Per divulgare l'istruzione e riparare alla scarsezza de' libri di lettura, piú che quaranta anni innanzi che il Tabarrini, presidente della Società italiana per l'educazione del popolo, proponesse[915] allestire una biblioteca con libri e giornali “volti a promuovere la coltura intellettuale e morale del popolo„; piú che quaranta anni innanzi, proponeva[916] il Vieusseux una raccolta d'opere straniere tradotte, che fu poi la Biblioteca d'educazione: e in altro luogo rammentava[917] come in Iscozia tutti quasi sapessero leggere, e ogni famiglia avesse la sua piccola libreria. Volgeva il Del Rosso il pensiero all'educazione de' fanciulli de' poveri; e proponeva[918], a renderla utile, l'istruzione della mente alternata via via con l'esercizio del corpo in un'arte meccanica: proponeva che una società di privati, come in Inghilterra ed in Francia, a prevenire con l'educazione la miseria, si formasse in Italia; e che si facesse a' bisognosi elemosina non di denaro ma di lavoro. E al professore Del Rosso scriveva[919] delle fanciulle povere il Mayer, il quale in altro luogo rammenta[920] quanto in pro' dell'educazione si facesse in Germania. Rammenta l'Antologia[921] essere nel 1828 venticinque in Toscana le scuole di mutuo insegnamento, e mille in esse i fanciulli istruiti e centocinquanta le ragazze; augurando che crescano in numero. E sollecita essa confortava[922] di lode l'opera di Giulio del Taja, che primo in Italia, nella scuola a sue spese fondata in Siena, co 'l metodo del reciproco insegnamento istruiva le fanciulle povere: lodava[923] la pia casa instituita in Mantova a pro' degl'isdraeliti indigenti, e la scuola di geometria e meccanica[924] pe' manifattori, fondata dal marchese Luigi Tempi, possessore intelligente di codici dal Montani illustrati.[925]
Né tacque l'Antologia, né poteva, dell'Istituto della SS. Annunziata[926]: ma nel farne le debite lodi, saggiamente l'Antinori avvertiva che gli istituti e i collegi “non si debbono riguardare se non come supplemento alla educazione domestica...; che non possono i figli aver migliori maestri dei genitori...; che l'esempio delle virtú domestiche è il miglior precetto per i figli„. Al quale proposito, curiosissima e arguta è l'osservazione del Centofanti: il quale, vedendo come troppo piú spesso si insegna ostentare che praticare la virtú, notava[927] che “noi formiamo due uomini nei nostri fanciulli: un uomo assai morale nelle parole, un altro non molto sano, e forse corrottissimo, nelle abitudini. Questi due uomini sono perpetuamente in discordia tra loro, e fanno a gara a rendere almeno ridicolo il terzo uomo, ch'è il vero, e che risulta dalla composizione di queste due parti„. Divulgava[928] il Tommaséo i principî di quella educazione che incomincia con la vita; e additava[929] la necessità degli esercizi ginnastici, lamentando che non ancora in Italia si ponesse mente a questi esercizi, utilissimi a' ragazzi non solo, ma a tutti, i letterati compresi; a' quali un po' di ginnastica risparmierebbe molti paradossi, molte baruffe in istampa, e molti versi cattivi.
Per ciò che riguarda piú propriamente l'istruzione, si può dire che dalle scuole prime alle Università non è problema che non sia stato ampiamente svolto dall'Antologia; la quale assai cose desiderò, tuttora degne di nota, notabilissime in que' tempi in cui i gerundi si alternavano con gli scappellotti, i participî con le nerbate. Parlava[930] il Mayer delle Università, “monumenti gloriosi dell'umana ragione„, desideroso che in esse la morale filosofia si studiasse maggiormente: e il Lambruschini esponeva[931] un metodo nuovo per insegnare leggere a' fanciulli. Rammentava[932] Urbano Lampredi — discorrendo del barbaro modo d'insegnare — com'egli entrasse nella città delle lettere per quella Janua linguae latinae, quasi simile a quella per cui l'Alighieri entrò nella città dolente; con quelle parole di colore oscuro di declinazioni e di coniugazioni: e tribolasse la sua memoria per ritenere vocaboli non intesi dall'intelletto, e strane desinenze. Rammentava come, passando alla grammatica del De Colonia, ossia alla città di Dite, gli comparissero nella forma gigantesca dei Flegias e dei Nembrotti i precetti della grammatica: e come combattesse con que' giganti, per tre anni armeggiando con insignificanti concordanze, e poi co' latinucci o latinacci; e cosí camminando a tentone per una profonda oscurità d'idee.
Ma l'Antologia qua e là proponeva, per ovviare a tali difetti, modi d'insegnamento piú adatti all'intelligenza de' fanciulli, piú spediti, piú gai: senza che tutti però gli scrittori assentissero a quell'idea della signora Genlis, sostenuta[933] dal Tommaséo, la quale desiderava per insegnare la storia rappresentati su le pareti di varie stanze i fatti piú degni di nota. Gioverebbe però meditare tuttavia questo che il Forti, parlando dell'istruzione de' fanciulli, scriveva[934]: “Quello che importa soprattutto nell'istruzione della gioventú non è già di fornire il maggior numero possibile di cognizioni positive, ma bensí di formare la capacità di ragionare dirittamente, di svegliare lo spirito di discussione e di esame, di suscitare l'amore del sapere e tanta fiducia nelle doti naturali che sproni a volerne usare come meglio la natura consente„. Cose queste alle quali sarebbe desiderabile che molti per vero degl'insegnanti ponessero mente.
Gioverebbe altresí meditare alcuna delle proposte sparse qua e là nel giornale: come quella del Tommaséo, il quale desiderava[935] che un'arte fosse da' ricchi coltivata per amore d'occupazione, per amore dell'arte stessa; creando cosí un vincolo nuovo di fratellanza tra' gradi differenti della scala sociale. Né a' ricchi soltanto ed a' poveri l'Antologia provvedeva, ma agl'infelici altresí. Cose sagge scriveva[936] il Del Rosso perché a' ciechi poveri si impedisse l'andare raminghi accattando: e rammentava come in Londra, in Liverpool, in Parigi, si aprissero case pe' ciechi, tenuti operosi in adatti lavori. Discuteva[937] il sacerdote Marcacci de' metodi varî per istruire i sordomuti, e ricondurli in seno alla società (dalla quale li esilia quasi la natura matrigna), insegnando loro gli eterni principî e le verità consolanti. Ne parlava piú tardi il Padre Tommaso Pendola con le dottrine apprese al Padre Assarotti, annunciando[938] fondata a spese di privati una scuola per i sordomuti in Siena: e non diceva egli, modesto, che per sua iniziativa sorgeva. Ma il Forti gli rende l'onore dovuto[939]; e insieme rende onore a Siena, che chiama “città distinta tra le altre della Toscana per singolare amore de' cittadini al bene e all'onore della patria, e quella fra tutte che serbi piú viva la ricordanza dell'antica gloria„.
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Gioverebbe qui rammentare taluno di quegli scritti inediti antichi che prima l'Antologia diede in luce; taluna di quelle scoperte e di quelle opere di cui prima diede agli stranieri e all'Italia stessa notizia.
E, per tacere dello scritto di Antonio Cocchi intorno Asclepiade, del quale a suo luogo ho parlato, si potrebbe rammentare che di cose inedite ha un abbozzo di discorso[940] del Machiavelli a' signori di Badia; alcune lettere[941] di Voltaire, e una di Benedetto IV a Scipione Maffei su' teatri: ne ha una del Foscolo[942], indirizzata al Capponi nel '26, ove dice, tra l'altre cose, che su la lingua italiana vorrebbe fare un'opera diretta all'Accademia della Crusca, co 'l motto: battimi e ascolta: ed ha alcune pagine[943] del Commentario alla rivoluzione francese, da Lazzaro Papi date al Vieusseux avanti che l'opera uscisse alla luce.
Prima l'Antologia dava notizia[944] all'Italia di un nuovo cannocchiale iconantidiptico imaginato dal fisico Amici: primo il Libri annunciava[945] nell'Antologia le scoperte su' raggi calorifici dello spettro solare, del professore Macedonio Melloni, esule a Dole. Annunciava[946] il Montani il saggio dell'esule Bozzelli su i rapporti tra la filosofia e la morale, come il piú ragguardevole intorno alla scienza morale: e di un altro esule napoletano, voglio dire di Pasquale Borelli, egli stesso il Montani discorre[947] per primo, e piú ampiamente, qualche anno dopo[948], Terenzio Mamiani. Primo il Capei faceva all'Italia conoscere[949] nell'Antologia l'opera grande del Savigny e quella del Niebuhr[950]: e il Tommaséo afferma[951] che il Gioberti confessava avere all'Antologia attinta dell'opere del Rosmini la prima notizia; e che Dionigi Solomos di lí coglieva il destro ad ampliare il suo concetto dell'arte.
Queste, e altre cose ancora, si potrebbero: ma è meglio di proposito rammentare taluna di quelle istituzioni utilmente proposte, nuove o esemplarmente innovate. Desiderava anzi tutto l'Antologia, modellati su quelli degli altri popoli d'Europa, codici criminali e civili, i quali consacrassero la pubblicità de' dibattimenti, la instituzione de' giurati e l'abolizione della confisca e della pena di morte. Al quale proposito il dottore Giuseppe Giusti, dopo annunciato[952] che Stefano Dumont preparava su' manoscritti del Bentham un'opera sull'organizzazione de' tribunali e delle prove giudiziarie, faceva conoscere[953] di quell'opera il capitolo su la pubblicità de' giudizi: argomento anni dopo trattato[954] dal Romagnosi per rispetto alla monarchia. E su la pubblicità de' giudizi criminali, cose notevoli scrissero[955] l'avvocato Tommaso Tonelli e Celso Marzucchi[956]; e piú ampiamente Giuseppe Bianchetti[957]: il quale rammenta come Caterina II confessasse troppo i processi segreti sapere di prepotenza tiranna. Intorno a' giurati, Salvatore Viale scrisse[958] due lettere al Lambruschini: e Vincenzo Salvagnoli patrocinò[959] la libera difesa per gli accusati. A lungo, e piú volte, tratta l'Antologia dell'abolire la pena di morte[960]: e quando l'avvocato Tonelli con nuovi argomenti cercò mostrare[961] giusta in certi casi sí fatta pena, in questo solo modificata, nel rendere “private le esecuzioni„; il Lambruschini rispose[962] con uno scritto, che è tra le cose piú belle dell'Antologia. Rispose sinceramente accorato che tale opinione avesse potuto apparire giusta, e che l'esporla non fosse apparso intempestivo “ad un uomo d'ingegno e di cuore„.