I difensori del castello — comunque colti alla sprovista — non dormivano. Addatisi a pena del sovraggiungere de’ nemici, furono tutti quanti erano a presidio delle mura e, di lassù, cominciarono con le spingarde e i moschetti a sfolgorarli così che quelli dovettero rinunziare issofatto alla temeraria impresa e battere incompostamente in ritirata.

Primo fra i primi ad accorrere sul punto peggio esposto ai colpi de’ papalini, fu il Cavalier Nero, il quale — tutto chiuso nella sua bruna armatura e con nuda in pugno la spada — si dètte a postare una grossa colubrina, mentre impartiva l’ordine ad una parte de’ suoi di stendere lungo l’esterno delle mura sacconi e matterassi immollati d’aqua, per ammortire i proiettili, che venivano lanciati contro il castello, e ad altri dividersi in due schiere, l’una, in seconda linea, che caricasse le armi, l’altra in prima, che le scaricasse. Così determinò un fuoco continuo e ben nodrito di moschetteria, al quale precipuamente si dovette di mettere in isbaraglio i nemici.

Mentre questi valicavano in disordine il ponte sul Chiagio, il Cavalier Nero rimarcò uno dei loro uffiziali che inutilmente cercava arrestarli e risospingerli all’attacco. Dalle ricche vesti, dalle splendide armi, niellate di aurei rabeschi, dal variopinto cimiero, facile indovinò esserne egli uno de’ capi supremi, ed acuì viemmaggiormente lo sguardo, per distinguerne le sembianze.

Era Pierluigi Farnese.

Il Cavalier Nero, riconoscendolo, mandò un grido, una specie di ferino ruggito e — strappato l’archibugio di mano ad uno de’ gregari, che lo aveva allora ricaricato — gettò la spada e glie lo appuntò contro, mirando a lungo per non fallire il colpo.

Scorgevasi chiaro che l’odio il più intenso gli guidava la mano, gli dava fermezza al polso e sicurezza allo sguardo.

E il colpo partì.

Nè avrebbe mancato il bersaglio se — in quel medesimo punto — il signor duca di Castro — fattosi capace della inutilità de’ proprî sforzi — non si fosse deciso ad allontanarsi, gittandosi a sua volta sul ponte del Chiagio.

Nel mentre istesso che il Cavalier Nero girava la miccia dell’archibugio per accostarla al focone; Pierluigi, con un colpo di sproni e una strappata di morso, faceva girar di fianco il proprio cavallo, nella cui groppa andò a configgersi la palla, che altrimenti gli avrebbe traversato il petto.

Il Cavalier Nero spinse lo sguardo ansioso tra il bianco volitare del fumo; vide il cavallo del Farnese impennarsi, rinculare un momento, quindi traboccare sul fianco, trascinando seco il proprio cavaliere; e non potè astenersi dal mettere un alta esclamazione di gioia.