Dieci giorni si trattenne Pierluigi a Castell’Arquato e furono per Olimpia dieci giorni di paradisiaca felicità. — Immemore del passato, noncurante dello avvenire, ella non viveva che per la inebriante fruizione di quel fuggiasco presente; — respirava a pieni polmoni la misteriosa atmosfera pregna di rischi, d’infamia e di soffocati rimorsi, per mezzo a cui si svolgevano i suoi primi e colpevoli amori.

Negli eccessi, ne’ raffinamenti del male, cui talvolta sa spingersi l’uomo, si riscontra una delle principali distinzioni fra la sua razza ragionevole e quella dei bruti. — In questi l’istinto non presenta che un unico plasma per ogni genere: la tigre è più feroce del lupo, il lupo più rapace della volpe; ma non si dà tigre più feroce della tigre, non lupo più rapace del lupo: l’istinto bestiale è un livello. — L’uomo, per converso, trascende fino a’ più sconfinati estremi del mostruoso e porge esempi di sì completi pervertimenti del senso morale, che la ragione istessa non s’inchinerebbe ad ammettere possibili, se non coatta dalla irrefragabile evidenza de’ fatti.

Le più strane e ributtanti anomalie dello spirito umano si rivelano sovratutto nel senso voluttuario.

Si dànno esseri così profondamente corrotti e disformi, cui non induce godimento e diletto chè la infrazione d’ogni più ovvia disciplina, i quali — nel soppeditare un dovere, nel ledere una legge di natura o di consuetudine — provano un piacere trionfante e supremo.

Olimpia Marazzani era di codesta tempra.

Se l’uomo, che l’aveva vituperata e perduta, fosse stato un giovine gentiluomo suo pari, padrone di sè e del proprio avvenire, che l’indomani avesse potuto proporle una riparazione con l’offerta del proprio nome e della propria mano; o che ella lo avrebbe mortalmente aborrito, se non vi si fosse prestato; o, quando sì, che lo avrebbe probabilmente preso in uggia il dì dopo, per correre in busca di altri amori, di altri piaceri, di altre emozioni. — Il saperlo, per contro, legato e per sempre ad altra donna, marito, padre e, per conseguenza, nella impossibilità di redimerla, attalchè egli pure, quando l’avvicinava, s’esponeva ad un rischio, sfidava la reprobazione del mondo, gittava, a sua volta, un guanto in faccia alla società; le infondeva una passione esclusiva, infiammata, violenta; le figurava il suo seduttore come un arcangelo decaduto, ribelle al suo Dio; come uno sfolgorante genio del male, che fulmina desolazione e terrore ovunque passi e non dà gioie — gioie arcane, imperscrutate, terribili — che ai pochi eletti dal suo sacrilego amore. — Ed ella se ne sentiva rapita, affascinata ed insieme fieramente gelosa. — Non avendo diritti da far valere sopra di lui, dove si fosse vista derelitta e spregiata; non avendo speranze ch’egli potesse inalzarla sino al suo fianco; altro di meglio non sapeva che tenerselo stretto entro l’abisso nel quale erano insieme tracollati; se c’era fango nel fondo, affondarvisi insieme.

Il solo pensiero che la sgomentasse era quello di rimanervi sola.

Questo ne spiegherà al lettore il contegno, quando — parecchi mesi dopo il primo incontro con Pierluigi — ritornato egli a Castell’Arquato per lo sposalizio di suo nipote Sforza Sforza di Santafiora, lo vide adocchiare concupiscente la giovine della Staffa, al suo primo ingredire nel castello, e farla oggetto di segreti colloqui col tedesco di Leuthen.

Olimpia Marazzani era in preda ai morsi della gelosia.

Capitolo XIX. Turpe mercato.