La fanciulla che — riconoscendo in lui il temerario, da cui era stata inseguita su la piazza della cattedrale di Parma ed alle cui insidie l’aveva sottratta il suo Neruccio — indovinò subito qual sorta di pericolo la minacciasse; allibì di terrore nel rivederselo al fianco e — come la mimosa, che, al più leggero contatto, raggrinza il pudico fogliame — si aggomitolò frettolosa sotto le coperte e se le strinse tremante sopra le spalle, mettendo un piccolo strido.
— Non strillare, sai, bella mia! — le intimò tosto il Farnese, mentre studiavasi inutilmente d’insinuare le dita fra le lenzuola — se meni romore, e’ sarà fiato sprecato per te e pazienza perduta per me, cose, affè mia, nè gaie, nè profittevoli per tutti due!
E rintostò ne’ suoi tentativi.
— Angioli del paradiso — balbutì la giovinetta schermendosi — ma chi siete voi?.... ma perchè qui?.... cosa volete.... cosa pretendete da me?
— Chi mi sia non ti dèe premere — fece il duca, con un suo ghigno che mal giungeva ad atteggiarsi a sorriso — un gentiluomo, un cavaliere, per certo... mi si scorge in volto.... ho il naso ducale!.... e, quel che più rileva, un uomo che t’ama, che è pazzo, farnetico, delirante per te!.... cosa voglio?.... ingenua domanda, in mia fede!.... e cosa posso volere da una bella, da una vaga, da una seducente creatura quale tu sei?
— Angioli del paradiso — ripetè la fanciulla, tremando a verga e cercando ravvilupparsi sempre più tra le coltri.
Ma Pierluigi era riuscito nel suo intento di cacciarvi sotto una mano; sicchè — stringendone solidamente un lembo nel pugno le trasse a sè con impeto sì violento, che la poverina — per non rotolare travolta giù dal lettuccio, — dovette allentare la mano e lasciarsele strappare di dosso.
Il duca le gittò lontano, in un canto.
Vedendosi così denudata sotto il fuoco di que’ sguardi procaci, al contatto di quelle mani insolenti; la misera s’accosciò restringendosi tutta sopra sè stessa e velatosi il volto, ruppe in singhiozzi.
Pareva la statua della disperazione.