Ricchi, occupati di arti, di industria, di traffico, gl’italiani non avevano nè tempo, nè voglia di mettersi soldati, preferendo vederseli condotti sul mercato, quasi derrate dell’Arabia e dell’India: ed erano gente senza morale nè sentimento, perchè mestieranti, la cui viltà rendeva sempreppiù spregevole l’uso dell’armi e tra la nazione e l’esercito inalzava una insormontabile barriera.
I grandi condottieri su lo stampo di Braccio e di Sforza erano finiti: non rimanevano più che abietti mercenarî, puri masnadieri, assoldati oggi a combattere quello per cui campeggerebbero domani, feroci quando lontano il pericolo, coraggiosi solo nella speranza della preda, iattanti, spavaldi molto più a parole che non a fatti. — Solo un momento si tardassero le paghe, e subito rompevano obbedienza, arrestavano il capo, spesso lo costringevano ad azzuffarsi in circostanze disopportune, nell’unico intento di riuscire al saccheggio. Del quale — per poco una terra si fosse difesa — pretendevano al dritto, sicchè talvolta se ne pattuiva il riscatto prima ancora di acquistarla, o la si vendeva ad un appaltatore, come fecero gli spagnuoli nel 1530, che — al dire del Varchi — «vendettero il sacco d’Empoli per cinquemila ducati a Baccio Valori, che, alquanti mesi da poi, mettea sequestro su quel comune, e arrestava alcuni terrazzani per averne certi resti.»
Siffatte bulime formavansi a mo’ di tarsio o musaico d’ogni maniera de’ più birbeschi elementi: spagnuoli traditori, maestri nello insinuarsi carponi tra picca e picca e, tutelati dal loro invulnerabile brocchello, pugnalare il nemico; svizzeri sempre disposti a passare con arme e bagaglio alla fazione avversaria per qualche quattrino di maggior soldo fosse loro promesso; — raitri e lanzichenecchi tedeschi, lerci, beoni, impazienti d’ogni disagio, che si ugnevano mani e ferri col grasso de’ cadaveri nemici, e si trascinavano dietro prigionieri, uomini e donne, giovani e vecchi, legati fra loro alle code de’ cavalli e spinti a suon di calci e frustate; ladroni, che disertavano ogni tratto per trasportare a casa loro il bottino, attalchè «il n’estoit jour qu’il ne se desrobast trois ou quatre cens lansquenetz qui ammenoient beufz et vaches en Almaigne, lictz, bledz, soyes à filer et autres ustensilles; — » stradioti reclutati fra gli albanesi accasati nel reame di Napoli, cavalieri feroci, che — armati di spada, di mazza e d’un lungo bastone ferrato a due capi, con la cotta di maglia ed un morione senza visiera nè cresta — si battevano ad oltranza, mai concedendo quartiere; — fantaccini nostrali, comandati a ragion d’un uomo per casa e pagati un tanto il giorno; — e villani, che doveano prestarsi a’ trasporti, preparare le vie, le spianate, le trincere, ed anche far le guardie nelle rôcche e tener saldo al caso finchè giungessero i soccorsi.
E di non dissimile accozzaglia componevasi appunto l’esercito che Santa Madre Chiesa aveva affidato al suo Gonfaloniere e Capitan Generale per militare contro Perugia.
E nonpertanto, in quel ridente mattino d’aprile, la lunga, interminabile striscia di uomini, di cavalli, di salmerie, che dall’imo annebbiato della vallea, saliva tortuosa sino al culmine aprico di monte degli Angioli, offriva un vago, pittoresco spettacolo.
A chi avesse potuto contemplarla dall’alto al basso librato nello zenit su l’ale di qualche favoloso ippogrifo, sarebbe parsa uno di quelli immani serpenti delle foreste d’America dalla pelle variegata e dalle squame a metallici riflessi, tanto era mista e diversa per fogge strane ed eteroclite, per colori cupi e smaglianti, e svolazzo di piume, e scintillio di gemme, e lucicar di spade e di cimieri.
La natura, inconscia o beffarda, sembrava accogliere quel minaccioso apparato di guerra col suo più voluttuoso sorriso.
Primavera le ridava la giovinezza.
L’aria mobile e frizzante rapiva alle pinete i loro acri profumi; un biancastro vapore leggero e diafano, come que’ veli di Coo che avvolgevano cento volte le nudità senza occultarle, mitigava lo sfolgorante azzurro del cielo; la terra si schiudeva a’ primi germi, rorida, imbalsamata, come la vergine che sorrida al suo primo amore.
Nel monistero, annesso al tempio di Santa Maria degli Angioli, dov’era già quella Porziuncula, da cui uno de’ primi a balbettare il dolce idioma italiano, San Francesco d’Assisi, poetava: