Il tipografo, gli autori, la censura non gli concedevano un minuto né di pace né di riposo; e tuttavia, di quelle cure faticose egli amava nutrire tutto il suo spirito, e in esse pareva quasi ringiovanire. Non sentiva piú alcun desiderio, non aveva piú alcun pensiero, che non fosse pe 'l suo giornale: pareva quasi (e non era) che fino le vecchie conoscenze egli avesse dimenticato. “Amico mio, — scrivevagli di Livorno un francese, Samadet de Holoré[202] — amico mio, voi vi siete in tal modo identificato co' vostri affari, che siete l'Antologia personificata„; e terminava scherzoso: “addio; se voi verrete a trovarmi, conduceteci il nostro amico Vieusseux, e lasciate in Firenze il Direttore dell'Antologia„. Aveva ragione: con cuore d'innamorato il Vieusseux stesso confessava:[203] “io non vedo piú che l'Antologia, e posso dire che non vivo piú se non per essa„. E in queste brevi parole, meglio che in qualunque commento, è dipinta un'anima intera, ed è tanta piú poesia che non in versi parecchi.

Cap. II.
Lo sviluppo dell'Antologia

Il primo gruppo toscano. — I varî scrittori dell'Antologia. — Le grandi e diverse difficoltà, che il Vieusseux doveva via via superare. — La censura ne' varî Stati d'Italia e la censura in Toscana. — La vanità e le pretese degli scrittori e cooperatori. — G. P. Vieusseux alla direzione del suo giornale.

Tra' primi scrittori e, finché il giornale ebbe vita, con piú costanza operosi, fu il dottore Gaetano Cioni[204], che diede ne' primi tempi all'Antologia traduzioni da giornali stranieri, poi scritti suoi originali su cose filologiche e d'arte, su testi antichi, e recensioni d'opere letterarie e scientifiche. Uomo di varia dottrina, il quale tolto alla cattedra di fisica constituito il nuovo regno d'Etruria, poteva con facilità rara inventare un compasso statuario e divulgare il trattato di veterinaria del Pelagonio[205]; costruire un amplificatore pittorico e scrivere novelle, ingegnosamente imitando la semplicità elegante de' nostri antichi novellatori; tradurre in ottava rima la Pulzella d'Orléans e presentare a' Georgofili un nuovo modello d'aratro[206]. Ed è tra gli scrittori piú fecondi e piú varî Antonio Benci[207], che Urbano Lampredi chiamava[208] il cosmopolita. Ritornando egli da un viaggio in Germania, “riverite il mio ottimo Padre Mauro, — scriveva[209] al Vieusseux — e ditegli che presto verrò ad esercitare la sua pazienza non piú con articoli, ma con volumi, e che si mantenga sano e robusto per leggere presto e senza far note„. E in numero da farne piú che un volume ha l'Antologia scritti suoi (benché assai presto egli se ne ritraesse, come disgustato dal giungere di altri piú veramente eruditi e piú propriamente scrittori di quello ch'egli non fosse); ma piú ne avrebbe avuti, e migliori, s'egli non si fosse con ostinata perseveranza intrattenuto nella composizione di romanzi e commedie, meglio che attendere con tutto l'ardore agli studî di critica e di filologia, di morale e di storia, co' quali ne' primi anni meritamente guadagnava a sé stesso e al giornale la stima de' buoni. Eppure, quasi morente, al Guerrazzi diceva[210] ancora: “.... vorrei stampassero il mio romanzo e le commedie: — il rimanente delle opere mie non ne vale la pena....„.

Non poche recensioni, e scritti varî di storia e d'arte diede all'Antologia Michele Leoni[211], traduttore infaticabilmente operoso; ma gli nocque l'ingegno pronto e il poco sentire la dignità dell'arte: cosí che il Foscolo poteva dire[212] di lui, ch'ei traduceva un poeta in meno tempo che l'autore non ispendesse a correggere il suo manoscritto. Non molto, invece, scrisse per l'Antologia il Niccolini[213]; ma fu tra' primi aiutatori al Vieusseux, e ciò che gli diede è tra le cose ne' primi anni del giornale piú belle: un discorso su la proprietà in fatto di lingua, qualche articolo d'arte, e saggi di traduzioni e di versi suoi. Scrisse piú raro via via: e il Tommaséo con rammarico grande diceva[214] al Vieusseux: “Niccolini perché non scrive piú per la vostra Antologia? Venerate, per carità, quell'uomo il cui discorso su Michelangelo viverà quando noi tutti saremo morti, e quando l'Italia parlerà russo„. Il Vieusseux lo incitava, ma il Niccolini finí co 'l non dare piú nulla[215]; a torto pensando[216] che poco egli fosse stimato dal Vieusseux, il quale invece stimava davvero il suo ingegno, e molto soffriva[217] del vedersi da lui trascurato.

Di scienze fisiche e chimiche scrisse, fin dalla terza dispensa, il professore Giuseppe Gazzeri[218]; il quale mensilmente rendeva conto de' lavori dell'Accademia de' Georgofili. Per l'esattezza de' suoi ragionamenti lodato[219] dal famoso Pictet, e dall'ottobre del '23[220] diligente compilatore del Bollettino scientifico, da lui fino al '31 continuato: nel qual tempo, distratto da alcuni viaggi per incarico del governo intrapresi, e impedito dalla sua poca salute, interruppe i lavori: non però che, a intervalli, non facesse noti a' lettori i progressi delle varie scienze con articoli varî. E di cose fisiche e agrarie scrisse piú volte, e tra' primi, Cosimo Ridolfi[221], al quale l'essere nato marchese e di antica famiglia fu non freno ma sprone a farsi cultore d'agronomia, scienza ed arte ad un tempo. Cosimo Ridolfi, che primo aperse in Firenze una scuola di mutuo insegnamento, e primo introdusse in Toscana l'arte litografica, della quale discorre[222] in una sua lettera con l'amico Vieusseux.

Giuseppe Raddi fiorentino, inviato dal governo toscano per esplorare il Brasile, e morto nel suo viaggio in Egitto; Giuseppe Raddi, del quale il De Candolle parlava[223] al Libri in Ginevra “con parole tutte di lode„, diede anch'egli tra' primi all'Antologia la sua scienza. E ne' primi numeri del giornale, e in tutti gli altri di poi con frequenza, si legge il nome del Padre Giovanni Inghirami delle Scuole Pie; nel far menzione del quale, Ferdinando Tartini Salvatici racconta[224] com'egli chiamato ultimo dall'Accademia di Berlino a concorrere alla formazione di un atlante celeste, primo compí la parte assegnatagli di lavoro; e alle millecinquecento stelle in quello spazio di cielo già note, ben seimila ne aggiunse di nuove.

Amico al Vieusseux e maestro caro al Capponi, Giovan Battista Zannoni[225] scrisse di cose erudite, il piú spesso; ma come uomo che le eleganze greche e latine sapeva, e le italiane scritte e parlate: e nel trattare di lettere amene, le opere e l'ingegno altrui estimava rettamente e con libertà disinteressata lodava. Di cose d'arte piú spesso scrisse invece, anch'egli tra' primi, Antonio Renzi[226] di Castelsalvi; amico al Cuvier, che gli concesse in Parigi aprire un corso di letteratura italiana; e morí povero.

Delle edizioni sue nuove discorre due volte il Molini, che nel parlarne corregge[227] l'Alfieri: ma il nome del Foscolo, ambíto piú che desiderato, nell'Antologia non appare se non solo una volta[228]. Né a lui mancavano e dal Vieusseux e da' suoi amici incitamenti e preghiere: “manda una volta — scrivevagli[229] Gino Capponi — manda una volta qualche cosa per l'Antologia, che non è un cattivo giornale, e per certe parti, quasi un miracolo per l'Italia„. E al Pucci, non senza amarezza, raccomandava[230]: “ditegli che quando si ricordi di essere italiano, e si trovi scritta qualche cosa in questa lingua, che era una volta la sua; l'Antologia, che si pubblica qui, non è indegna che l'adopri, e vi ponga il suo nome„. Che piú? pubblicamente il Montani, per stimolarlo, diceva[231] ch'egli avesse, scrivendo per gl'Inglesi, “obliato gli italiani„. Ma non il cuore di certo mancava al Foscolo per compiacere agli amici: già tempo innanzi, promettendo la versione d'Omero e la prosa da unirsi alla versione, scriveva[232] al Capponi: “.... e se avrò tempo, aggiungerò qualche articolo. E tempo avrei, e me ne avanzerebbe: ma non ho pace — non ho pace di mente„.

Da Parigi e da Firenze, da Napoli e da Ragusa, dove lo sospinsero le vicende di una vita agitata, Urbano Lampredi[233] già vecchio mandò al Vieusseux, fin da quando iniziava appena il giornale, scritti suoi numerosi: recensioni d'opere nuove e disamine di testi antichi, dialoghi e discorsi su cose filologiche, e lettere amene. Vivace d'ingegno e non inelegante scrittore, urbanamente contradiceva al romanticismo, e conversando familiarmente co 'l Monti scalzava le basi della Proposta con que' suoi dialoghi arguti e festivi, che sono, delle cose scritte intorno a quell'argomento, tra le piú assennate e piú belle, non solo dell'Antologia ma del tempo.