Se egli per carattere fosse stato piú italianamente facile agli entusiasmi e agli scoraggiamenti, e meno svizzeramente temprato, sarebbe bastata pur l'accoglienza fatta al primo quaderno per fargli abbandonare il pensiero del giornale. Rammentava piú tardi[155] egli stesso, e non con orgoglio, chi gli aveva vaticinato non potere il suo nuovo giornale giungere alla quinta dispensa: né davvero piú confortante era il giudizio della Biblioteca italiana[156]. Dopo avere affermato che in Toscana, “paese felicissimo sotto tanti altri rapporti„, non ancora aveva potuto allignare un giornale che promettesse lunga vita, benché niuna città potesse quanto Firenze offrire all'Italia un giornale utile ed esteso, massime in cose straniere; Paride Zajotti, garbatamente maligno, diceva bensí che il Gabinetto letterario era “il piú ricco.... in ogni genere di giornali di tutte le nazioni,„ anzi, “veramente una meraviglia„; e che il Vieusseux, “uomo di eccellente carattere e pieno di buon senso„, aveva avuto, nell'intraprendere un giornale che si occupasse di cose straniere, un “pensiero ottimo„: “ma convien dire — subito dopo aggiungeva — o che manchino in Toscana le persone capaci di eseguirlo a dovere, o ch'egli non abbia saputo trovarle„. (Come si vede, il “buon senso„ di cui il Vieusseux era “pieno„, se non del tutto negato, veniva cosí ridotto a ben meschine proporzioni). In una nota poi biasimava il Proemio, “di 9 (sic) meschine pagine„; e che si fosse dato “per novità„ il discorso accademico del Cuvier, già dal 1816 tradotto[157] nella Biblioteca: “l'autore di cosí bella scelta — diceva — mostra d'aver per lo meno dormito questi ultimi cinque anni„.

Certo potevasi scegliere qualche cosa di meglio; ma il dire che quel discorso era stato offerto “come novità„ era del pari asserzione maligna; ché, fin dal principio, il Leoni l'aveva chiamato “non recentissimo„. E tra l'altre cortesie di questo genere, tutte del resto nello stile del tempo, l'Acerbi terminava profetando, come agli altri giornali piccoletti sorti in quel tempo, cosí anche all'Antologia, sebbene non ne faceva il nome, “una vita breve ed incerta„.

Anche il Capponi però era ricordato dall'Acerbi. Diceva (e questo può mostrare con che rapidità ed esattezza si sapevano le cose d'Italia tra provincia e provincia), diceva che “un dotto e ricco patrizio toscano, di casato gloriosamente celebre negli annali della sua patria„, stava anch'egli combinando gli elementi di un nuovo giornale; che essi facevano plauso al disegno generoso, ma (secondo il solito) temevano per molte ragioni che l'esito delle sue liberali premure non fosse per essere quello a cui mirava.

“L'Acerbi ha fatto grazia di parlar del giornale, — scriveva indignato il Capponi[158] — e per quanto egli abbia avuto l'apparenza di farlo onorevolmente per me, io mi dolgo anche piú di essere nominato da quella sporca bocca, che delle malignità che egli ha mescolate nel suo annunzio„. Il Capponi s'adirava e pativa: al Vieusseux, invece, gli ostacoli — com'egli stesso diceva[159] — non facevano se non accrescere la sua energia; e ciò che avrebbe potuto sconfortare altri, per lui invece, a sua confessione[160], era sprone a far sí che non riuscissero veri i sinistri presagi. Questo solo basterebbe per mostrare la natura in que' due uomini profondamente diversa.

***

Nel secondo quaderno, dal Giornale d'educazione di Francia l'Orlandini traduceva un discorso[161] del duca di Doudeauville su l'istruzione elementare; e Antonio Renzi un giudizio[162] su lo Châteaubriand, dalle Lettere normanne. Ma la parte maggiore era data alla Rivista enciclopedica: ne traduceva in fatti lo stesso Renzi una notizia[163] su 'l signor di Volney; il Giovannini, un ragguaglio[164] su la Grecia: e Filippo Cicognani, un ditirambo[165] su l'Egitto. Il secondo fascicolo esciva dunque con le stesse impronte del primo: vero è che una parte nuova e importante vi era aggiunta: l'artistica, per opera del Benci che incominciava tradurre[166] dal giornale tedesco Kunstblatt, di recente fondato dal dottor Schorn; ma era anch'esso, come il primo, composto tutto di traduzioni, e le traduzioni attinte alle stesse fonti.

Ricevuti i primi due numeri, Pellegrino Rossi scriveva[167] al Capponi dicendogli che l'opera in sé non gli pareva cattiva, ma credeva impossibile facesse fortuna fuor d'Italia, ripresentando articoli tutti già noti: tanto piú essendo sua fonte principale la Rivista enciclopedica, giornale notissimo. E consigliava servirsi principalmente de' giornali inglesi, tedeschi, americani. Per dire il vero, non il Rossi solo era di tale avviso: già prima che l'Antologia venisse in luce, discutendo del modo di comporla, il Sismondi scriveva[168] al Vieusseux raccomandandogli soprattutto tradurre dal tedesco, dall'inglese, anche dallo spagnolo, piuttosto che dal francese, intelligibile a tutti in Italia; “ma io suppongo — continuava — che voi mirerete piú ancora a pubblicare articoli originali„. E tale era veramente il pensiero del Vieusseux. Al terzo quaderno infatti precedeva un avvertimento[169] non firmato (scritto però dal Niccolini), nel quale era detto che, per desiderio di molti e le offerte di alcuni zelanti della gloria patria, si era il Vieusseux indotto a modificare la massima adottata in su 'l nascere dell'Antologia, e a dar luogo anche ad articoli originali meritevoli della curiosità de' lettori: “incominciamo pertanto — diceva — colla seguente scrittura anonima, pervenutaci da una città di questo granducato„.

La città del granducato era Firenze; la scrittura anonima, di Michele Leoni: egli prendeva in esame l'opera del Perticari, che forma il quarto volume della Proposta; e pur notando che il libro era “sparso di paradossi e contradizioni„, lo giudicava “benissimo ordinato„; e a chi dimandasse se era “un cattivo libro„, e se le lodi con che era stato accolto, “adulatorie insensate„; rispondeva[170]: “no: né il suo libro si può dire generalmente cattivo, né generalmente mal meritate le lodi„. Ma ciò che piú importa, diceva che le sue osservazioni di critico potevano forse essere scritte con qualche vivezza di espressione, ma “senza veleno„; e terminava con l'affermare[171] che se il sostenere la causa del popolo toscano a lui procurasse contumelie o strapazzi, questi sarebbero stati in tutto efficaci, “fuori che nell'indurlo a ricambiarli„.

Cosí l'Antologia levava la prima voce in una controversia tanto agitata; e tra' vituperî e gli urli e gli schiamazzi da tutte le parti irrompenti, era voce dignitosa e serena.

Né soltanto la scrittura del Leoni in quel fascicolo era originale: le facevano bella compagnia un articolo del Benci[172] su 'l Viaggio in Italia di G. A. Galiffe; e uno studio di Giuseppe Gazzeri[173], in cui non con la forza d'attrazione, ma co 'l “fluido etereo„ spiegava tutti i fenomeni luminosi, calorifici, elettrici e magnetici. Le traduzioni però occupavano ancora gran parte del giornale: co 'l quarto numero il Vieusseux vi portava un mutamento sostanziale. Annunciava[174] egli a' lettori (ma la scrittura era del Niccolini), che il giornale assumeva aspetto quasi nuovo e si rivolgeva “a piú nobile scopo„; perché era pensiero di lui comporlo, per quanto gli sarebbe possibile, di articoli originali; e solo in mancanza di questi, di traduzioni non da' giornali di Francia, ma da' tedeschi ed inglesi. Né gli falliva il pensiero; ché dall'aprile al giugno tre sole infatti erano le traduzioni dal francese.