Bianca lo aveva visto più volte alla rôcca di Camia, ed una sua visita, ch’egli prefiggevasi di mascherare sotto l’opportuno pretesto della condoglianza, non poteva, per certo, arrecarle stupore.

Ma l’uscio cedette alla sua pressione.

Era aperto.

Egli lo spinse dolcemente ed entrò.

La stanzetta di Bianca trovavasi — come il dicemmo — al secondo piano del fianco settentrionale del castello.

Era un piccolo ambiente tappezzato di pannolano color nocciuola, dal soffitto a piccoli cassettoni ed il pavimento ammattonato, con un tettuccio a cortinaggio di saietta giallognola, una cassa di rovere intagliata poggiante su quattro branche di leone ed un tavolino a gambe spirali. — Un inginocchiatoio, pure di quercia, situato da piè del letto ed un paio di seggioloni a copertura di cuoio naturale saldata al legno per una fitta di chiodi di ottone a larga capocchia, ne completavano l’arredamento.

A giudicarne dalle apparenze, quella stanzetta doveva trovarsi in cul di sacco, poichè non avesse che una sola finestra prospiscente su l’interno cortile ed un solo uscio aperto su l’estremo della lunga chiostrata, che serviva di pianerottolo alle scale.

Il letto sorgeva lungo la parete opposta a quella in cui s’apriva la finestra e alla sinistra di quella in cui trovavasi l’uscio.

La quarta parete era completamente sgombra; ma — a certi segni che ne solcavano la tappezzeria — un attento osservatore avrebbe di leggeri potuto indovinare come essa nascondesse qualche altra speciale apertura: probabilmente una porta segreta.

Ma Pellegrino di Leuthen non si trattenne in quella stanza un tempo sufficente per fare una simile osservazione.