Gli echi delle convalli ne ripeterono a lungo l’altissimo frastuono: atriti di ferri, scoppî di bombarde, urla di minaccia, grida di disperazione, gemiti di agonia, tutto un lugubre insieme.

E il cozzo si rinnovò più volte senza che nè l’una nè l’altra delle due schiere ostili indietreggiasse di un passo.

Solo, fra di esse, andò, grado grado, sorgendo, a mo’ di linea di demarcazione, una specie di baluardo continuo, come una cresta di monte, che non tardò guari ad elevarsi sino al petto de’ combattenti.

Erano altrettanti cadaveri.

Le perdite risultavano forse maggiori dal canto de’ pontifici e, probabilmente, un nuovo cozzo avrebbe dato il sopravento a’ perugini.

Ma, quando stavano appunto per cimentarvisi — il sovraggiungere improviso di altre milizie li consigliò ad arrestarsi e a battere in ritirata.

Era Alessandro Vitelli che — avertito nel frattempo da una staffetta — accorreva da Castel Torsciano in aiuto de’ suoi commilitoni.

La ritirata fu disastrosa.

Inseguiti da presso dalle rimbaldanzite legioni del Farnese e più da presso ancora dalla cavalleria, che giungeva in quell’atto — i miseri perugini durarono la più grande fatica del mondo a mantenere qualche po’ di ordine nelle loro file; dal passo accelerato, passarono a quello di carica, dal passo di carica alla fuga precipitosa: si affollarono, si accavalciarono, si pestarono a vicenda per penetrare i primi entro la porta della città e tracciarono anch’essi un sanguinoso itinerario, rigando di morti e di feriti la strada percorsa.

Giulio della Corgna e Tindaro degli Alfani si ravvolsero pomposamente nel peplo de’ profeti.