Giovine invece, Enrico Mayer[234] su 'l finire del 1821 diede il primo suo scritto; e le altre cose che via via, modestamente, mandava al Vieusseux, gli acquistarono stima tra gli scrittori provetti[235]. Non pochi gli scritti suoi di letteratura, in ispecie tedesca: ma di proposito piú numerosi quelli che mirano al popolo e alle sue vive necessità; prima tra le quali l'educazione, ch'egli stimava la sola via per conseguire il perfezionamento morale e la libertà civile, da lui augurata a tutte le genti. Nella quale sentenza conveniva il dottore Giuseppe Giusti, che di materie civili primo trattò nell'Antologia; e delle altrui innovazioni rendeva conto a' lettori, e altre di suo ne propose.
Con la cooperazione di questi pochi scrittori, alcuni de' quali in età già avanzata o matura e autorevoli noti, altri invece giovani ancora ed ignoti, compiva il giornale il suo primo anno di vita. Ed erano toscani que' pochi; a' quali il Vieusseux serbò poi sempre riconoscenza grande: e giunto al centesimo fascicolo, di nuovo ringraziava[236] i toscani, che soli avevano la sua impresa incoraggiato efficacemente. Pure non gli era ignoto che tra gli stessi toscani non tutti scrivevano nel suo giornale quelli che avrebber potuto; e, quel che è meglio, sentiva che quand'anche li avesse tutti intorno a sé radunati, a continuarlo in modo degno bisognava di altri e piú varî elementi arricchirlo; sentiva che quel compilarlo con le forze di sola una regione, e quasi direi, di una città sola, aveva e in apparenza e in sostanza una cert'aria di municipalità e di congrega, a combattere la quale voleva che appunto l'Antologia si levasse.
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Nel gennaio del 1822, Gian Pietro Vieusseux pubblicamente diceva[237] aver egli speranza che in breve l'Antologia diverrebbe “tutta nazionale„; e invitava “tutti i letterati, tutti i dotti italiani„ a inserirvi e difendervi le loro opinioni “anche tra loro contrarie„; pregandoli in ispecial modo perché volessero considerare l'Antologia come “una collezione nazionale„. Primo rispose all'invito con un giudizio[238] su l'istituto famoso di Hofwil, Gino Capponi[239], che anonimo poi vi scrisse il piú delle volte: uomo piú dotto d'assai letterati, ma senza pedanteria. E vi scrisse di cose economiche, e recensioni varie d'opere d'arte e di storia, e due articoli su la lingua, in cui la bontà del ragionare bene si univa con la proprietà dell'esporre. Trattano piú spesso di geologia e di storia le cose che, fin dal gennaio del '22, diede all'Antologia Emmanuele Repetti[240]; ma altresí di letteratura non raramente. E di questioni economiche discorre Ferdinando Tartini Salvatici, il quale nel primo suo scritto, tra le altre cose, racconta[241] ammontare a trenta milioni di lire il valore de' cappelli di paglia fabbricati nel '21 in Toscana: cosa non creduta vera da alcuni, ma che poco dopo confermò Emmanuele Fenzi[242]. Di pratiche agrarie scrisse nell'Antologia, anch'egli tra' primi, Pietro Ferroni matematico regio; non però lungamente, che la morte lo colse già vecchio: né a lungo vi scrisse Lorenzo Mancini, di cultura e d'ingegno non volgari ma superati dalla grandissima vanità orgogliosa, per cui, fin dal principio, fieramente si stizzí co 'l Vieusseux, che pure aveva accolto i saggi delle sue traduzioni, le quali non erano per vero gran cosa.
Piú valenti cooperatori e piú assidui acquistava l'Antologia in Domenico Valeriani[243], che vi diede notizia di lingue varie e recensioni parecchie: e in Leopoldo Cicognara[244], il quale per la prima volta mandò una lettera[245] su 'l gruppo di Marte e Venere del Canova, e aveva, perché scrivesse, gl'incitamenti di Pietro Giordani[246]. Ma già, tempo innanzi, da sé volentieri prometteva altre cose. “Mi compiaccio — scriveva[247] al Vieusseux nel mandargli una memoria diretta all'amico Capponi — mi compiaccio di poter contribuire possibilmente a rendere interessante il suo giornale, che reputo il migliore che si stampi in Italia„. Non pochi scritti infatti egli diede di cose d'arte, e di non poco vantaggio fu la sua fama al giornale. “Il nome di Cicognara.... vale ogni piú magnifica lode„, scriveva[248] in quel tempo Niccolò Tommaséo; il Tommaséo che anni dopo, mutato parere, rimprovera[249] al conte la “disumana barbarie con cui maltrattava infaticabile la bellezza„.
Ma su 'l principio del 1822 un nuovo scrittore sopraggiungeva, che poi fu sempre non dirò il piú operoso, certo però il piú gradito a' leggenti. Già su 'l finire del '21, per mezzo di Michele Leoni il Vieusseux aveva scritto a Giuseppe Montani pregandolo che venisse in Firenze perché a vicenda si conoscessero e, se si fossero intesi, divenisse un de' suoi. Accettò di buon grado l'offerta il Montani[250], che allora traeva in Milano poveramente la vita; e se non rimase in quell'anno in Firenze perché il Vieusseux non ancora era in grado da potere egli solo soccorrere a lui con quanto gli abbisognava per vivere, si intesero tuttavia: ritornasse egli intanto in Milano, di dove scriverebbe per l'Antologia, e a miglior tempo verrebbe in Firenze.
Nel febbraio infatti del '22 diede il primo suo scritto[251] su cose geografiche, e altri in breve seguirono a questo. Ma arrestato in Milano nell'agosto del '23, e rimandato in Cremona con l'ordine di non piú lasciare quella città, il Vieusseux si interpose, e fattosi mallevadore per lui presso il conte di Bombelles, ottenne ch'ei posasse in Firenze. “Mi rammenterò sempre con gratitudine — scriveva anni dopo il Vieusseux[252] — d'aver potuto mercè sua strappare dalle mani della polizia di Milano l'ottimo mio amico Montani, e di fargli avere il permesso di stabilirsi in Firenze„. E con che cuore nel marzo del '24 vi giunse, può facilmente pensare chi sa le angoscie da lui, non per sé solo, sofferte in quegli interrogatori; benché il governatore Strassoldo cercasse addolcirle con delicatezza pietosa. “Questa sera — scriveva Mario Pieri[253] — mi venne veduto il Montani, uscito quasi per miracolo dalle prigioni austriache.... Ancora non gli par vero di esser qui, sembragli di sognare„. Ma se al Montani, a cui Firenze assicurava tranquilla dimora e grati studî e sussistenza onorata, parve rinascere a vita nuova, non meno ebbe dall'opera sua vita nuova l'Antologia. Fin da' primi suoi scritti incominciava egli parlare[254] — delle “nuove tendenze„, de' “nuovi bisogni„ dell'anima umana e dell'arte; e venne cosí nel giornale fiorentino trapiantando via via quelle idee che aveva a piene mani raccolto nel Conciliatore lombardo. “A' miei occhi — egli scriveva[255] — il romanticismo è la filosofia delle lettere„: e Urbano Lampredi poteva ben dire[256] che i romantici avevano acquistato in quell'“uffiziale di artiglieria letteraria un ardito e valoroso propugnatore„. Ma sebbene il Montani combattesse senza calore soverchio e dalle esagerazioni aborrisse, pure trovò qualche ostacolo in quel terreno da principio non preparato per le nuove battaglie. “Fatalmente — disse di lui Mario Pieri[257] — giungeva a Firenze una di quelle teste avventate, sollecite di qualunque novità buona o cattiva, piene de' vapori del romanticismo.... il quale piantava disgraziatamente tra noi i fondamenti di quella falsa scuola, e guastava la mente ed il cuore della gioventú fiorentina, e faceva teatro delle sue stolte dottrine l'Antologia„. Sarebbe però da osservare che negli ultimi tempi quegli, che il Pieri diceva testa avventata, si dava interamente allo studio della lingua e degli antichi scrittori, piú e piú invaghito delle eleganze toscane. Ma ciò che al Pieri maggiormente forse spiaceva, era che dell'Antologia il Montani si fosse reso “quasi dominatore„. Perché questo è certo, ch'egli andò via via sempre piú raddoppiando i suoi scritti[258], e che la fortuna dell'Antologia dovevasi a lui in buona parte.
Da ogni pagina sua traspariva il candore dell'anima, in cui non era ridicolo orgoglio, non ingiuria maligna, ma benevolenza e amore di verità. “Quello che io posso promettere — scriveva in una sua lettera[259] — si è di non vendermi e di non prostituirmi mai„. In quelle sue riviste egli scorreva dieci, venti scritti per volta, venuti da provincie diverse, animati da diversi principî; e tutti cercava giudicarli con un giudizio sicuro senz'essere arrogante, indulgente senz'essere adulatorio, severo senz'essere villano. Temperanza rara: né io credo che mai egli ponesse il piede in fallo se non quella volta che, parlando del Courier, ebbe a chiamarlo[260] “quel povero Paul Louis Vignajolo„. Nemico alla pedanteria, dell'opere da giudicare parlava come conversando co 'l lettore, familiarmente: diceva[261] egli stesso: “amo la conversazione, anziché la dissertazione„; e conversando sapeva appiacevolire ciò che trattasse. Egli traeva partito di tutto; faceva, per cosette da nulla, brillare un pensiero fine, nascere una riflessione salutare, sorgere un sentimento nobile. Cosí che non è da meravigliarsi che gli articoli suoi fossero da tutti desiderati, attesi con impazienza. Uno solo, ch'io sappia, benché lo stimasse “galantuomo„, fu avverso a lui con l'acrimonia fiera degli antichi eruditi: Mario Pieri. Dopo aver letto un articolo di lui[262], postillava[263]: “Povero Montani, sei ben meschino! Vuoi fare il filosofo ed il libero uomo, ed hai la testa da pulce e l'anima da porco„. Non tanto però — avrebbe il Montani potuto rispondere — non tanto però quanto voi, nel compiacervi in minutamente descrivere[264] certe vostre pensando alla Giunone del palazzo Farnese esercitazioni corporali, che non appartenevano strettamente alle belle lettere.
Ma non dispiacquero al Giordani[265] gli scritti del cremonese; non dispiacquero al Leopardi, al quale parevano[266] “pur troppo pochi„; e scrivendo al Vieusseux gli raccomandava[267]: “Dite al Montani che fra i tanti amici che gli hanno fatto i suoi articoli antologici, conti ancora mia sorella, la quale, ricevendo qui l'Antologia, è molto contenta ogni volta che vede quell'M.„ Né solo degl'Italiani, ma degli stranieri altresí godeva quella stima che essi cosí raro concedono. “Avete voi ricevuto i due volumi su Roma? — scriveva[268] Enrico Beyle al Vieusseux. — Io vorrei bene che il signor Montani ne rendesse conto nell'Antologia, e vorrei che su le Passeggiate, senza complimenti, dicesse tutta la verità....„. E il De Potter[269]: “Dite al Montani, vi prego, ch'io l'amo troppo, da dirgli tutta la mia ammirazione: egli non mi lascia né volontà né scelta di ragionamento; mi trascina. Io non so dove questo diavolo d'uomo (ce diable d'homme) vada a pescare tutto ciò che dice di buono, di utile, di amabile, di incantevole, nelle sue riviste letterarie„. Modesto viveva il Montani delle fatiche operose che gli costava il giornale; e quando egli morí, pochi mesi innanzi all'Antologia alla quale aveva dato le sue forze piú vive, il Vieusseux che lo amava lo pianse e ripianse con abondanza di lacrime.
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