Ma se con grande larghezza il Vieusseux fece luogo nel suo giornale, fino da' primi tempi, a studî su le diverse regioni del mondo e a notizie sollecite di scoperte e di viaggi; piú di proposito intese allo studio della geografia dell'Italia, con rammarico grande notando[874] che i pochi cultori in essa delle scienze geografiche, alle altre regioni piú che alla propria ponessero mente: nel che conveniva il Pagnozzi dolendosi[875] che poco agl'Italiani fosse nota l'Italia. Loda[876] l'Antologia, gli scritti su la Sardegna del Mannu, e quelli del La Marmora; e dice che la Sardegna è uno de' paesi d'Europa men conosciuti: e il Vieusseux stesso la chiama[877] “paese mal noto al resto d'Italia, e che merita d'essere un po' meglio osservato„. Ma altrove il Ciampi si rallegra[878] che anche da scrittori stranieri incominci a studiarsi: e il Cibrario afferma[879] che in essa il popolo è feroce “perché incolto, ma che non è punto corrotto„.

Parla l'Antologia della Corsica (oggi piú straniera all'Italia che settanta anni fa, quando nel suo seno boscoso consolava l'esilio del Benci, del Tommaséo, del Guerrazzi e d'altri molti); e parlando della Corsica, il Montani si duole[880] che poco sia conosciuta, e spera che facendo sua la lingua francese “non vorrà mai rinunciare..... alla bella lingua d'Italia„. Il quale Montani nel dare notizia della Società di geografia fondata in Parigi, già nel '22 proponeva[881] che si formasse in Italia “una società di geografia nazionale„, la quale attendesse alla compilazione di una dotta opera geografica su la Toscana: e nell'ottobre del '23 il Vieusseux presentava[882] al Puccini il progetto di una Società di geografia e storia naturale, che incominciando dalla Toscana facesse oggetto de' suoi studî l'Italia. Del quale progetto il Bernardini chiamato a dare il parere, disapprovando il secondo articolo diceva[883] parergli “un'incongruenza„ che una società di Toscani cercasse “un ricovero nelle stanze di un estero..... che vive tra noi collo spaccio di altrui prodotti letterarî„. Ottenne tuttavia il Vieusseux la chiesta licenza; e nel 1826, creata per opera sua la Società toscana di geografia statistica e storia naturale patria, egli stesso ne dava notizia[884], affermando che la società aveva per iscopo “riunire tutti gli elementi d'una buona descrizione geografica statistica e fisica della Toscana„. Egli stesso del pari loda[885] la carta geometrica della Toscana, opera del Padre Inghirami, e quella del bellunese Girolamo Segato, plaudito altrove[886] da Gräberg di Hemso per quella dell'Africa settentrionale: e loda insieme l'Atlante geografico fisico storico della Toscana di Attilio Zuccagni Orlandini, tempo innanzi annunciato[887] da Emmanuele Repetti; al Dizionario geografico del quale, nel medesimo scritto il Vieusseux rende onore. Né forse sarebbero, senza gli aiuti e gli incitamenti di lui, alcune di queste opere, in quel tempo e ancor oggi meritamente famose.

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Come gli studî geografici, altresí quelli storici ebbero nell'Antologia un grande sviluppo per opera del Vieusseux: il quale, sollecito di ogni novità buona e feconda, primo rammentava[888] la necessità di far conoscere all'Italia la nuova direzione data in Francia e in Germania allo studio della storia. E al desiderio del Vieusseux sodisfaceva il Capei, primo additando[889] all'Italia gli studî di Niebuhr e quelli[890] del Savigny. E il Forti rende onore[891] al Guizot; e Giuliano Ricci al Michelet[892]; altri al Thierry[893]. Ha l'Antologia scritti frequenti di Luigi Cibrario[894], allora in verità ben lontano dal pensare che re Carlo Alberto lo invierebbe con Domenico Promis a viaggiare mezza Europa in cerca di rarità numismatiche. Allora il Montani gli consigliava[895] lasciare i versi, e volgersi a cose piú utili: e il Cibrario divenne illustratore della storia del Piemonte, cioè italiana, e fu lodato[896] dal Forti.

Ma a dimostrare l'importanza che l'Antologia ebbe negli studî storici, è da rammentare ciò che in essa fu fatto per ridestarne l'amore, e ciò che in loro vantaggio. Si doleva[897] il Forti che fosse in Italia venuto meno quell'ardore nell'investigare e far pubblici gli antichi documenti e le storie inedite, che fu decoro del secolo XVIII: ed egli tra' primi invogliava[898] allo studio delle storie municipali, e come utili all'istruzione de' cittadini, e come documenti preziosi o per convalidare o per novamente discutere i principî delle scienze economiche. Nella quale sentenza conveniva il Montani, il quale non solo desiderava[899] che delle croniche antiche si dessero nuove e piú curate edizioni; ma nel lodare le memorie e i documenti per servire alla storia del ducato di Lucca, opera di varî letterati lucchesi, affermava[900] essere impossibile avere una storia esatta d'Italia se prima non fossero pubblicati i monumenti storici delle particolari provincie. Del che l'Antologia loda piú volte Emmanuele Cicogna: e il Tommaséo augura[901] a ogni città d'Italia raccoglitori o illustratori delle patrie memorie simili a lui.

E per toccare, tra le molte qua e là sparse, di alcune delle idee piú nuove che furono poi fecondissime, rammenterò che molt'anni innanzi che il Tommaséo nell'esilio sconsolato di Francia, per incarico del ministro Thiers ne pubblicasse la raccolta, molt'anni innanzi il Forti ragionava[902] di alcune relazioni d'ambasciatori veneti e toscani e romani; e molto si doleva che per ragioni di Stato, o per consuetudine antica, fosse agli studiosi interdetta tale miniera di documenti ricchissima. Ma a questo riguardo il Vieusseux non taceva, probo com'era, le debite lodi del Piemonte, scrivendo[903] in una noticina a un articolo del Cibrario, che in quella regione i pubblici archivi erano “liberissimamente aperti agli eruditi e agli studiosi di ogni specie„.

Come parte di storia e da' lavori storici, al dire del Tommaséo[904], fatta omai inseparabile, trattazione ampia ebbero nell'Antologia anche gli studî della statistica, della quale il Pepe saluta[905] “inventore„ Giuseppe Maria Galanti. Piú volte, ed a lungo, è tenuto discorso dell'opere dello Smith, del Say, del Malthus, del Sismondi, del Bentham e del Gioia. E a diffondere in Italia l'amore di questa scienza considerata come un nuovo atteggiamento degli studî economici e storici, il Forti dà lode[906] a' compilatori degli Annali di statistica di Milano: e il Montani proponeva[907] per far conoscere i varî bisogni d'Italia e destare l'emulazione, le statistiche delle varie città rinnovate di tempo in tempo.

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La materia però dove piú parte aveva l'indirizzo del Vieusseux, e dove piú chiaro si vede lo scopo del giornale, era l'educazione. E nel dimostrare come il Vieusseux a divulgarla e farne sentire il bisogno mirò con ferma costanza, senza debolezza mai né incertezza; nel dimostrare come l'Antologia molte utili proposte facesse ancora non poste in atto e meditabili tuttavia; e mirando fuori d'Italia, agl'Italiani sollecita offrisse molti esempi di piú parti d'Europa imitabili; mi verrà fatto di dimostrare quanta importanza avesse per questa parte il giornale, e quanto alle intenzioni buone del suo direttore debba la Toscana e l'Italia.

Faceva il Capponi lodi[908] oneste dell'istituto famoso di Hofwil, diretto dal Fellemberg: dava notizia[909] l'Uzielli delle scuole di New-Lanark in Iscozia, dirette dall'Owen: e Antonio Benci dell'istituto del Pestalozzi[910] nel castello d'Iverdun. Nell'Antologia il Renzi ribatteva[911] le opinioni del Bonald, contrarie alle scuole di mutuo insegnamento; e Vincenzo Antinori faceva sapere[912] a' nemici di novità il metodo di reciproco insegnamento trovarsi descritto nelle lettere del viaggiatore Pietro della Valle come praticato, fin dal 1623, nelle Indie. Ma il Vieusseux giustamente avvertiva[913] che anzi che disputare a far prevalere questo o quel metodo, era opportuno far sentire la necessità dell'istruzione per le classi piú povere, e i pericoli che seco porta l'ignoranza. Al quale proposito, il Montani diceva[914] al marchese Gargallo, che nel proemio agli Offici di Cicerone si mostrava pauroso delle conseguenze dell'istruzione da darsi al popolo: “lasci, di grazia — diceva — che diffidino le teste vuote, lasci che paventino coloro, che non trovano il loro conto se non nell'altrui ignoranza„.