Costoro sono anarchici e lo confessano; e tali sono pur anco gli altri imputati Baldini Domenico, Fraschini Giuseppe ed Invernizzi Pietro. Tutti facevano attivissima propaganda delle idee del partito; sono tristi apostoli del disordine e dell'odio sociale ed hanno pessimi precedenti politici.
Taluni anche riportarono condanne, cioè il Baldini nel 1893 per eccitamento all'odio di classe e nel 1894 assegnato al domicilio coatto; il Fraschini ammonito nel 1889, condannato nel 1891 per eccitamento all'odio di classe e assegnato nel 1894 al domicilio coatto; il Gruppiola condannato nel 1897 per apologia di reato; l'Invernizzi condannato due volte per oltraggio e violenze alla forza pubblica ed altre due volte per reati di stampa.
Inoltre il Callegari, coll'istigazione del Cerchiai, nel marzo scorso, alla commemorazione delle Cinque Giornate, portò la bandiera anarchica con la scritta «viva la rivoluzione.»
Il detenuto Gustavo Chiesi si distingue fra i repubblicani intransigenti; è direttore dell'Italia del Popolo, sul quale giornale ogni articolo tende a scalzare il principio di autorità ed a suscitare nelle masse sentimenti di odio verso il Governo e le istituzioni. Ispirò e scrisse nel numero del 6 al 7 maggio l'articolo «Ne erano assetati» ove, narrando i fatti avvenuti nel 6 maggio al Ponte Seveso ed in via Napo Torriani, fra le altre frasi, tutte dirette a maggiormente eccitare in quei tristi momenti gli animi della popolazione, si legge: In tutta la giornata i tutori dell'ordine non avevano bevuto, avevano sete, sete di sangue, s'intende.
Fu visto nella mattina del 7 maggio con l'amico deputato De Andreis in carrozza a Porta Garibaldi fermarsi ripetutamente a discorrere con persone del popolo; più tardi si installò negli uffici del giornale da lui diretto, ricevendo dallo stesso De Andreis, che più volte si era recato alle barricate del corso porta Venezia, notizie ed episodi. In quell'ufficio furono più tardi ambedue arrestati insieme all'avvocato Bortolo Federici, al prof. Stefano Lallici, al pubblicista Ulisse Cermenati ed all'Arnaldo Seneci, che colà si trovavano riuniti in comitato quando cominciava a fervere la lotta, con la intenzione manifesta di dirigerla e dare le istruzioni occorrenti per proseguirla. Ciò risulta, oltre che dal sopraricordato articolo «Ne erano assetati» da due cartelle manoscritte preparate per una nuova edizione del giornale, nelle quali sta scritto che il deputato De Andreis, presso le barricate sul corso di porta Venezia, aveva protestato contro la violenza dell'Autorità, e si riferiscono avvenimenti esagerati svoltisi sul Corso medesimo, fra questi un episodio orribile quanto bugiardo sull'uccisione di un bambino per opera di un vicebrigadiere. Tale intenzione viene pure confermata dalla risposta data dal De Andreis presso le barricate suddette al tenente Patella, che lo scongiurava di interporsi per ottenere la calma: «Tenente, ormai è tardi, c'è sangue.» A quella riunione di repubblicani, invitato, doveva intervenire il deputato Filippo Turati con altri socialisti.
Inoltre il Federici, avvocato di molto ingegno, fervente ed efficace conferenziere, è membro attivissimo della direzione centrale del partito repubblicano italiano e collaboratore dell'Italia del Popolo. Durante le dimostrazioni tumultuarie del marzo 1896 istigò le turbe a perseverare nei tumulti sperando che il soffio di rivolta manifestatosi a Milano dilagasse preludendo all'avvento della repubblica; nello stesso anno 1896 firmò un memorandum del partito repubblicano al paese eccitando alla rivolta; e nel 20 marzo u. s. al monumento delle Cinque Giornate pronunciò un discorso riassunto dall'Italia del Popolo del 21 al 22 marzo, ove spingeva all'azione e annunciava che stavano per suonare le diane dell'ora novella e che l'ora fatale precipitava. Cercò di mettere in buono accordo socialisti e repubblicani.
Il prof. Lallici, fondatore e presidente del Circolo repubblicano irredentista adriatico orientale, fondò pure un giornale umoristico repubblicano, Il Figaro, che ebbe poca vita a causa di replicati sequestri. Nell'occasione della commemorazione delle Cinque Giornate fatta il 20 marzo u. s. si oppose acchè fossero portate le bandiere con lo scudo di Savoia, e pretese che non fosse suonata la marcia reale. Nelle dimostrazioni di piazza fu sempre immischiato; accentuò l'agitazione per il rincaro del pane; e l'opera sua contribuì ad acuire i sentimenti di ribellione negli adepti del partito repubblicano in cui milita.
Il Cermenati, pure repubblicano, fu collaboratore col Chiesi e col
Romussi nei giornali da essi diretti.
Il Seneci, amministratore dell'Italia del Popolo, fece propaganda di idee repubblicane e scrisse articoli adatti all'indole del giornale da lui amministrato.
L'altro imputato, Romussi avv. Carlo, è noto per le sue opinioni repubblicane e per la sua intimità coi capi più influenti di quel partito e con Amilcare Cipriani, col quale conferì in Milano circa la metà dell'aprile scorso; ispirò e dettò nel giornale il Secolo, di cui è direttore, continui e innumerevoli articoli di una deleteria propaganda contro le autorità e le istituzioni e propugnò sempre una politica di azione. Basta citare l'ultimo numero dall'8 al 9 maggio, ove si trovano gli articoli: A che giovano le perifrasi, ed il Richiamo alle armi della classe 1873. Ed anche nei suoi discorsi e nelle sue conferenze predicò sempre con esagerate e false affermazioni contro l'esercito e tutto ciò che è principio di autorità, non risparmiando neppure la sacra memoria del re Vittorio Emanuele.