Le donne gemevano, si strappavano i capelli. Le compagnie de’ penitenti continuavano a processionare sotto la pioggia battente percotendosi e flagellandosi le nude carni, affine d’implorare dalla suprema providenza il cessare di tanta jattura. Gli avversi alla guerra, cui erasi inconsultamente cimentata Perugia, ne traevano argomento per malaugurare della temeraria impresa ed erigersi ad altrettante Cassandre de’ loro concittadini.
In questo mezzo uno improviso squillo di campana pose tutti gli animi in sospeso.
Era la campana di porta Susanna, che dava, in tal modo un ben noto e ben sospirato segnale.
Annunziava l’arrivo del magnifico messer Ridolfo Baglioni e delle sue genti.
Infatti, in su lo scoccare delle ventitrè di quel medesimo giorno e mentre la tempesta infuriava anche più violenta, il nobile fuoruscito, alla testa de’ suoi capitani e dei molti uomini d’arme, ch’era andato vie via raccogliendo, penetrava nella città assediata e prendeva stanza nelle case che sono tra il Priorato ed il Duomo.
Con quella mutevolezza subitanea, che fu, è e sarà sempre carattere distintivo delle masse popolari, all’arrivo di quel forte nerbo di difensori, i buoni perugini — comecchè la procella infierisse tuttavia — convertirono in altrettanto giubilo il loro sgomento di poco prima, e vi dèttero libero sfogo, con spari di mortaretti, luminarie, fiammate e festivo sguinzagliamento di tutte le campane della città.
Intanto le milizie papali s’inoltravano sempre e, sino da due giorni prima, erano giunte in vista di Castel Torsciano.
Castel Torsciano, giacente a cavaliere del colle, ben munito ed afforzato, formava per così dire, la chiave di Perugia, ed era affidato in primo luogo alla guardia dei capitani Ascanio della Corgna e Andrea d’Arezzo ed, in secondo — come sappiamo — a quella del Cavalier Nero.
Le maniere distinte, il saper grande di costui, massime nelle cose militari, gli avevano subito assecurato un alto ascendente sopra i suoi due compagni nel comando, i quali non istavano mai dal consultarlo per tutto ciò che concerneva la difesa del castello. Su l’albeggiare del 10 maggio, i pontifici, capitanati da Alessandro Vitelli e dallo stesso Pierluigi Farnese, vi si accostarono improvisamente, senza piantar bastite, nè mettere approcci, e, con un forte impeto di artiglierie tentarono impadronirsene per sorpresa.
Ma fallirono nello intento.