Poche ore dopo il desinare, tutta questa comitiva mosse dal castello, per condursi alla chiesa maggiore, dove lo stesso vescovo di Parma doveva impartire la sua santa benedizione a’ due fidanzati; quindi avrebbe percorso in bell’ordine i cinque quartieri della borgata sino a quello di Monte Aguzzo, dove una truppa d’istrioni aveva eretto le sue trabacche per rappresentare quella salace commedia che è L’Assiuolo di Giammaria Checchi, con intermezzi di cori, riboboli e moresche.
Tra la folla stipata di borghigiani, di contadini, di armigeri e di famigli, che formavano duplice siepe sul passaggio della signorile brigata, distinguevasi un uomo d’alta statura, coperto il capo d’un elmetto di acciaio brunito a visiera calata e tutto ravvolto da capo a piedi entro un lungo ferraiuolo di scotto nero, che, lavorando di gomiti, si sforzava di tenere indietro la calca per mantenersi in prima linea.
Allo scorgere una giovane donna, che procedeva al fianco di Pierluigi Farnese, quell’uomo trasalì visibilmente.
Quella donna, alta ella pure e spigliata della persona, non era di molta avvenenza. — Sottoponendola alle pedantesche stregue del bello, la si sarebbe anche potuta addirittura dir brutta. — Possedeva, tuttavia, qualche cosa di simpatico, di attraente, di affascinante. — Anzitutto era pallida, molto pallida, di quel pallore bigio ed uniforme che contraddistingue le creole; aveva la chioma folta e ricciuta, d’un nero metallico e lucicante, la fronte proeminente, le sopracciglia copiose e traccianti una linea diagonale tra la radice del naso e il sommo delle tempia; il naso un po’ a tromba con le narici dilatate e le papille mobili e frementi; la bocca larga e quasi sempre contratta al soghigno. — Ma queste molte pecche si cancellavano interamente sotto il fulgore delle sue ciglia, che dominavano, per così dire tutto il suo volto. — Quando la si guardava, non si scorgeva di lei che quei suoi due grandi occhi, così infiammati, così radiosi, così promettenti, che conveniva chinare i propri per non restarne abbarbagliati e sedotti. — Non era una donna: era un paio di stelle rapite all’empireo, per farle camminare rasente terra imprigionate s’un corpo feminile ben proporzionato ed aitante. — Nel suo incedere c’era appunto la maestà di una divinità dell’Olimpo.
Come l’ebbe vista dileguarsi verso la chiesa insieme all’accolta di gentiluomini, dietro i quali erasi accalcata la folla; l’uomo dal bruno mantello si trattenne alcuni istanti soprappensieri; poi — quasi si fosse arrestato ad una repentina risoluzione — si rivolse alla direzione opposta e s’avviò frettoloso al castello.
Entro l’àmbito di questo, — oltre il castaldo, un servitore infermiccio e due vecchie cameriste — non rimanevano che tre sole persone; la nostra Bianca, ritirata nella sua cameretta; il suo fedel Terremoto, che, cedendo al peso delle sostenute fatiche, s’era addormito s’un cumulo di paglia in un canto del cortile; e quella cara creatura di Pellegrino di Leuthen.
Costui non aveva seguito i suoi nobili ospiti per un motivo ch’è facile ad imaginarsi. — Volendo ottemperare alle ingiunzioni di Pier Luigi, s’era proposto di pigliar pel ciuffo la propizia occasione della loro assenza, per iscuoprire più facilmente la dimora di Bianca.
E non ci aveva durato molta fatica.
La prima delle due vecchie ancelle, cui ne richiese, glie ne aveva subito indicato la stanza.
Vi salì lentamente e ne toccò l’uscio della mano nel probabile intento di picchiarvi sopra con le nocche per annunziarsi.