Alla stampa del giornale doveva provvedere la stamperia Fiesolana, diretta da Francesco Inghirami; e il Vieusseux alla vendita. Per spiegarsi quest'ultima scelta, è qui necessario dire che il suo Gabinetto era cosí ben riuscito, che da Ginevra lo richiedevano di consigli e d'aiuti per farne uno simile[107]; e il Collini scriveva[108] al Capponi, che quello stabilimento eccellente, ricco e stimato da tutti, acquistava ogni giorno piú lode affluenza e celebrità. Cosí che al Capponi parve maggior diffusione avrebbe avuto il giornale, se per la vendita affidato al Vieusseux, che tante relazioni aveva co' librai esteri e nazionali. Il primo numero di saggio doveva pubblicarsi nell'ottobre del '20; indi, ogni tre mesi; e il titolo era: Archivio di letteratura. Ogni volume doveva essere diviso in tre parti: Letteratura; Scienze Naturali; Appendice o Parte bibliografica: la prima, suddivisa in tre parti, comprendeva la letteratura estera, l'italiana antica, la contemporanea. Poco per vero stimava si dovesse ragionare di quest'ultima; e versi non voleva se non del sommo coro: perciò, tolte quell'opere che potevasi credere rimarrebbero, dell'altre pensava fosse provveder bene all'educazione degl'Italiani lasciandole nell'oscurità. L'antica voleva studiata senza pedanteria; mirando principalmente a far noti gli autori nella vita, nel carattere e in quelle circostanze che ne' loro scritti lasciarono traccia: soprattutto mirava alla prosa, a quella prosa “sbranata in mezzo a due contrarie fazioni„, ch'egli voleva una buona volta fissare, rettificando l'andamento logico e la grammatica e la scelta delle parole; “deridendo i parolai, e raccomandando i filosofi„. Per la parte che toccava della letteratura estera, voleva si tenesse gran conto di tutte le bellezze, e si rendesse giustizia agli scrittori di genio, “i quali appartengono a tutte le nazioni ed a tutti i tempi„: e ponendosi con sguardo sicuro in mezzo a' contendenti, tra quelli che in nome d'Italia volevano schiavo il pensiero all'antico, e quelli che in nome della libertà degenerata in licenza lo volevano schiavo al nuovo; alla parola Romanticismo dava “bando perpetuo dal Giornale„, ma le lettere italiane voleva con l'infusione di qualche nuovo elemento ringiovanire, facendo proprietà nostra del bello, in qualunque luogo potesse trovarsi.
Nella prima parte doveva anco entrare lo studio della storia, della filosofia morale e dell'educazione: ma perché non sperava che sempre potesse empirsi il giornale di articoli buoni originali, concedeva che “qualche volta„ potesse ingrossarsi con traduzioni dalle riviste straniere, arricchite di note e adattate a' nostri bisogni.
La parte seconda e la terza assai piú da vicino seguono il Parere, dato dal Foscolo: ma il Progetto del Capponi, non ostante la simiglianza de' concetti e in molti luoghi fin delle frasi, con maggiore ampiezza e con senno non minore accenna a questioni di somma importanza; e in molte cose, per la novità delle vedute o degli argomenti trattati, è pieno di acume e bello di originalità generosa. Un affetto caldo della patria, e un pensiero insistente di volgere ogni parte del giornale all'utile dell'Italia, vi circola per tutto, come spirito animatore: ringiovanire in letteratura i buoni antichi germi corrotti, e soprattutto pacificare gli animi e unirli: sferzare i costumi, parlando di educazione, e bandire dagl'Italiani l'indolenza, cioè l'egoismo, avvezzandoli a non riguardarsi piú come individui isolati in mezzo alla società: trattare di scienza, ma in sola quella parte che fosse utile a' piú; la storia studiare, ma “per addrizzare le menti e poi scaldare il cuore degli Italiani„: e fin dell'arti belle parlare in modo, non da “consolar l'ozio e la servitú„, ma da “innalzare le menti e consacrar sentimenti di patria„. Tutto questo era diverso, anzi, era la negazione di ciò che il Foscolo pensava, quando scriveva nel suo Parere: “Ogni governo regnante ha bisogno, diritto e dovere di ridurre le opinioni dei sudditi al sistema del suo governo„. Il motto stesso del giornale capponiano: Patriae sit idoneus, bene indicava la natura e lo scopo dell'impresa; ed era come un riflesso dell'anima generosa che lo aveva pensato.
Cosí disposto il piano del giornale, il Capponi ne parlava in Londra co 'l Pucci, che anch'egli plaudiva, e ne scriveva agli amici lontani per dar notizia della cosa e insieme sollecitare il loro aiuto. E appunto allora il Collini, promettendogli[109] sostenere, o almeno non abbandonare, un'impresa sí degna, sospendeva, come s'è visto, la pubblicazione del Saggiatore.
***
Nel giorno 26 di dicembre del 1819 il Capponi partiva di Londra, diretto a Parigi: il Foscolo gli prometteva lettere di raccomandazione per Francoforte e la Svizzera, utili al giornale, e versi suoi con una prosa da unirsi a' versi; e in un biglietto lo salutava[110] con lacrime. Da Parigi il Capponi, rammentandogli la promessa delle lettere di raccomandazione, tra serio e scherzoso gli scriveva[111]: “Né voglio che tu creda che io abbia abbandonato il pensiero di mettere al mondo questo giornale, o che l'abbia abortito nel passar la Manica. Ma guizza per ora il piccolo uomo nei genitali paterni. E poi balzerà fuori ad un tratto, e nascerà grande e venerando, specialmente se accanto ai tuoi versi (i quali, rileggendoli, mi paiono sempre piú degni di Foscolo) avrà la prosa promessa, la quale renda ragione de' versi, e insegni, nel tempo stesso, come si abbiano a fare le prose per un giornale il quale non paia un giornale italiano„. E il Foscolo rispondeva[112] promettendogli ancora le lettere, e la prosa entro il settembre, e qualche altro articolo.
Certo il Capponi non aveva abbandonato il pensiero di mettere al mondo il giornale; ma, per dire il vero, a quando a quando il dubbio della riuscita lo tormentava, e le difficoltà contro cui sapeva avrebbe dovuto lottare per dar vita a quell'idolo della sua mente, gli mettevano nell'anima lo sconforto. Gli era giunta notizia[113] che i provvedimenti di rigore erano tanto rinforzati in Lombardia, che le opere di Voltaire non potevano entrarvi; e, senza volerlo, non lo incoraggiava davvero il Niccolini, quando gli parlava de' grandi litigi intorno alle questioni di letteratura e di lingua, e gli diceva[114]: “sarebbe veramente vantaggioso il giornale che voi meditate: ma giudicate voi se nelle attuali circostanze ne sia possibile l'esecuzione„. Le guerre tra' letterati erano allora al massimo punto: le polizie aumentavano di sorveglianza e di rigori, e su 'l cielo d'Italia già si addensava rumoreggiando la tempesta del '21. Assai difficili erano i tempi, e bisognava una gran forza di speranza per non lasciarsi vincere dallo scoraggiamento: anche lady Morgan, lasciata appena l'Italia, avuto sentore che un nuovo giornale doveva sorgere in Firenze per opera di un signore patriota (cosí chiamava il Capponi), e che quel giornale aveva lo scopo di rimettere Firenze al livello del resto d'Europa, scriveva[115] che lo spirito del governo vi si sarebbe opposto.
Dopo non breve dimora in Parigi, partiva il Capponi alla volta dell'Olanda: e nel suo cuore con la fede e la speranza lottavano molti dubbi e timori. Diceva il Foscolo[116], che al Capponi in Olanda le facce de' mercanti, pe' quali non aveva mai sentito grande amore, avevano inspirato un'antipatia invincibile per tutte le facce mercantili dell'universo: e certo non il Foscolo allora, né lo stesso Capponi, potevano prevedere che un mercante verrebbe in suo aiuto, ed egli per quel mercante non simpatia sentirebbe, ma amore. A ogni modo, quelle paludi, quel cielo grigio d'Olanda, quel paese mercantile, gli empirono viepiú l'anima di amarezza: quasi pareva che tanto piú sminuisse in lui la speranza e crescesse il timore, quanto maggiormente sentivasi lontano dall'Inghilterra, e sapeva vicino il ritorno in Italia, che pure amava. “Non mi rallegra punto l'idea di tornare in patria — scriveva[117] in un istante di accorato dolore — perché patria non l'abbiamo, per ispirare i sentimenti che dovrebbero andare uniti a questo nome. E mi rattrista il pensiero di ricader sotto l'unghie dei tedeschi e dei preti, e di una massa di volgo, degno degli uni e degli altri„. E rimpiangendo l'Inghilterra, che tanto e in ogni cosa doveva al paragone sembrargli migliore; “invidio il Pucci — esclamava — che è fatto abitator di Bond-Street. Oh! beato Bond-Street!„.
Ciò che piú spaventava il Capponi era, a sua confessione[118], “il Puccini„: e quando lasciata l'Olanda e, dopo breve soggiorno, la Svizzera, ripose piede in Firenze, nell'“Atene d'Italia„ ove aveva avuta “l'onesta debolezza di ritornare„; il mal umore cosí lo assalse e lo vinse che gli parve[119] né anco poter piú pensare al giornale; tanto trovava mutata la situazion delle cose! Certo, la presidenza del Buon Governo aveva allora, ed ebbe per lungo tempo, importanza grandissima: oltre le attribuzioni proprie di polizia investigatrice giudiciaria e penale, aveva anche la sorveglianza de' forestieri, la direzione delle carceri, la soprintendenza agli spettacoli; e ciò che è peggio, potere illimitato su la stampa: cosí che il granduca di Toscana, piú che Ferdinando III, era di fatto il Presidente del Buon Governo. E Aurelio Puccini appena entrato in carica aveva, per dire il vero, suggerita l'abolizione del sistema giudiciario francese, la soppressione della gendarmeria e il ristabilimento del bargello con tutta la rispettabil corte de' birri. Tuttavia i timori del Capponi, che per natura troppo si rivelava in ogni cosa ragionatore, non poco erano esagerati; e le condizioni della Toscana in quel tempo, per ciò che riguarda la politica, non erano davvero tali da spaventare un animo che meno del Capponi fosse stato dubitoso e sottile.
Certo, Aurelio Puccini aveva qualche cosa da far dimenticare: un alberetto della libertà, presso la fonte della piazza non chiamata allora del granduca, da lui piantato nel 1798, con sopra scrittovi: “Piccolo son, ma crescerò sull'Arno„[120]: e di giacobino ardente convertitosi a' contrarî principî, eletto ministro di polizia, a quando a quando dava saggi del suo pentimento: ma non usava allora, né usò piú tardi, indebiti rigori; né mai diede ad alcuno inquietezze soverchie. Ministri, o, secondo il linguaggio del tempo, segretarii di Stato, erano Vittorio Fossombroni per gli affari esteri, per gl'interni don Neri Corsini, e Leonardo Frullani per le finanze. Sotto il rapporto economico, e per la divisione delle terre e per l'esercizio dell'industria e della concorrenza commerciale, essi avevano posto la Toscana al possesso di una legislazione piú liberale e piú ragionata di qualunque altro Stato; la libertà ristabilita in favor del commercio e dell'industria, l'uno e l'altra faceva prosperare; e prosperando, spandeva tra' cittadini modesta e diffusa ricchezza. Cosí che mentre in Napoli, nel Piemonte, in Lombardia, si abbandonavano a moti generosi, ma perché non preparati, incomposti come di un infermo nelle sue convulsioni; in mezzo a' rumori delle congiure e agli apparecchi della rivoluzione, tranquillo e fidente nel governo e nel principe il popolo toscano dormiva il suo sonno tranquillo.