E Pierluigi si chinò sul tavolo e — cosa rara — vergò di suo pugno il richiestogli salvocondotto.

Il Trasimeno non ha del lago che la vastità: del resto — manchevole affatto di rive, di dintorni, di amene accidentalità delle circostanti campagne; con quelle sue aque immote, frigide, stagnanti, che si dilagano a fiore di terra; con quelle uggiose canne palustri che vi crescono, vi muoiono, vi imputridiscono tutto allo ingiro — ha più che altro della immane pozzanghera, intorno alle cui melanconiche prode, il demone della febre sbatte le mortifere sue ali di pipistrello.

Poco più in là di esso lago, in direzione della vetusta Cortona dalle etrusche mura, non lungi dalla vasta e fertile Valle di Chiana, trovavasi abbivaccato sur una diserta radura l’esercito messo assieme da Ridolfo Baglioni, per conto de’ suoi concittadini, dei quali intendeva muovere alle difese. Era un’accozzaglia d’ogni maniera birboni, anche meno cappati di que’ che formavano le schiere di Santa Madre Chiesa; il che è tutto dire: venturieri d’ogni lingua, refrattari d’ogni bandiera, grassatori, tagliaborse, genti al bando di ogni civile convivio, che miravano alle paghe, alle taglie, al saccheggio e null’altro. Sempre — sin’anco addì nostri — quando s’è trattato di improvisare milizie, sia pure per le più sante delle imprese, s’è visto cacciarvisi dentro rifiuti di ergastolo e scampoli di forca. I regolamenti e le discipline che preseggono a qualsiasi organismo militare non si possono naturalmente chiamare in vigore in simili occorrenze, epperò tanto vale tirar via le chiaviche a fogne o cloache: gli scolaticci sturati e sciolti scorrono tumultuosi alla china e bisogna lasciarli colare nel caldaione senza nè foraticcio nè vaglio: tutto là dentro si rimescola e gorgoglia, come i vari e disparati ingredienti, onde le streghe di Macbeth formavano il loro infernale intruglio.

Ridolfo Baglioni, venuto d’Arezzo e Cortona, col principale nerbo de’ suoi, che s’era andato ingrossando per via — aveva posto il suo quartiere in quel sito, per farvi tappa, ed ivi attendere taluni de’ suoi capitani, che aveva spedito pe’ dintorni ad ingaggiare quanti più uomini potessero. E — tratto tratto — qualcuno di costoro ritornava al campo con qualche seguace. Primo era stato il Bettuccio, che veniva da Castel Fiorentino dove s’era attardato; poscia Bino Signorelli, che aveva dato una corsa in direzione di Chiusi; adesso era Giacomo Bigazzini che riedeva dall’essersi inerpicato su su verso Gubbio. E tutti menavano seco bulime incomposte di sgherri e persino di villici avvinazzati, che intronavano i sentieri delle loro sguaiate e sconce canzonacce. Altri due capitani, Girolamo della Bastia e Panta Almenna, fuoruscito perugino, trovavansi già, a mo’ di vanguardo, inoltrati sino a Perugia, dov’erano iti ad annunziare che presso Cortona si stavano raccogliendo uomini, i quali accorrevano a torme.

Scendeva il bruzzolo.

Le aque del lago evaporate sotto la pressione di un caldo sole di maggio ricascavano, all’ora della irradiazione, in una specie di fitta ed umida caligine, che invadeva tutte le circostanti pianure ed anticipava l’oscurità della sera.

I bivaccanti acciapinati per la massima parte su la nuda terra, fra pochissime tende di rascia ed altre poche di pergole e fogliami — avevano acceso vari fuochi e poste le sentinelle e stavano adoprandosi a preparare la cena; quando lo scalpito improviso di due cavalli fece a molti di loro rizzare le orecchie ed acuire gli sguardi verso la strada costeggiante il lago. Non poteva essere nessuno de’ capitani, dappoichè tutti si trovassero già restituiti all’accampamento. C’era solo a temere fossero il della Bastia, o l’Almenna, già spediti a Perugia, nel qual caso si aveva a presentire qualche poco gradevole annunzio, o che, per esempio, i perugini, cedendo alle istanze rivolte loro da molti maggiorenti e specie dal cardinale Gianmaria Del Monte — che aveva congiunti nella loro città ed eravi già stato vice-legato — si fossero risoluti a umiliarsi e domandar pace; o che le truppe pontifice avessero fornito il loro cammino più prestamente di quanto si poteva supporre e ridotto già alla impotenza la città ribellata: due ipotesi codeste che riuscivano del paro sommamente incresciose a quella feroce bordaglia la quale si sarebbe vista nel duro stremo di dover ringuainare, a pena sfoderate, le sue care speranze di rapina e di sacco.

Ma l’incertezza non durò a lungo.

Al grido d’allarme ed alla inchiesta delle scolte, s’intese una voce, melodiosa, argentina, rispondere francamente:

— Viva Perugia e messer Baglione!