— Tucati ed assoluscione?... io non sapere cosa breferire!

Ed, inchinandosi, si licenziò.

Non avrem d’uopo di dire al lettore come l’uomo, che macchinava un sì iniquo tranello a danno della misera Bianca, altri non fosse che Pierluigi Farnese, duca di Castro e di Nepi, il figlio prediletto di Sua Beatitudine, papa Paolo III, allora felicemente pontificante.

Capitolo XVII. Il Cavalier Nero.

Le feste dello sposalizio di Sforza Sforza con Luisa Pallavicino si solennizzarono nel pomeriggio.

Oltre alla madre e a’ fratelli del fidanzato, vi assisteva lo zio Pierluigi, co’ suoi due figli Ottavio e Ranuccio.

Il duca di Camerino, che — malgrado i suoi sedici anni — era già da otto mesi prefetto di Roma e marito alla gentile Margherita d’Austria; tenevasi al fianco della propria consorte, la quale a sua volta, superava di poco il suo terzo lustro, comecchè vedova da più di due anni. — Ottavio ritraeva dall’ottima sua madre, donna Gerolama Orsini; ne aveva l’amabilità, la dolcezza de’ modi e la prestanza della persona: gaio, elegante, cortese, era già quello istesso, di cui, cinque anni dopo, il traduttore della Eneide doveva scrivere da Brusselle al padre di lui, ch’era «stato tenuto e riconosciuto per il più valoroso e gentil cavaliere vi fosse e che riportava onore e generale benevolenza dall’una e dall’altra corte.» C’erano gli Sforza da Castiglione, i Triulzio da Codogno, i Pallavicino da Fiorenzuola, con le loro donne, le loro scorte, i loro familiari.

Pierluigi aveva seco il suo segretario Apollonio Filareto da Valentano, scrittore di lettere apostoliche e abate di San Silvestro di Colupino, ed i suoi capitani di maggior fiducia, Alessandro Tomasoni da Terni e il Trentacoste, con poche barbute.

Era stranissimo e degno di rimarco lo spiccato contrasto che, sì nel carattere come nell’esteriore offrivano tra loro que’ suoi tre seguaci. — Il Filareto, piccolo, sottile, sbarbato, tutto inchini, tutto fioriture retoriche ed evangelica unzione; il Tomasoni, una specie di mastodonte dal naso rosso e bernoccoluto, l’addome cascante, le gambe tozze e sbilenche, che parlava a grugniti e meglio ancora, potendolo, con mosse a pena percettibili della testa e degli occhi; il Trentacoste, finalmente, lungo lungo, magro magro e lanternuto, con due enormi baffi arroncigliati e color di fuoco, che gli davano qualche tratto di somiglianza con l’eroe di Cervantes, ed un continuo, inesauribile ciaramellare, sempre lardellato di oscene amfibologie e di sguaiate bestemmie.

Tali erano i fedeli del signor duca di Castro.