Lasciando presso la sorella i figliuoli e la nuora, che, lo avrebbero raggiunto più tardi; egli parti da Castell’Arquato, con l’alba del dì successivo, accompagnato solamente dal suo segretario Apollonio Filareto e dall’altro suo capitano Alessandro da Terni.

Trentacoste e le barbute rimanevano in giro con Pellegrino di Leuthen senza che egli potesse averne nissuna contezza. Ed era ciò che maggiormente il cuoceva.

Fine della seconda parte.

PARTE TERZA. GUERRA DEL SALE

Capitolo XXII. Questione di tre quattrini.

Entro una delle più splendide sale del Vaticano, nel cui immenso camino dovuto al poderoso scalpello del Buonarroto arde un fuoco patriarcale, trovansi raunati quattro eclesiastici intorno l’ampio seggiolone coperto di cuoio dorato, su cui distende le arruginite membra un venerando vegliardo, che noi ricordiamo aver veduto altra volta.

Quando non fosse la sua lunga e candida barba, il vigoroso suo naso, la sua fronte scappante e corrugata, sotto cui balenano due occhi sagaci ed irrequieti, il tradizionale berrettino bianco, che gli occulta le calvizie, e lo scapolare di serico sciamito trapunto a chiavi d’oro, che, dalle spalle, gli s’incrocicchia sul petto; basterebbero a farcelo riconoscere per Sua Beatitudine papa Paolo III Farnese.

Quell’omicciattolo smilzo, gialluto, butterato dal vaiuolo, tutto ravvolto in negra veste talare, che siede alla sua sinistra dinanzi un tavolo, sul quale fanno monte pergamene ed in-folio, e che tiene continuamente una enorme penna di oca fra dita, cui tormenta co’ denti e, per abitudine, intinge tratto tratto nel calamaio, comunque non se ne serva; quello è messer Ambrosio Recalcato, suo segretario particolare.

Dei due porporati, che gli stanno ritti in piedi di fianco, l’uno, il più basso di statura, il più accincigliato e tutto fronzoli e catenelle, è quel capo ameno, quel lezioso e galante cortegiano del veneziano Pietro Bembo, il petrarcheggiante autore degli Asolani, che — per copiare in ogni punto il suo archetipo — aveva cercato, nella leggiadra e men ritrosa Morosina, la sua Laura di Sade: l’altro è il sapiente Gerolamo Aleandro, quel medesimo che andò annoverato tra’ più strenui avversari del celebre agostiniano d’Erfurt e che — fatto prigioniero con Francesco I a Pavia — dovette snocciolare cinquecento be’ ducati di oro per recuperare la libertà.

Il primo tocca i suoi sessantanove anni, cinquantanove ne conta il secondo; e pure e’ non portano il cappello cardinalizio che da pochi mesi; mentre quel giovinetto non ancora trentenne, dall’alta persona, dalla fulva barba puntata, che sta secoloro confabulando, ne è proveduto da ben oltre un lustro.