Fin dall'aprile del 1814 un mercante ginevrino, Gian Pietro Vieusseux, scriveva al Sismondi (ché lo storico delle italiane repubbliche a lui mercante era amico, come gli antichi mercanti di Firenze erano amici a persone da piú che il Sismondi) scriveva[87]: “Oh, signore, io sono ben disgustato del mio mestiere! io non sono mai stato felice. I miei gusti, la mia natura, mi porterebbero a fare un genere di vita piú filosofico di quello che permettono le condizioni in che sono stato allevato; e tutti i giorni ne soffro, e da piú anni„. Tuttavia, intorno quel tempo, intraprendeva il gran viaggio attraverso la Francia, il Belgio, l'Olanda e la Russia.
Cinque anni dopo, nel luglio del '19, quello stesso mercante giungeva in Firenze, dal suo parente Francesco Senn di Livorno raccomandato al Collini. Giungeva stanco de' lunghi viaggi in nazioni diverse tra uomini diversi, delle fortunose vicende politiche alle quali aveva assistito, de' disastri della sua famiglia e della sua casa di commercio: e fermava in Firenze l'animo e la dimora, non per cercarvi riposo ma per mutar di lavoro.
Lo spingeva l'idea di fondare un gabinetto letterario nella piú grande città di Toscana; idea che forse prima avrebbe mandato ad effetto, se le molte e gravi occupazioni di commercio non ne l'avessero distolto; ma della quale i primi germi erano certo in quel suo meravigliarsi d'aver trovato anni addietro in Firenze, per gabinetto letterario, una “miserabile bottega che non riceveva se non due gazzette, e aveva inscritti dodici soli associati„[88]. Non era però facil cosa dar vita a quel germe, e far sí che prosperasse in un terreno del quale abbiamo già vista la natura: vi si opponevano la lentezza delle comunicazioni, che con gran danno avrebbe ritardato la sua corrispondenza con tutti i librai; la trascuranza de' librai stessi nel diffondere le cose stampate; il numero piú che esiguo de' lettori; la naturale indifferenza toscana. Ma il Vieusseux era uno di quegli uomini che negli ostacoli ritemprano il proprio vigore: egli aveva costanza, aveva speranza; e la speranza e la costanza sono frutto in germoglio.
Lorenzo Collini, a cui piaceva ogni cosa buona, non solo fece plauso al progetto, ma conosciuta la prudente energia e la calma ardimentosa dell'uomo, vide che questi soltanto avrebbe potuto e saputo ridare la vita al suo giornale, quando ne avesse a lui ceduta l'amministrazione, ritenendo per sé la direzione[89]: e per l'una cosa e per l'altra si strinse a lui. Il dí primo di ottobre del 1819, il governo I. e R. concedeva al Vieusseux il permesso di aprire il suo gabinetto; co 'l patto però non lo chiamasse Ateneo: ma il Vieusseux, che piú che al nome mirava alla cosa, per non perdere la cosa rinunciò al nome; e in uno de' quartieri piú frequentati, nel centro quasi di tutti gli alberghi d'allora, prendeva in affitto dalla marchesa Feroni l'antico palazzo de' Buondelmonti. Il 9 di decembre dell'anno stesso, pubblicò un primo manifesto[90]; ma benché portava il suo nome, era scrittura del dottor Coppi: vi si diceva — dopo aver ricordato, non senza un po' di retorica, la “classica terra„ “ch'Appennin parte e il mar circonda e l'Alpe„ — vi si diceva che G. P. Vieusseux, persuaso che uno stabilimento il quale riunisse gli scritti periodici piú interessanti, tanto d'Italia che d'oltre mare e d'oltre monte, sarebbe riescito utile e dilettevole; aveva chiesta e ottenuta facoltà d'instituirne uno, al quale poneva nome di Gabinetto scientifico e letterario. E poco di poi, con un Avviso, annunciava che nel giorno 25 di gennaio, dalle ore otto del mattino alle undici della sera, si sarebbe aperto il Gabinetto; con una sala destinata per la conversazione, e tre per la lettura di “tutti gli scritti periodici, giornali, gazzette„ che venivano pubblicati nelle città principali d'Italia, e delle riviste e fogli periodici piú rinomati inglesi, tedeschi e francesi. Quarantadue giornali in tutto, tra italiani e stranieri; e carte geografiche, e altri libri di consultazione.
Com'era stabilito, il Gabinetto nel giorno 25 di gennaio fu aperto al pubblico; e quattro giorni dopo il Vieusseux poteva su 'l suo libro scrivere il nome di 75 associati[91]. I segretari delle Legazioni d'Austria e di Russia vi leggevano il Censore e la Minerva; ma Firenze non si moveva[92]. Dodici soli i fiorentini, tra que' 75 associati; gli altri, russi inglesi specialmente. Il Vieusseux aveva ben pagato que' molti giornali, quelle carte, que' libri; fornito di mobili decenti il palazzo, e speso pe 'l fitto 2100 lire: certo, per altri non vi sarebbe stata speranza di onesto guadagno; ma quell'impresa non era mercantile speculazione, e a ben altra cosa che a lucro aveva l'animo Gian Pietro Vieusseux.
Intanto il Collini piú e piú s'era stretto a lui, e già gli aveva proposto la continuazione del suo giornale; ben sapendo che le cause della morte del Saggiatore, com'ei diceva[93], non erano nell'infante ma nelle balie. Accettava l'offerta il Vieusseux, non senza però dire innanzi che voleva certezza che i migliori d'Italia si farebbero cooperatori al nuovo giornale: sollecitava quindi egli stesso per articoli il Sismondi; e per invito del Collini anche il Monti (sebbene diceva[94] che, dopo lo sporco adulterio della p.... sua figliastra la Biblioteca Italiana, egli non aveva piú voluto saper di giornali); anche il Monti assentiva che nel Saggiatore, sotto quello del Niccolini e del Collini, si scrivesse il suo nome. Erano buoni gli auspicî: il Collini già stava per annunciare al pubblico la distribuzione del secondo semestre del Saggiatore riunito al Gabinetto; pieno l'anima di speranza, scriveva[95] che il suo infante “nutrito dalla sedulità e attenzione svizzera di monsieur Vieusseux„ avrebbe, vincendo ogni ostacolo, raggiunta una valida vecchiezza: ma in questo tempo il Capponi gli scriveva di Londra lettere che gli parlavano di certi suoi grandi disegni, del suo ritorno che, al dire del Collini, doveva essere “una nuova epoca„[96]; parve meglio l'attendere, e quell'attesa fu tanta che il Saggiatore non nacque mai piú.
Riassumendo a questo punto, in poche parole, ciò che a grandi linee sono venuto dicendo della letteratura periodica avanti il '21, questo si può affermare: non mancava certo in Italia, e soprattutto in Milano, il moto per dare vita a giornali, ma era moto non governato da energia di volere né da scienza né da esperienza; come di sonnambuli, ne' quali benché le membra son deste l'anima dorme. Cosí, tra que' giornali innocenti nelle intenzioni ma condotti male e peggio scritti, e quelli che nella vita breve di un giorno erano l'espressione di basse vendette e di odî meschini; solo un giornale si levava (anch'esso, per vero, non sempre immune da queste colpe) degno tuttavia di questo nome: la Biblioteca Italiana. Ma quel giornale, che in ogni parte quasi d'Italia giungeva ed anco passava le Alpi; quell'unico giornale, che per molti aspetti poteasi dir buono, non era cosa italiana: lo aveva fondato, e ne era in sostanza signore[97], un governatore austriaco che all'Austria obbediva. Cosí che non aveva davvero torto il Giordani, quando scriveva[98] che mentre la Francia assai ne aveva di buoni, non c'era in Italia un giornale leggibile.
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Quali erano i grandi disegni di cui il Capponi aveva parlato al Collini? È qui necessario si ritorni un po' addietro. Fin dall'aprile del 1819 il Capponi era giunto in Londra, stanco un poco della babilonia di Parigi, di quel grande caleidoscopio, com'ei diceva, che non stava mai fermo: e in Londra il Foscolo l'aveva subito accolto da amico, e poco dopo si erano entrambi amati da fratelli. Quel paese pieno di virili propositi e di operosità seria, ove trovava piú moralità forse che in alcun'altra nazione, ben presto gl'infiammò il cuore; e come il Foscolo giudicava[99] gl'Inglesi superiori a tutti gli altri popoli d'Europa, cosí egli per molti rispetti li trovò[100] ammirabili su tutte le nazioni antiche e moderne. Con occhio di studioso innamorato vide dunque l'Inghilterra e la Scozia, e comperò libri inglesi, e a tanto giunse quello ch'egli stesso piú tardi chiamava[101] “invasamento d'anglomania,„ che di fabbrica inglese volle fin gli scaffali che dovevano contenerli. Ma ciò che piú importa, stringeva relazioni co' piú grandi scrittori ed editori di Edimburgo e di Londra, e ordiva con essi una corrispondenza che aveva per fondamento lo scambio di libri e di giornali tra l'Inghilterra e l'Italia: era egli sicuro, che in quello scambio avrebbe ricavato maggior profitto non certo la prima. Le riviste specialmente, quelle grandi riviste in sí mirabil modo condotte, che erano a capo del moto letterario inglese, nelle quali gli uomini piú grandi scrivevano, gli empirono l'anima di ammirazione; ma di ammirazione mista a dolore: sotto il cielo grigio di Londra egli pensava all'Italia, e in ripensando, arrossiva per la sua patria che di sí lungo tratto nell'arte di far giornali restava addietro. Gl'Inglesi avevano, tra l'altre, la Quarterly Review, e meglio ancora, l'Edinburgh Review, ch'ei giudicava[102] il piú bel giornale che fosse mai stato fatto; noi nulla da contrapporre con decoro: ed egli, su que' modelli, ebbe il pensiero di dare un grande giornale all'Italia. Il Foscolo plaudiva al disegno del suo fratello, e con la sua anima ardente attizzava quella fiamma: non dico ch'egli primo l'accendesse; dico soltanto che il Capponi la sentí viva nel cuore dopo che in Londra ebbe conosciuto il Foscolo.
“Mi diverto — scriveva[103] a G. B. Zannoni, antiquario dotto e suo caro maestro — mi diverto, trottando sul cielo delle carrozze di diligenza, a far progetti per un Giornale da pubblicarsi in Firenze; e quando son fermo raccolgo materiali, i quali mi rappresento che possano poi servire a porre in esecuzione quest'idea, la quale intanto mi rallegra e m'impegna. Ma deficiunt vires per molte parti„. Guardiamo un poco a questi materiali che, incominciati a raccogliere in Londra, tennero per molti mesi occupato il Capponi. Aveva egli ottenuto, o per meglio dire, “tolto di mano a Ugo Foscolo„[104], quel Parere sulla istituzione di un giornale letterario, da lui, fin dal febbraio del '15, apprestato in servigio del generale Ficquelmont, avanti che un conte governatore fondasse la Biblioteca italiana: e lo studiò e fece suoi que' pensieri per modo, che chi legga il Progetto di giornale steso dal Capponi, e il Parere del Foscolo, non può non accorgersi subito (fuor che negli accenni a questioni nuove, sorte co' nuovi tempi) della simiglianza, nell'ossatura generale e fin nelle piccole parti, grandissima[105]. A ogni modo, la raccolta dei materiali e la corrispondenza dovevano essere in questo modo regolate: il Foscolo da Londra, da Edimburgo il Brewster, e varî librai da Parigi, Francoforte, Ginevra e Bruxelles, avevano l'incarico dell'invio regolare de' libri e giornali piú importanti: il Niccolini doveva essere consultato regolarmente, e il Ridolfi dirigere la parte che si sarebbe data alle scienze[106]. I buoni scrittori italiani tutti avrebbero cooperato, valendosi però del giornale come di un deposito delle loro comunicazioni letterarie, non delle loro animosità e de' loro pettegolezzi: per cui, fin dal principio, come cosa tra le piú importanti il Capponi scriveva: “Non saranno mai pubblicati articoli.... che si allontanino nelle contese letterarie da quella nobile urbanità la quale si trova cosí di rado nelle pubblicazioni periodiche dei nostri giorni. Perciò saranno bandite tutte le personalità, cosí d'ingiuria come di lode. Il giornale deve considerare de' viventi gli scritti e non le persone„. La piaga era antica ne' letterati d'Italia; e il Capponi, che ben la conosceva, studiavasi porvi ristoro.