In somma, mentre la Biblioteca Italiana cercava troppo sovente avvivare le stizze tra la Toscana e la Lombardia; mentre il Giornale Arcadico non usciva dal cerchio angusto delle moribonde accademie romane, e il Giornale de' letterati non era se non lo strumento di una combriccola di professori pisani; l'Antologia si levava non già come cosa toscana, ma nelle sue cento voci tutta nazionale, tutta italiana.

Piú che alle differenze, maggiori o minori, delle opinioni (le quali però in certi principî fondamentali si contemperavano, come vedremo, in felice armonia), mirava il Vieusseux al modo con che le questioni venivano nel suo giornale agitate e discusse: ponendo egli ogni cura perché verso i rivali, verso gli stessi nemici, fosse almeno temperata quell'acrimonia, che è vanto di assai letterati. E pubblicando un articolo di Domenico Sestini non ristava dal confessare[1006] che non si sarebbe indotto a pubblicarlo se non costrettovi da' “rispettosi riguardi verso il Nestore de' numismatici„. Co' quali sentimenti del Vieusseux, tutti convenivano gli scrittori dell'Antologia: la quale, co 'l darne non rari esempi, a piú d'uno in Italia insegnò temperanza. Non voglio qui rammentare gli scritti di Urbano Lampredi e di altri su la Proposta del Monti, de' quali a suo luogo ho parlato: ma non è da tacere che a Michelangelo Lanci l'Orioli diceva[1007] ch'egli “buon orientalista e cultissimo scrittore„, faceva onta a sé stesso mordendo, com'egli usava, lo Champollion e gli altri scrittori di cose copte. E il Montani a un editore che (in un reclamo, per preghiera dello stesso Montani inserito nell'Antologia) lo chiamava “gran testa„ e “anima vile„, sa rispondere[1008] che quanto in quel reclamo è di piú aspro non può offenderlo punto, perché non tocca lui, ma un essere supposto e troppo diverso da lui. Bene Sebastiano Ciampi fingendosi forestiere, e de' forastieri con malizia ingegnosa imitando nel suo scritto gli errori, rimproverava[1009] che in Italia le critiche con tali villanie si facessero da parere “piú vituperato l'uomo che emendato lo errore„: e raro esempio di onestà letteraria dà il Valeriani quando, pentito d'avere in modo assai acre combattuto[1010] lo Champollion, pubblicamente disapprova[1011] il suo “tuono piccante, e qualunque frase disdicevole alla dignità delle lettere, e di quelli che le coltivano„.

Non mirando mai alle persone, né apertamente né con insinuazioni velate che feriscono a sangue, e tenendosi sempre non pure lontana dalle meschine consorterie letterarie, ma molto piú su; accoglieva l'Antologia il bello ed il buono da qualunque parte venissero, cosí riscotendo in Italia e fuori giusto e util credito di imparzialità. E che al bene soltanto mirasse, si ha una prova esemplare nel vedere le opinioni di alcuni scrittori dell'Antologia da altri scrittori suoi contradette. Di altre cose parlando, dissi[1012] a suo luogo le dispute tra il Ridolfi ed il Gazzeri; o quelle[1013] tra il Franceschini e il Leoni, a proposito del Rossini: ma altri esempi fornisce l'Antologia numerosi. Parlando del Fantoni, contradisse[1014] alle idee del Montani l'avvocato Giovanni Castinelli: contradisse[1015] Giuseppe Bianchetti al Giordani, che al perfetto scrittore d'Italia desiderava la nobiltà e la ricchezza. Rispondeva[1016] il Tommaséo a Carlo Botta, che gridava[1017] l'Italia morta, morta davvero: al Mazzini, che sognava una letteratura europea, contradisse[1018] il Forti, e piú tardi[1019] Opprandino Arrivabene, al quale l'idea di una letteratura cosmopolita pareva “uno spregevole aborto di tutte le letterature„: e all'Arrivabene, con temperanza pacata, nel numero istesso il Tommaséo contradisse.[1020]

Certo all'Antologia non mancano errori[1021], fra tanti giudizi su cose e persone: ma in essa non si rincontra un biasimo solo che dall'urbanità non sia temperato, e dalla benevolenza addolcito; non una lode adulatoria vilmente, di quelle che irritano le anime oneste piú del biasimo istesso. A molti giornali potrebbe l'Antologia fornire esempi preclari di costante imparzialità: quello, tra gli altri non pochi, che mai i suoi cooperatori non osarono offrire a sé stessi e agli amici proprî devotissime libazioni di lode. Scrupolo questo oggi smesso, pur troppo, da molti. Della traduzione di Dante (per ricordare anche qui qualche esempio), fatta dal re di Sassonia, giudicò[1022] Tommaso Tonelli con inusitata franchezza: allo Stendhal, amico al Vieusseux che lo accolse tra gli ospiti illustri, non tacque l'Antologia tra le debite lodi osservazioni parecchie[1023]: e Gräberg di Hemso onestamente ammirava[1024] “la molta e rara dottrina„, e fino i modi “gentili e ornatissimi„ dell'Acerbi; delle ingiurie del quale, scagliate contro la sua patria che l'aveva ospitato, ben poteva con ragione dolersi. L'essere nato toscano non impediva al Benci rammemorare[1025] nel giornale fiorentino i pregi veri del Perticari: né l'essere a capo di giornale fiorentino impediva al Vieusseux parlare con lode[1026] della Biblioteca di Milano. E splendida prova di onestà letteraria dava il Montani quando, per certi riguardi di amicizia, indeciso nel giudicare severamente la traduzione francese d'opera italiana famosa, scriveva[1027]: “la verità vada innanzi a tutto„. Le quali parole ben potrebbe l'Antologia tuttaquanta prendere per proprio vessillo, senza vanto immodesto.

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A dimostrare viepiú lo spirito nazionale del giornal fiorentino, e insieme l'onestà sua e del suo direttore, giova qui rammentare non già gli illustri meritamente in esso lodati, ma quanti ingegni d'ogni parte d'Italia, giovani ancora o maturi, ha messo in mostra, e quanti si sono in esso non senza loro e comune utilità esercitati. Affermava[1028] l'Antologia, che “il negare la debita lode ai primi sforzi di un ingegno nascente.... è un delitto„: ed essa prima rese onore[1029] a Girolamo Poggi, con varî scritti reputati[1030] “stupendi„; essa giudicò[1031] il Benedetti “giovine di non volgar fama ed ingegno„, incitando i parenti a pubblicarne le opere. Annunciava[1032] con lode gli studî su cose egizie di Ippolito Rosellini, e lo chiamava[1033] “giovine di belle speranze„: di soli 22 anni scrisse nell'Antologia Vincenzo Salvagnoli: di ventiquattro Angelo Brofferio era salutato[1034] giovine che dava a sperar bene di sé, avendo lode pe' versi: e lode pe' versi ebbe[1035] Cesare Betteloni. Arrise l'Antologia alle prime fatiche di Giuseppa Guacci, appena ventenne, dicendo[1036] che dava di sé “liete speranze„; arrise[1037] a quelle di Luigi Carrer, al quale desiderava “quella popolarità, ch'egli è degno d'ambire„. Giovine di ventiquattro anni il Guerrazzi era annunciato[1038] all'Italia da un giovine di ventisei, che ne faceva conoscere il “forte ingegno„, per quella Battaglia di Benevento, squillo annunciatore di altre e non lontane battaglie. E Cesare Cantù[1039] per una novella e per la Storia di Como, e l'Alberi[1040] pe 'l Commentario delle guerre di Eugenio di Savoia, scrittori entrambi di appena vent'anni, ebbero dall'Antologia consolate le prime loro fatiche. In essa invece già innanzi negli anni si annunciarono scrittori il Lambruschini e il Colletta; ed ebbe da essa le prime lodi[1041] Cesare Balbo. Può il giornale fiorentino vantarsi d'avere indovinato l'ingegno di Silvestro Centofanti, accogliendo suoi scritti, e scrivendo[1042] di lui, che “moltissimo noi dobbiamo aspettare da questo giovine ingegno„: ed è tutto merito del Vieusseux l'avere giudicato[1043] il Mazzini “giovine di singolare ingegno„; e l'avere accolto il primo scritto[1044] di Giuseppe Montanelli, e il primo di Carlo Cattaneo.[1045] Né oggi per certo si trova chi l'ingegno de' giovani con tanta disinteressata giustizia promuova e indovini; chi ne educhi le speranze: per questa ragione, tra l'altre, che il Vieusseux lasciò di essere mercante nel farsi editore, e i piú al dí d'oggi nel farsi editori diventano mercanti.

Ma né a' giornali presenti per certo né a' lor direttori serbano i giovani, né i già provetti, altrettanta gratitudine in cuore, quanta ne meritarono l'Antologia ed il Vieusseux. “Quantunque io non possa molto lodarmi della fortuna — scriveva[1046] nel '35 il Mamiani al Vieusseux — pure dirò ch'ella mi è stata favorevole sopramodo quel giorno che mi fece regalo della vostra amicizia. In nove anni ch'essa dura, io non saprei numerare quanto frutto di bene io ne abbia ricevuto; m'è dolce pensare a questo, e non mi pesa avere con voi un infinito obligo di gratitudine: solo mi pesa e affligge il non aver mai potuto mostrarvi segno della mia riconoscenza....„. Con gratitudine vera il Mayer rammentava[1047] come a lui giovinetto amorevolmente il Vieusseux aprisse le pagine dell'Antologia: godeva[1048] il Tommaséo nel confessarsi debitore al Vieusseux del suo venire in Firenze; godeva[1049] di avere, scrivendo nell'Antologia, educato sé stesso, e giudicando gli altri, appreso a “metter giudizio„. E il Mannu, sinceramente afflitto per la soppressione, “io in particolare — scriveva[1050] al Vieusseux — deggio sentire che questa perdita è la perdita di una mia benefattrice, dappoiché l'Antologia ha, infino da' miei primi passi nella carriera delle lettere, confortato il mio buon volere, e contribuito grandemente a che il mio nome non fosse ignoto in Italia„. Ma la cosa piú commovente, giurerei la piú cara al Vieusseux, doveva essere il ripensare, ne' pochi istanti di riposo che a lui concedeva il lavoro, il ripensare queste parole[1051] della madre del Forti: “Je sens avec une juste reconnaissance que c'est à l'Antologie et à vos réunions que François a dû le developpement de ses talens: et mon plaisir séroit de le déclarer publiquement....„.

Cosí l'Antologia, senza amore meschino di parte, accoglieva tutte le voci della nazione: i provetti vi mostravano lo splendore della gloria loro, i piú giovani vi cimentavano le loro forze. E ognuno apprendeva dagli altri qualche cosa, qualche cosa agli altri insegnava; e tutti venivansi mutuamente educando.

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Come altrove ho notato[1052], di cose politiche l'Antologia non trattò ne' primi suoi anni: non per difficoltà di convenientemente trattarne, ma per accorta prudenza. Né certo il suo direttore interdiva a sé stesso percorrere, quanto gli consentivano i tempi, liberamente quel campo: che, fin da' primi numeri del giornale, dopo avere affermato[1053] “a noi non pertiene di parlare della politica propriamente detta„; subito aggiungeva: “ma se certi grandi avvenimenti.... possono direttamente influire sulla civiltà, sulle arti, sul commercio, sull'agricoltura, sulle scienze,... allora la politica diverrebbe di nostra pertinenza„. Qualche accenno via via anche in principio s'incontra: e il Niccolini infatti trovava modo, difendendo una sua traduzione, di fieramente assalire gli scrittori della Biblioteca italiana, in una nota[1054] non letteraria davvero. Ma letteraria in tutto e scientifica fu nelle sue origini l'Antologia, la quale, procedendo per gradi, si venne però co 'l tempo tanto discostando da quelle, che negli ultimi anni la letteratura e la scienza non furono se non un pretesto per trattare di cose politiche; un velo, talvolta tenuissimo, con cui si adombravano questioni di tutt'altra natura. Della qual cosa ben si mostrava avvertito il non pedante Censore: e quando infatti il Vieusseux nella prefazione all'annata del 1829 scrisse[1055], che l'Antologia era “particolarmente consacrata agli studî severi che si legano piú da vicino alla scienza dell'uomo e della società„; il Bernardini non ristette dal commentare[1056]: “Da questo tratto si rileva l'oggetto vero dell'Antologia. È scientifica quando non può essere politica; cessa subito di essere politica, quando ha mancanza di materia che tratti dell'uomo e della società, cioè dei governi concepiti a modo de' recenti pensatori„.