Sosteneva l'Antologia, in luogo della pena di morte, quella della carcere: ma non a caso il Vieusseux riportava[963] dalla Gazzetta Piemontese la notizia del miglioramento delle carceri negli Stati del re di Sardegna; non a caso faceva tradurre dal Cioni un racconto[964] del Say, ove era affermato che l'ordinamento delle prigioni dovrebbe “condurre insensibilmente i carcerati a dimenticare le loro antiche abitudini e a conoscere ed amare i proprî doveri„. Fino da' primordi del giornale, il conte Girolamo Bardi, in una memoria[965] su 'l modo di trattare i carcerati, poneva per iscopo della legislazione il miglioramento dell'uomo reo: e in questa sentenza pienamente conveniva[966] il Del Rosso, il quale poneva l'ignoranza “prima cagione della massima parte dei misfatti„. Richiestone dal Vieusseux, a lungo su la legislazione criminale espose i suoi pensamenti l'avvocato Massa di Mentone, autore di un codice criminale di procedura compilato per commissione del governo di Lucca: il quale avvocato saggiamente, tra l'altre cose, notava[967] come invece di correggere l'uomo colpevole con pene dedotte dalla natura stessa della colpa, si adoprassero castighi atti solo a renderlo peggiore, rinchiudendolo in ergastoli e galere; saggiamente augurava le pene, piú che corporali, morali. Al quale proposito è da rammentare l'affermazione[968] del Valeri, meditabile tuttavia: “Noi non ci stancheremo giammai dal dire e ridire che i delinquenti sono malati morali, e che quindi i luoghi di pena debbono essere ospedali morali, e morali medicine le pene, all'amministrazione delle quali medici debbono essere adoperati morali. Se ospedali si hanno per medicarsi il corpo, per curarsi la mente, perché non si dovranno anche avere ospedali per risanarvi il cuore?„. I quali scritti ben possono dimostrare come le cose piú rilevanti, che oggi passano per nuove, venissero dall'Antologia proposte o accennate, e certamente oltre a quanto è stato sin qui posto in atto.

Come dell'abolire la pena di morte, piú volte tratta l'Antologia dell'abolire la schiavitú: e su la tratta de' negri il Vieusseux faceva dal Globe tradurre uno scritto[969], in cui si diceva che in quel mercato di carne obbrobrioso ben ottanta velieri venivano regolarmente impiegati. Ma ad altri schiavi non meno infelici pensava l'Antologia con pietosa sollecitudine: lodava[970] essa la pia Casa di lavoro, dalla beneficenza privata mantenuta in Siena; ove per impedire l'accattonaggio si accoglievano i poveri e quelli che non avevano lavoro. Meglio ancora, un dottore Gherardi, tra i soccorsi caritatevoli, proponeva[971] l'abolizione del giuoco del lotto (soccorso da attendersi ancora): e a tale proposta il Tommaséo consentiva, scrivendo[972] che “l'utile che da simile imposta volontaria viene al pubblico erario, è un vero danno, perché abituando il povero alla dissipazione, oltre all'aggravare la miseria, e al rendere di quando in quando necessarî i soccorsi del governo, scema quelle produzioni e quelle consumazioni, dalle quali il governo trae un profitto e maggiore, e piú durevole, e piú fecondo„.

A provvedere a' bisogni del povero, senza umiliarlo, può l'Antologia senza vanto immodesto gloriarsi che in essa il Lambruschini, il Ridolfi e Lapo de' Ricci, diedero l'idea prima di una cassa di risparmio[973]: e anni dopo, annunciando l'istituzione diffusa in San Marcello, in Prato e in Pistoia, il Tommaséo scriveva[974] che “il risparmio de' piccoli quattrini, porta seco il risparmio de' grandi disordini, delle gravi umiliazioni private e pubbliche„. Al qual proposito, tempo innanzi il Forti aveva già detto[975] che “la previdenza e il risparmio possono riguardarsi come i punti cardinali della morale pratica del popolo„.

E per dire di altre proposte nuove utilissime, ma piú propriamente riguardanti le scienze e le lettere, rammenterò che primo il Vieusseux parlava[976] della utilità del formare un teatro nazionale permanente; e che l'Antologia pubblicava[977] di lí a poco un progetto per la formazione in Firenze di una stabile compagnia comica. Prima l'Antologia proponeva[978], per mezzo del Gazzeri, che a similitudine dell'Elvetica una società di scienze naturali si creasse in Italia, per descriverla fisicamente e geograficamente; rimproverando che di far conoscere i prodotti del nostro suolo, ai naturalisti stranieri si lasciasse la cura. E dall'avere il Vieusseux proposto[979] nell'Antologia e creato la Società toscana di geografia, ho già parlato a suo luogo. Prima l'Antologia reca saggi di poesia popolare, e tutta quanta la popolare letteratura il Tommaséo addita[980] come “prezioso documento de' costumi nazionali, delle opinioni, delle credenze, delle varietà molte che corrono e di favella e d'indole e d'ingegno fra gente e gente italiana„: e afferma che “avanzi di vecchie canzoni, e racconti popolari, e motti, e proverbi, tutto gioverebbe raccogliere, a tutto dar ordine e luce„. Egli stesso poi, in vantaggio degli studiosi, proponeva[981] che una almeno delle pubbliche biblioteche fosse aperta in tutte le ore del giorno, e le feste, e la sera; lamentando la confusione con che nelle biblioteche d'Italia si dispongono i libri, la difficoltà nel trovarli, la negligenza con cui sono tenuti. Meglio però l'avvocato Tonelli proponeva[982] che nelle grandi città le varie biblioteche si ordinassero per generi; per modo che in una si accumulasse ciò che appartiene alle scienze, in un'altra ciò che alla giurisprudenza e agli argomenti morali: in una terza i manoscritti e le edizioni rare; in una quarta i libri di letteratura e di storia: e cosí via via, in modo che in ciascuna si trovasse qualche parte completa nel suo genere. Proposta questa che se ancor oggi, pur troppo, inattuabile, non è tuttavia da porre in dimenticanza.

Prima del pari l'Antologia lamentava[983] non avere l'Italia una legge che proteggesse la proprietà letteraria, per cui non ardivano i librai di Firenze cimentarsi a stampare la Geografia universale del Pagnozzi: e la proprietà letteraria difendeva[984] il Tommaséo, chiamandola “sacra al par d'ogni altra proprietà e molto piú„; non presago allora che il difenderla in altri tempi gli frutterebbe l'onore della carcere, e il plauso del popolo liberatore. Ma piú ampiamente, e con piú autorevoli parole, in risposta al dottore Perugini che scusava un libraio fiorentino dicendo tutti i popoli d'Europa l'uno all'altro rubarsi la proprietà letteraria, Lorenzo Collini affermava[985] esser tempo oramai di reprimere l'iniqua licenza data dalle leggi, e di bandire l'ingorda pirateria degli stampatori arricchiti con le sostanze de' letterati. Né piccolo merito è questo per l'Antologia, quando si pensi che appunto in quel tempo Giuseppe Borghi, a cui un editore aveva bistrattato i suoi inni, si doleva[986] di essere “cittadino di una patria dove le leggi difendono il censo e la vigna, ma non la proprietà dell'ingegno„: quando si pensi che il Giordani si sdegnava[987] che in Rovigo disponessero delle cose sue senza pur fargliene motto; anzi, chiedendo ad altri un suo ritratto: lieto egli di sola una cosa: del poter almeno difendere la proprietà della sua faccia, e sicuro che questa resterebbe a lui sempre.

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A questo punto, non senza un poco di meraviglia il lettore dimanderà come mai potessero tanti ingegni, dissimili in tante cose, in non poche contrarî, concorrere a un'opera sola senza che troppo vivi apparissero in essa i contrasti. Scrivevano infatti nell'Antologia lo Zannoni, segretario della Crusca, e il Ciampi che, per dispetto alla Crusca, soleva chiamarsi accademico valdarnese; il Botta ed il Pieri nemici a' romantici, quanto amici il Mazzini e il Montani; il Vieusseux, sinceramente convinto del progresso de' lumi, e affermante[988] che “di tutte le scienze... non ve n'è alcuna piú importante per gli uomini uniti in società... che quella sorta modernamente sotto il nome di statistica„; e il Leopardi, che amaramente derideva[989] le scienze politiche ed economiche, e chiamava il XIX un secolo da ragazzi. Scrivevano nell'Antologia il pio Lambruschini e il Giordani non pio; il Forti sensista in filosofia, e il Tommaséo devoto allo spiritualismo cattolico del Manzoni e del Rosmini; il Colletta nemico alle sette, e il Pepe che si vantava di essere stato carbonaro e massone. E chi sperava un dominatore, che tutta di forza cavalcasse la cavalla dantesca, chi avrebbe tollerato anco i principi, quando che fatti mansueti e benigni; chi sperava nel papa capo di una nuova lega guelfa, e chi sognava l'Italia repubblica indivisibile.

Non potrebbero certo le differenze essere piú manifeste e piú grandi: e il Mazzini infatti avvertiva[990] che l'Antologia era un “giornale eccellente, e l'ottimo forse in Italia, se l'unità delle dottrine letterarie vi fosse maggiore„. Che importa però, se non tutti erano di un colore? Non era possibile, non sarebbe stato neppure utile. Infiniti sono i pregi e gli usi e gli aspetti del buono: prende ciascuno quello che piú gli si confà. Non è tuttavia da credere che il Vieusseux non sentisse questa disparità di opinioni: avrebbe, anzi, voluto rimediarvi, e si doleva co 'l Giordani dicendo, che quand'anche fosse stata concessa vera libertà di stampa, non avrebbe potuto trovare due scrittori del medesimo sentimento. Ma il Giordani pur confessando, nel rispondergli, che non tutto gli piaceva egualmente, e alcune cose poco, lo assicurava[991] che non era possibile a lui trovare nell'Antologia cose le quali direttamente offendessero certe sue massime principali e immutabili: e saggiamente avvertiva che in quelle condizioni era piú bene che male accettare, come il Vieusseux faceva, una ragionevole differenza d'idee, acquistando giusto e util credito d'imparzialità: esempio non inutile alla povera Italia.

L'Antologia non era un giornale né di partito né di municipio: e in ciò appunto il suo pregio, in ciò l'origine delle voci diverse che si levavano da essa. Pur che fossero dettate da amore del vero e senza meschina acrimonia, concedeva il Vieusseux largo spazio nel suo giornale alla libertà delle opinioni, molte delle quali accoglieva e a quelle de' suoi amici e alle sue proprie contrarie. Basterà solo ricordare che in quel grande discutere, tra gli studiosi di scienze economiche, per stabilire se le macchine e i processi rapidi di fabbricazione fossero utili o dannosi al benessere universale; accolse l'Antologia uno scritto del Gazzeri, il quale sosteneva[992] “grande, inestimabile e perpetuo beneficio l'invenzione delle macchine„: ne accolse uno del Say, intento a mostrare[993] che “ovunque si lavora piú speditamente, e si produce piú abbondantemente, àvvi ricchezza piú che altrove, o almeno minore miseria„: ma diede luogo altresí a uno scritto del Sismondi, che riteneva[994] la scoperta di una macchina non già male per sé stessa, ma resa tale “per l'ingiusta divisione che vien fatta de' suoi frutti, di cui profitta uno solo a danno di molti„. Giungeva il Vieusseux perfino a stampare intorno alla maremma senese un articolo[995] di scrittore anonimo, il quale non solo combatteva le opinioni di lui e de' suoi amici, ma accusava il direttore di pubblicare nel suo giornale “tutti e interi gli scritti soltanto di un partito, e di sopprimere o mutilare quelli dell'altro„. E il Vieusseux si limitava a scrivere in corsivo queste parole, che pur sonavano ingiuria a lui: condiscendenza questa non so quanto imitata da molti direttori di giornali, al dí d'oggi, perché non so quanti siano, al par di lui, generosi.

Voleva[996] il Vieusseux che l'Antologia rappresentasse “lo stato e i desiderii„ della nazione; che non avesse in sé “nulla di municipale„, e fosse “tutta italiana„: e appunto per questo, l'Antologia rifletteva da un lato le varie correnti del pensiero italiano, quand'anche fossero non conciliate tra loro e talvolta non conciliabili; e dall'altro si mostrava giudice spassionato e benevola incitatrice di ogni opera e di ogni cosa degne di lode: ponendo[997] essa per suo solo vanto “far conoscere agli stranieri l'Italia, e l'Italia a lei stessa: difendere le sue glorie, incoraggiare i suoi sforzi... additare ai pensieri degl'Italiani uno scopo non mai municipale, ma nazionale; stimolarli con prudenti confronti..., dimostrare che l'Italia nel suo seno possiede gli elementi di qualunque gloria scientifica e letteraria...„. Con vero compiacimento infatti, e come atto di dovere (noto a ben pochi giornali e giornalisti, non solo in quel tempo e non in Italia soltanto), lodava[998] l'Antologia la Società italiana delle scienze residente in Modena; il Giornale di scienze e lettere[999] delle provincie venete; e ricordava via via i lavori dell'Accademia di scienze e della Società agraria di Torino. Sollecitava[1000] essa gli aiuti di quella di Napoli; chiamava[1001] l'Istituto di Milano “la prima società scientifica dell'Italia„; e confortava[1002] di lode la Nuova Società di scienze naturali in Catania iniziata. Lodò[1003] del pari l'Indicatore genovese e il Progresso[1004] di Napoli: e fondandosi in Roma un nuovo giornale, il Discernitore, certo alludendo alle parole con che dalla Biblioteca Italiana era stata accolta in su 'l nascere, asseriva[1005] che non poteva in essa destarsi invidioso timore di vedere diminuita la sua efficacia; né mai sí basso pensiero avrebbe fatto augurare una vita breve alle nuove pubblicazioni di genere simile. E a' compilatori dell'opera nuova desiderava “ogni miglior successo„.