Pregustando le ebrezze del suo trionfo, il Farnese la contemplava con un sorriso di satanica gioia.

Era infernale a vedersi.

Ricordava Mefistofele dinanzi a Margherita.

Quello istesso piangere, quello istesso angosciarsi della sua vittima, gli tornavano sovrammodo cari, perchè, in tal guisa, questa sempre più si affiochiva e si rendeva inetta a resistergli.

Impaziente d’ogni maggiore indugio, fe’ un moto inanzi per stringersela fra le braccia. Ma, in quel medesimo punto, qualcuno ne lo rattenne, battendogli sovra una spalla.

Pierluigi si volse come tocco da un serpe.

Olimpia Marazzani gli stava di fronte.

— Tu qui? — sclamò egli stizzito ed interdetto.

— Ti dò noia, eh! — gli rispose quella, crollando il capo melanconicamente — oh, cotesto è l’amore che tu m’impromettesti!... io, per elezion del mio core.... ripeto parole tue.... non mi avrò mai altra donna fuori che te!.... per quanto me lo consentano quelle uggiose convenienze, que’ maladetti doveri, che m’impone il mio stato, io non sarò mai che tuo, sempre tuo, tutto tuo!... ed ecco in qual maniera adempi alle tue promesse!... qui, sotto lo istesso tetto che ne ricovra, sotto i miei occhi medesimi, tu ne vagheggi, ne ricerchi un’altra, mi preferisci un’altra, mi confetti con lo scherno il disprezzo!

— Evvia! — fece il Farnese imbarazzato abbassando i suoi sotto gli sguardi fulminanti di quella donna, che lo dominava — non pigliare le cose per codesto verso.... tu cadi in abbaglio....