Ma non s’era più a’ tempi di papa Gregorio VII, quando una scomunica maggiore sbalestrata dalle soglie della basilica vaticana era bastevole per addurgli a’ piedi umile e guagnolante, come cagnuolo frustato, un possente imperator di Lamagna, che — scalzo, nudo il capo, co’ ginocchi tra la neve — ne implorava per tre giorni consecutivi il perdono.

Già, dugento anni prima il figlio della siciliana Costanza, quel Federico II di Hohenstauffen, che — italiano di cuore come di nascita — gittava le prime radici del nostro dolcissimo idioma, poetando con Ciullo d’Alcamo, co’ suoi sterponi Enzo e Manfredi e col suo protonotario Pier delle Vigne; aveva cominciato ad aprir gli occhi delle popolazioni mercè i tanti studi disseminati per la penisola ed appreso loro in qual conto si dovessero tenere le minacce e le ire papali, egli che scriveva al pontefice: «Tu vivi unicamente per mangiare; su i vasi e le coppe d’oro hai scritto io bevo, tu bevi; e così spesso ripeti il passato di questo verbo, che quasi rapito al terzo Cielo, parli ebraico, greco, latino; piena l’epa, ricolmo il sacco, allora ti credi seduto su l’ali dei venti, e che l’impero ti sia sottomesso, e che i re della terra ti portino doni, e che ti servano tutte le genti:» egli che al sentirsi dichiarato da papa Innocenzo IV ateo, epicureo, sacrilego ed eretico, scomunicato e scaduto dal trono, chiese gli si recasse la corona e — come sei secoli dopo il primo napoleonide — se la pose in capo, sclamando: «Guai a chi me la tocca!»; egli che a Nocera de’ Pagani fece diroccare una chiesa per erigervi sopra un palazzo, e, dov’era l’altare maggiore, ivi aprir le latrine.

Ed a’ giorni di cui ragioniamo l’autorità spirituale de’ papi era però sì scassinata e pencolante che ben conveniva puntellarla con le picche de’ fanti italiani, gli scoppietti de’ raitri e gli archibugi de’ lanzichenecchi, se la si voleva tuttavia far servire a’ temporali interessi.

Ed ecco il come i buoni perugini osassero ribellarsi, ed il perchè papa Farnese si raccomandasse alla persuasione delle armi per recondurli a far senno.

I Venticinque — risaputo dello avvicinarsi di Pierluigi — spedirono il dottore Giulio Oradini e Girolamo Comitoli a sollecitare l’imperatore Carlo V, che trovavasi in Anversa a sedare, a sua volta, la ribellione flaminga, perchè s’intromettesse mediatore di pace; ma il proverbio che lupo non mangi lupo era probabilmente in onore anche a que’ giorni, sicchè l’astuto monarca fece le orecchie da mercante e se ne lavò le mani. — Unico ausilio de’ perugini rimaneva, quindi, il loro compatriota e fuoruscito Ridolfo Baglioni, che tenevasi al soldo di Cosimo de’ Medici, duca di Firenze. Annibale Signorelli si recò presso di lui in nome de’ compaesani scongiurandolo ad accettare il generalato delle loro forze. Ned egli si fece troppo pregare. Senonchè pose tre condizioni, su per giù quelle famose del Triulzio, armi, vettovaglie e paghe sicure, che torna a dire: danari, danari, e poi danari.

Per metterne assieme il maggior dato possibile, i Venticinque si appigliarono ad ogni maniera spedienti: mandarono a pegno le suppellettili e gli argenti del Magistrato; imposero straordinari balzelli, il che fece dire al popolino essere scampati da Scilla per precipitare in Cariddi, e riuscirono così a raggruzzolare un cinquantamila di scudi.

Ma intanto Pierluigi Farnese, col legato monsignor Cristoforo Jacobacci, era giunto a Fuligno.

Capitolo XXV. «Perusia Civitas Cristi».

Rompeva l’alba dell’8 aprile 1540, che era il secondo giovedì dopo Pasqua, ed una fitta di popolo d’ogni condizione — partendosi dall’arco di Augusto presso la porta Sant’Angelo — scendeva giù per la via nuova dalla parte soprana a quella di sotto della città, riversandosi ad oriente verso porta Sole, per arrestarsi prima sul largo della fontana, dov’era la podesteria, la corte di giustizia, le carceri ed il ginnasio, e quindi in piazza di Sopramuro, dove la cattedrale, il palazzo del priorato e le case della famiglia Alfani.

Precedeva la numerosa accolta, lunga ed interminabile processione d’uomini in bianco sacco, alla testa della quale cavalcava il priore, messer Brunoro Crispolti, recando in mano, s’un guancialetto di ormesino, le chiavi della città, e seguito dal vice priore, dai Venticinque, dal podestà, dall’auditore di Rota, dai capitani dell’armi e da molto numero di cavalieri e di gentildonne.