— E’ dice che i perugini, dopo aver spedito il loro Carlo della Penna al signore Ascanio Colonna da Palliano, il quale eziandio di sovradazio sul sale sembra non volerne sentire, gli hanno delegato adesso un tale Lorenzo Bavarini cui messere il conte avrebbe impromesso aiuto di quattrocento cavalli e di diecimila fanti.
— E buuum!... messere il conte di Palliano e di Rocca-di-Papa non è stato per certo dal leggere l’Amadigi di Gaula e le panzane di Matteo Boiardo... ha di molte fanfaluche pel capo, il pover’uomo!... quattrocento cavalli e diecimila fanti!.. eh, non mi fa celia il messere!... come gli bastasse dar del piede nelle sue rocce d’Abruzzo perchè ne scaturissero uomini armati a mo’ di funghi dopo le prime piove d’autunno.... se non hanno altre legna da bruciare nel verno i buoni perugini possono disporsi a schiattare di freddo!... eppoi?
— Eppoi, che messer Ridolfo Baglioni ha lasciato Fiorenza, con permissione di quel signor duca....
— L’ambidestro!
— E per la via d’Arezzo s’è dirizzato a questa volta, raggranellando in cammino buon dato di gregari e di capitani.
— Fisime! fisime! co’ miei lanzi e i miei fanti e co’ lavori d’approccio che mastro Francesco Marchi saprà prepararmi, Perugia non la può durare una settimana!... m’ho solo una grossa paura.
— Quale?
— Che sapendomi qui, a capo dello assedio, colei non s’affretti a svignarsela prima che la città cada.
— Eh! eh!
— Non ti pare?