— Dio vi governi! — sclamò allora il Cavalier Nero e, dato di sproni, si gittò verso mezzogiorno traverso le agate che ingemmano il rio Rimore e le madrepore disseminate fra la Chiavenna ed il Chero sino in riva al Vezzeno, nel piccolo villaggio di Tavasca, dove si arrestò ad una casa de’ marchesi Tedaldi.
Rimasti soli, Terremoto aiutò la sua giovine signora a salire in groppa dell’altro cavallo, poi — montatovi sopra a sua volta — lo spinse di trotto in tutta opposta direzione, fra Vigostano e la Sforzesca, verso la grossa terra di Fiorenzuola.
Avventurosamente per Pierluigi, quando fece ritorno alla rôcca di Castell’Arquato le tenebre erano ancora profonde e tutti più che mai immersi nel sonno. — Dètte egli i convenuti tre fischi, in seguito a’ quali gli venne calato il levatoio, attalchè potè restituirsi al suo quartiere senza che — ad eccezione del castaldo, cui pose in mano varie monete di oro insegnandogli cosa dovesse rispondere se interrogato — nissun’altro sapesse di quella notturna sua uscita.
La facilità somma con la quale, prima in compagnia, poi solo, aveva potuto andarsene, e ritornare, era naturalmente tutta dovuta alle speciali circostanze del momento, al trovarsi la terra in festa ed il castello popolato da tanto numeroso stuolo di dame e cavalieri, amici e congiunti de’ castellani. — Altrimenti il solo stridore delle catene del ponte avrebbe bastato per attirare l’attenzione delle vedette e degli uomini d’arme ed assoggettare lui e le persone cui forzatamente aveva giovato di salvocondotto e di scorta al più rigoroso controllo.
Malgrado la rabbia che lo divorava, era tanta la stanchezza indottagli dalle emozioni della giornata e particolarmente dalla lunga gita coatta allora fornita che, — a pena in camera — si gittò sul letto e si addormentò.
L’indomani non riaperse gli occhi che a giorno alto e quando tutto il castello era già in subbuglio per la improvvisa sparizione delle due fanciulle.
Donna Costanza, non veggendole apparire in onta dell’ora già tarda, aveva spedito alle loro stanze le due minori sue figlie, Giulia e Faustina, le quali l’erano ritornate pallide in viso e tutte tremanti, dicendole non solo quelle stanze deserte, ma sfatto il lettucciulo di Bianca e quello di Olimpia no, gli usci d’ingresso e di comunicazione, aperti, spalancati, le lampane tuttora accese e scoppiettanti consunte.
Donna Costanza inquisì quanto servidorame trovavasi nel castello; ma nessuno valse a darle il minimo schiarimento. — Fece ricerca del familio che aveva accompagnato la giovine della Staffa. — Tutti rammentavano averlo visto dormire s’un mucchio di paglia nel cortile; ma di raccapezzarlo non ci fu verso. — Chiamò allora il castaldo. — Indettato da Pierluigi, costui rispose, durante la notte, non essere uscito e rientrato chè il signor duca di Castro.
Donna Costanza non sapeva più che pensare, e le inevitabili versioni di un genio malefico, di un gran diavolo sceso dall’alto del mastio, e scappato via pel fumaiuolo, soffolcendo ciascuna delle due fanciulle disparse con una delle sue ali da pipistrello, cominciavano a circolare tra il minutame de’ valletti e delle fantesche.
Pierluigi, che già mulinava entro sè di muovere a questo e quello dimande, per tentare se pure gli riuscisse scuoprire chi fossero i due temerari, che lo avevano in modo sì umiliante oltraggiato e schernito, — non a pena ebbe sentore del turbamento e dell’agitazione della sorella, che vi renunziò, per tema di non richiamarne i sospetti su di sè stesso.