— Viva messer Sforzino! viva madonna Luisa!
Comunque accolta nel modo il più cortese dalla contessa di Santafiora e sollecitata dalle gentili premure delle sue figliuole, Bianca non si sentì di prender parte alle sponsali esultanze: i dolorosi pensieri che la ingombravano, la eccessiva stanchezza che la opprimeva, glie ne toglievano a un tempo il volere e il potere. — Laonde si ritrasse in una stanzetta del secondo piano, che le venne assegnata nell’ala estrema del castello verso settentrione, e — nella solitudine — cercò un po’ di calma e di riposo.
Terremoto si confuse alle genti di servizio.
Levate le mense dopo il meriggio; uno de’ convitati che — alla magnificenza del vestire ed alla familiarità del contegno — rivelavasi per uno de’ più ragguardevoli, tolse commiato dalla sala da pranzo e — nell’uscire — rasentando un omicciatto, che tenevasi ritto sopra uno stipite dell’uscio:
— Mi riduco in camera mia — gli susurrò all’orecchio — fate di raggiungermi tosto.... ho da ragionare con voi.
L’omicciatto finse di nulla; si trattenne qualche momento ancora al suo posto; poi — cogliendo una opportuna occasione — sbiettò via inosservato e gli scivolò dietro.
Ma a pedinare chi gli aveva dato quell’ordine non si trovò da solo.
Qualcun altro pedinava lui pure.
Era una giovine donna.
Nascosta nella penombra del corritoio, che, dal tinello, guidava agli appartamenti; costei aveva sorpreso le poche parole del misterioso convegno e — per un sospetto di cui non tarderemo a scuoprir la ragione — non a pena vide muoversi l’omicciatto che si mise, a sua volta, su le sue pedate.