Ma quella gioia fu di breve durata.

Il cavaliere rialzavasi tosto, soccorso da varî dei suoi subalterni, l’uno de’ quali gli cedeva il proprio cavallo e lo aiutava a montarvi in groppa.

Pochi istanti dopo non lo si scorgeva digià più. Era disparso al di là del ponte.

A guardare i dintorni di Castel Torsciano rimase solo Alessandro Vitelli, con alquante bandiere e il grosso dell’esercito pontificio si ridusse alla Villa di Pretola. Ma l’archibugiata, che gli aveva morto sotto il cavallo, era caduta su Pierluigi come una sfida ed una derisione ad un tempo. Non volendo lasciare agio a’ perugini di maggiormente affortificarsi, tanto più che i suoi spioni lo avevano già reso inteso dello approssimarsi di Ridolfo Baglioni, egli giudicò, pel momento, opportuno ritirarsi dalla impresa di assaltare il castello, per avvicinarsi e minacciare la città; ma fermò resolutamente in cuore di non ismetterne il proposito e di tornare ben presto alla riscossa.

Infatti non istette guari a tradurre in atto un simile suo divisamento.

I perugini — malgrado il rialzo de’ spiriti, procacciato loro dal giungere delle milizie baglionesche — non si sentivano troppo tranquilli e securi, e sapendo il Farnese, col forte delle sue truppe, già inoltrato sino a Villa di Pretola — i Venticinque si radunarono nel palazzo del Priorato, insieme al Baglione ed a’ suoi più ragguardevoli capitani e dibatterono a lungo il da farsi. Molti di quelli — tra’ quali segnatamente Giulio della Corgna e Tindaro degli Alfani — opinavano lo si dovesse lasciar procedere, senza intoppi, sino alle mura della città, profittando intanto del tempo ch’egli v’impieghierebbe, per provedere viemmeglio alle difese di queste, e attendere gli uomini impromessi da Valerio Orsino e da Ascanio Colonna — Bartolomeo della Staffa — per contrario — era di aviso si dovessero prendere immediatamente le offensive, e fare ogni sforzo per respingere e sgominare lo esercito assediante, prima che avesse campo di trincerarsi e di drizzare le sue macchine da guerra contro le mura della città.

Lungo fu il diverbio. Da principio anco il Baglione schieravasi sotto il vesillo de’ pusillanimi e sosteneva esso pure il partito de’ temporeggiamenti; ma talune punte di sarcasmo sferrategli contro dal focoso della Staffa lo consigliarono a mutar di proposito e ad abbracciare, a sua volta, lo aviso di questi.

La sortita così deliberata ebbe luogo nel pomeriggio del giorno 18.

Occultati dal dosso di colle, che divide Pretola da Perugia, i difensori della città di Cristo giunsero sin presso gli attendamenti de’ pontifici, senza che questi si addassero del loro accostarsi. Colti alla impensata, mentre badavano a prepararsi il rancio, il primo impeto de’ perugini li pose nel più completo disordine e li costrinse a sbandarsi, seminando di cadaveri il terreno. Ma le grida e gli eccitamenti de’ rispettivi loro comandanti non tardarono molto ad arrestarne la fuga, cosicchè — padroneggiato il panico della sorpresa — si riannodarono prestamente in ischiere serrate ed opposero tale un vallo irto di picche e di spade all’onda degli assalitori, la quale — nella illusione di una troppo facile vittoria — rovinava loro addosso furiosa ed incomposta; che questi istessi dovettero ben presto convincersi di aver preso a pelare una gatta assai più cattiva di quanto, da principio, non si fossero imaginato.

Il cozzo fu terribile.