Era ciò che desiderava il Capitan generale di Santa Madre Chiesa.

Occupati a bisticciarsi tra loro, a sanare i loro feriti, a seppellire i loro morti, a rimarginare le gravi piaghe aperte nel corpo delle loro milizie da quel primo e funesto scontro; i perugini potevano essere lasciati qualche tempo in riposo, senza rischio che, nel frattempo, si rissanguassero e divenissero più forti. Intanto egli poteva pensare a prendere la sua rivincita su Castel Torsciano.

E vi pensò.

Raccolte tutte le sue truppe, tenuto consiglio co’ suoi capitani e colonnelli, la presa del castello venne decisa.

Con l’alba del dì successivo i tre difensori dello antemurale perugino si videro di bel nuovo circondati dal grosso dell’esercito pontificio.

Ma questa volta Pierluigi non procedeva più alla impazzata; non chiedeva più consigli all’ardimento, ma alla prudenza; da leone erasi fatto volpe; e volpe era dassenno.

Da Jacopo Meleghino di Ferrara e da Antonio Picconi del Mugello, detto Sangallo, valenti meccanici ed architettori del tempo, che virtù del quattrino raccoglieva sotto una medesima bandiera, comechè amici tra loro quanto cane e gatto — Pier Luigi fece apprestare i necessari lavori di approccio e non riposò tranquillo se prima non si vide securo co’ suoi tra bastite e trinceramenti al sommo de’ quali vennero situate le artiglierie.

L’indomani queste cominciarono a fulminare il castello e, per una settimana continua, non cessarono un momento dal vomitargli contro enormi proiettili infuocati, che ne sfiancavano, ne diroccavano le antiche muraglie.

Con lo spirare del settimo giorno, alla sera del 26, un’ampia breccia vi era già spalancata.

Non rimaneva che montare allo assalto. E quattro volte, ne’ successivi due giorni, vi si provarono i papalini; ma sempre inutilmente.