaleggiando con gli altri, desse una propria opinione su ciò che in Italia e fuori venivasi pubblicando (che anzi, fin d'allora, riserbavasi mutare il suo primo disegno); ma a cominciare in quel modo lo spingeva dignitosa e onesta prudenza. Egli voleva innanzi assicurata la cooperazione de' letterati e la fiducia del pubblico: e appunto perché il pubblico — come scrisse piú tardi —[143] avesse sicurtà ch'ei non gli prometteva piú di quanto le forze potevano permettergli mantenere, amava, per il momento, ristringersi a raccogliere semplici traduzioni d'estratti di libri e di giornali stranieri.

L'Antologia, pubblicata dalla stamperia Pezzati, venne in luce con un Proemio di otto pagine; firmate G. le prime quattro, P. le restanti[144]. Il dottore Giuseppe Giusti intendeva abbozzare lo svolgersi del pensiero umano, e insieme della scienza, dalle piú remote alle età piú vicine; il Cioni, dopo accennato novamente allo scopo del giornale, diceva che limitandosi alla qualità di semplici traduttori, senza arrogarsi altra libertà che quella di aggiungere qualche nota con che temperare o correggere qualche asserto d'autore straniero, i compilatori, nello scegliere le materie, avrebbero sempre tenuto gli stessi principî da' quali erano diretti gli scrittori della Rivista enciclopedica. E come questi avevano esposto nell'introduzione al loro giornale[145], que' dell'Antologia dichiaravano preferire quelli scritti che trattassero le scienze e le lettere in modo piú generale, per indicare agli uomini che vorrebbero, avvicinandole, paragonarle tra loro, in che consistessero i progressi reali dello spirito umano.

Il giornale doveva essere diviso in tre parti principali, delle quali la prima conterrebbe analisi ed estratti di opere, opuscoli, lettere: la seconda, ragguagli bibliografici; la terza, ragguagli scientifici e letterarî. Nel primo quaderno comparivano[146], tradotti da Michele Leoni, il Discorso all'Accademia francese, e le Riflessioni intorno all'andamento e alle relazioni delle scienze con la società, del Cuvier; alcune lettere[147] su l'Italia di Castellan, e un carme[148] di Alfonso De Lamartine a lord Byron. Il Niccolini, dalla Rivista enciclopedica, traduceva[149] l'articolo su la Raccolta di elogi storici dal Cuvier detti nell'Istituto di Francia; e Gaetano Cioni il Discorso[150] del prof. Pictet alla società elvetica delle scienze naturali. Da un giornale tedesco Antonio Benci una lettera[151] su l'isola di Ceylan: Ferdinando Orlandini le Lettere su l'economia[152] di S. James, e i ragguagli bibliografici[153] dalla Rivista enciclopedica. E dalla stessa rivista, Francesco Benedetti l'articolo su la traduzione della Maria Stuarda dello Schiller.[154]

Come ben si vede, il fonte principale a cui l'Antologia attingeva, era la Rivista parigina: fin la distribuzione e divisione delle sue varie parti erano in tutto le stesse; fuor che la prima, mancante nell'Antologia perché comprendeva gli articoli originali. Anche in questo dunque il Vieusseux avviava il giornale per via diversa da quella tracciata dal Capponi: questi l'aveva tutta pensata su modelli inglesi; quegli la atteggiò su 'l tipo de' giornali di Francia. Cosí, come le migliori tedesche e inglesi, aggiungendovi tutto ciò che è proprio alla natura francese, furono guida a Marcantonio Jullien per fondare la sua Rivista enciclopedica; questa, a sua volta venuta in fama, il Vieusseux tolse a modello per fondare la sua Antologia.

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