L'Antologia pigliava ardire: simile in questo all'infante che già sentendo le sue piccole forze, lascia la pia mano che lo sorregge e cammina; dubitoso, è pur vero, e barcollante, ma solo. Il marchese Cosimo Ridolfi, con alcuni Pensieri intorno ai fenomeni elettromagnetici, combatteva l'ipotesi del Gazzeri, trovando cause nuove per ispiegare l'azione della corrente elettrica su l'ago magnetico; e ne sorgeva tra i due una contesa[175] ch'era davvero, come disse il Capponi[176], un bello esempio d'una “maniera nobile di disputare„. Michele Leoni vi pubblicava giudizi[177] su la musica del Rossini: il dottore Giuseppe Giusti certi pensieri[178] su la legislazione criminale: il Benci varie lettere[179] non senza grazia su le cose notabili, specialmente d'arte, del Casentino e della valle Tiberina; e il Mayer, giovine assai, con lo pseudonimo di Ellenofilo, alcune considerazioni[180] su la lingua de' greci moderni.
Né solo delle nostre produzioni l'Antologia giudicava, ma già delle straniere: in un articolo[181], il Niccolini diceva franco il suo pensiero su' Rudimenti di filosofia morale dello Stewart, né favorevole sempre all'autore; e qualche straniero incominciava a mandare qualche cosa al nuovo giornale. Il barone Rumohr, tedesco, una scrittura italiana[182] intorno le belle arti in Toscana; e del Sismondi compariva, tradotta dal Renzi, l'introduzione alla Storia dei Francesi[183].
Il Capponi specialmente aiutava non poco: né forse il giornale del Vieusseux cosí fino dal principio sarebbe riescito, senza gli aiuti morali di lui che procurò l'opera di molti uomini valenti, i quali dalla giovinezza gli erano amici. Certo per le sue insistenti premure l'Antologia s'abbelliva, tra le altre cose, del terzo canto dell'Iliade tradotto dal Foscolo[184]; e di un discorso del Gazzeri[185] su la Proposta del Monti. “Io fui — scriveva[186] egli stesso — che volli da lui quell'articolo per inserirlo nell'Antologia, tanto piacere mi fece al sentirlo leggere. Al che si aggiunga che io credo quello solo il vero ed esemplarissimo modo di combattere il Monti... E vi assicuro in coscienza che io credo che il Monti vada combattuto con tutte le forze, e frustato; purché si faccia con quei modi e con quelli argomenti„.
La questione della lingua molta parte prendeva allora del giornale; ed era cosa ben naturale, date le condizioni de' tempi. Non voleva il Vieusseux, per prudenza, fin dal principio cimentarsi a dar luogo a scritti d'indole diversa, che trattassero di politica, di educazione e diffusione de' lumi, prima che il suo giornale godesse generalmente di buona riputazione, e soprattutto, si fosse guadagnata la fiducia de' governanti: ed era prudenza di saggio pilota che scandaglia il mare, prima di avventurarsi tra bassifondi e scogliere.
Cosí gli articoli su cose filologiche, ne' quali, anche volendo, sarebbe riuscito assai difficile far penetrare idee che destassero sospetto, erano in paragone degli altri, d'altre materie, in numero grande. Vi compariva, tra l'altre cose, un dialogo[187] tra l'I e l'O, leggiadramente imaginato dal Benci per determinare quali voci dovessero nel plurale raddoppiare l'i della desinenza singolare io: e Urbano Lampredi, in una lettera al Monti, che gli aveva indirizzato due errata-corrige sopr'un testo di lingua pubblicato dall'abate Rigoli, si levava difensore[188] degli accademici della Crusca, che morti e vivi il Monti aveva assaliti con “acerbità di rampogna„ e vituperati; e gli accademici della Crusca difendeva ancora in un dialogo[189], ch'egli imaginava, co 'l Monti.
Certo, il giornale non era allora assai bello di cose varie: ma dava tutto ciò che consentivano i tempi; e in quella poca varietà (nelle cose filologiche specialmente, ch'erano le piú numerose), aveva un modo tutto nuovo di giudicare: la dignità della lode e il biasimo cortese; e ciò che piú importa (come si vedrà meglio a suo tempo), uno spirito per la prima volta non municipale davvero. Certo non era e non poteva, fin dal principio, essere quello che fu piú tardi; ma aveva in sé tutte le promesse dell'adolescenza che annuncia una vigorosa e bella virilità.
Già per la Toscana e fuor di Toscana faceva parlare di sé: e agli occhi de' piú sembrava sí ben regolato, che i professori dell'Università di Pisa volevano fondere il loro co 'l giornale di Firenze; e Giovanni Rosini, tra gli altri, pregava[190] il Vieusseux accettasse la proposta. Molto il Vieusseux, che fin d'allora mirava ad allargare la cerchia de' suoi cooperatori, avrebbe gradito che nel suo giornale comparissero i nomi di un Vaccà, di un Savi, di un Carmignani; ma troppo duri patti imponevano que' professori, né egli poteva, come essi pretendevano, rinunciare al titolo del suo giornale, e sottomettersi quasi a nuova direzione[191]. Proponeva egli fondere i due giornali, purché si serbasse il nome di Antologia, cui si aggiungerebbe quello di giornale italiano di lettere scienze ed arti, e a lui si serbasse piena facoltà di accogliere o rigettare gli articoli: ma quelli rimasero fermi nelle proprie deliberazioni, né la proposta del Vieusseux accolsero anco piú tardi, quando il Vaccà cercò una via di conciliazione; perché risposero[192] non voler essi “rinunciare al guadagno annuo di qualche scudo, né sottoporre le cose loro al giudizio di un Direttore„. L'accordo non avvenne, è pur vero, ma basta il tentativo per mostrare di qual fama già godeva il giornale del Vieusseux.
E anche fuor di Toscana coglieva allori: il Confalonieri, pochi dí innanzi venisse catturato, scriveva[193] facondo al direttore complimenti sinceri dell'opera sua: al Giordani non pareva cattiva, “ma Dio voglia — esclamava[194] — che possa proseguire„: e il Foscolo stesso, da Londra, sinceramente confessava[195] al Capponi: “La tua Antologia mi piace; non già perché sia ottimo giornale in sé, ma il migliore che si possa pubblicare in Italia„. Perché l'Antologia non solo girava per le varie parti della penisola, ma già passava le Alpi, e fermava lo sguardo degli stranieri, che non le negavano lode. Cosí, se nel mese di giugno del 1821 nella Rivista enciclopedica era scritto[196] che l'Antologia, traducendo e pubblicando articoli stranieri, non destava se non poco interesse; nel febbraio del '22 era detto[197] che l'Antologia conteneva articoli interessantissimi, e che dimostrava come gl'Italiani facessero sforzi per eguagliare le altre nazioni civili nelle scienze, nelle lettere e nelle arti.
Tutte queste lodi potevano lusingare l'amor proprio del Vieusseux, se l'anima sua fosse stata, come quella de' piú, desiderosa di lode: ma né il giornale parevagli ancora giunto a quel segno al quale egli voleva, né a' tanti dolori che quell'impresa gli procurava erano quelle lodi sufficiente compenso. L'Antologia giungeva, è pur vero, in molti luoghi d'Italia e pur passava le Alpi; ma la lentezza delle comunicazioni spesso era causa di grandi ritardi, e gli eccessivi dazî postali piú spesso ancora impedivano la libera circolazione: mite bensí la censura, ma pur sempre censura: scarso il numero de' leggenti, e ancor piú scarso quello degli associati. Giovan Battista Amici, da Modena, prometteva[198] al Vieusseux cercargli associati, “ma il nostro paese è piccolo, — subito dopo aggiungeva come sfiduciato — e pochi sono quelli che si occupano di cose scientifiche: d'altronde questi pochi profittano di un gabinetto letterario sufficientemente provveduto di libri, ed anche della sua Antologia, ove io pure sono associato„. E piú chiaramente, Egidio di Velo scriveva[199] da Vicenza al Capponi: “.... quel giornale si sostenta e me lo rubano, ma associati ne farò pochi, perché vi sono pochi denari e poca volontà di spenderli„. Meno di cento erano allora gli associati, e l'Antologia costava all'anno 36 lire toscane: somma non grande in que' tempi, né oggi che piú si pagano giornali che valgono assai meno. Neppur le spese ricopriva il Vieusseux: e si aggiunga, che dopo il terzo fascicolo egli aveva dato uno, talvolta due fogli di stampa per ciascun mese, piú de' dieci promessi. Gli affari, in somma, andavano cosí male, che il Vieusseux sentí in coscienza, non so se piú retta che generosa, il dovere di sciogliere il Cioni dal contratto co 'l quale si era dichiarato cointeressato nella pubblicazione dell'Antologia; non parendogli giusto che questi sacrificasse tempo e denaro in un'impresa il cui esito era incerto tuttavia, e della quale, per molto tempo ancora, non aveva speranza di ricavare un utile qualsiasi[200].
Eppure, rimasto solo, non ostante le spese che lo dissanguavano, e le difficoltà della censura, e le cure moleste inevitabili in ogni tempo nella direzione di un giornale, ma tanto piú acuite allora dalle condizioni politiche della penisola; con grande ardimento il Vieusseux persisteva nell'opera sua. “Mi è necessaria una gran dose di coraggio e di energia per non lasciarmi abbattere„ — scriveva[201] addolorato all'amico Sismondi — : ma subito dopo aggiungeva che avrebbe continuato il giornale tanto lungamente quanto gli sarebbe stato possibile. Era come l'amante che si duole della sua donna, eppur la trova lusingatrice, e tra le lacrime le sorride.