Entratovi a pena e sguaraguardatosi rapidamente d’intorno, e’ s’avvide tosto che la fanciulla, sdraiata sul letto ancora nelle proprie vesti, dormiva profondamente.

La poverina aveva soccombuto a sua volta alla duplice stanchezza dei disagi e delle emozioni.

Tutta l’attenzione di Pellegrino si rivolse, quindi, all’uscio d’accesso, il quale si poteva assodare tanto allo esterno, mercè una chiave ch’era dentro la toppa, quanto allo interno, per via d’una grossa nòttola pendente da una cordicella e che andava incastrata, a mo’ di saliscendo, fra due monachetti, l’uno de’ quali infisso nel legno della imposta e l’altro nel suo telarone.

L’astuto tedesco comprese subito cosa gli convenisse di fare.

Si trasse di cintola un suo corto e robusto pugnale; lo insinuò dentro uno de’ monachetti e, servendosene a guisa di leva, l’ebbe facilmente sconficcato e divelto. — Col pugnale istesso recise allora la piccola fune, da cui pendeva la nòttola; intascò i due oggetti; vi aggiunse, uscendo, la chiave e — stupito quasi delle fortunate combinazioni che lo avevano fatto sì ovviamente approdare — ridiscese sollecito, stropicciandosi le mani in atto d’uomo assai contento di sè.

Mentr’egli si trovava occupato in simile bisogna, il misterioso personaggio dal negro ferraiuolo s’era appunto introdotto nel castello.

Penetrato nel cortile, nè scorgendovi che il gigante addormentato, traversò le logge del pianterreno e, per la scala principale, si diresse al piano superiore.

Al sommo di questa, s’imbattè in una delle due cameriere, la quale, allo scorgere quella sua strana foggia e quella sua celata, che gli cuopriva la faccia, si arretrò spaurita e fu sul punto di gettare uno strillo.

Ma egli la prevenne, ghermendola per una mano ed intimandole con voce sovrattenuta:

— Se metti un fiato, sei morta!