Tormentato a un tempo dal livore contro gli sconosciuti che gli avevano inflitto tanto vilipendio, dal rammarico della sua Olimpia e dalla foia bestiale, che la vista e il contatto di Bianca gli avevano eccitato, Pierluigi Farnese — anima cupa e vendicativa se mai ve ne fu — si contorceva, per così dire, sotto l’ansie cocenti di un’attesa febrile. — Al più leggero calpestìo di chi entrasse nel cortile, al minimo rumore che salisse in direzione delle sue stanze, egli supponeva dover’essere un inviato di Pellegrino che gli apportasse le sospirate novelle.
Così trascorse tutta la giornata.
A tarda sera, battuto già il coprifuoco, si udì improvisamente il suono di un corno. Pierluigi trasalì.
Era, senza dubio, l’emissario di Pellegrino.
Il sopravenuto chiedeva, infatti, di lui.
Era una staffetta.
Ma, in luogo di giungere da’ dintorni, come il duca confidava, procedeva direttamente da Roma ed era apportatrice di una lettera del Santo Padre.
Paolo III faceva vive istanze al figliuolo di restituirsi immediatamente a Roma, dove la sua presenza era richiesta da gravi affari di Stato.
Addio amori e vendette!
Comunque di malincuore, — Pierluigi dovette decidersi ad obbedire.